Sull’inammisibilità del referendum sull’art.18

di Giorgio Langella, Direzione nazionale PCI

Forse era logico pensare che la Corte Costituzionale avrebbe dichiarato inammissibile il referendum sull’articolo 18. Lo ha fatto a maggioranza rendendo evidenti le diverse interpretazioni dei giudici costituzionali. I giornali ci dicono che quella che ha vinto è la “linea” di Giuliano Amato nominato in Corte Costituzionale dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’ex presidente del consiglio Giuliano Amato che ha certamente una posizione utile alla politica governativa che o ha guidato anche in questa decisione. Così il referendum che chiedeva il ripristino dell’articolo 18 per il quale la CGIL aveva raccolto milioni di firme, non si farà.

 Era “normale” pensare che venisse tolto di mezzo il referendum, forse, più importante e “politico” tra i tre proposti, quello che metteva in discussione tutto l’impianto della riforma del lavoro nota col nome di jobs act. Insomma, questo referendum non si doveva fare.

Probabilmente è stato possibile aggrapparsi a qualche “errore” nella formulazione del quesito referendario che, forse, poteva essere formulato in maniera più opportuna, ma non è questo il punto. Milioni di cittadini hanno firmato un referendum che intendeva ripristinare il reintegro al posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo e questa pressante richiesta è stata vanificata da un verdetto votato a maggioranza che impedisce a tutti gli elettori di pronunciarsi in merito.

Adesso vari esponenti del governo e chi lo appoggia tirano un sospiro di sollievo. Affermano che ha vinto la democrazia e attaccano la CGIL che avrebbe spaccato il paese. La questione, ancora una volta, è politica. Sulle questioni del lavoro si vanno delineando sempre di più due schieramenti precisi e contrapposti. Esiste quello che è dalla parte dei padroni e quello formato dalle lavoratrici e dai lavoratori che vivono ogni giorno condizioni di lavoro sempre più precarie. Una cosa è certa (ed è suffragata da dati inequivocabili). Da quando è stato reso innocuo e, di fatto, abolito l’articolo 18, i licenziamenti siano aumentati in maniera preoccupante. E, questo, avviene in una situazione occupazionale disastrosa che vede oltre 6.300.000 persone, tra disoccupati e sfiduciati, esclusi dal diritto al lavoro. È facile pensare che i licenziati per qualsiasi motivo resteranno senza lavoro e aggraveranno la già precaria situazione esistente oggi.

E si deve anche evidenziare come, questa bocciatura della Corte Costituzionale, segua di qualche settimana la sentenza della Cassazione secondo la quale è ammissibile (e quindi “giusto”) licenziare un lavoratore per aumentare il profitto di impresa. Sono decisioni, queste, che ribaltano nei fatti il diritto costituzionale fondamentale ad avere un lavoro garantito, sicuro e giustamente retribuito.

Infine un’altra lezione ci viene dalla decisione della Corte Costituzionale. Una lezione che ci conferma come sia difficile ripristinare i diritti di chi vive del proprio lavoro se non si conducono lotte reali di mantenimento e di estensione a tutti degli stessi che ne impediscano la cancellazione. E di come questa difficoltà aumenta se non ci sono le forze politiche e sociali in grado di condurre tali lotte. Esempio di questa debolezza è come il jobs act sia stato approvato (si dovrebbe dire, imposto) senza sostanziale opposizione parlamentare e sociale, che non ci siano stati scioperi e manifestazione di massa, così come è avvenuto in altri paesi.

A questo punto è d’obbligo una constatazione molto semplice. La progressiva cancellazione dei diritti dei lavoratori è uno dei risultati della trasformazione in qualcosa d’altro di partiti che lottavano a fianco di chi vive del proprio lavoro. I grandi partiti di massa non esistono più, sono diventati comitati elettorali e d’affari perfettamente integrati e congruenti con il sistema capitalista e con il liberismo trionfante. I movimenti che sono nati in questi anni, spesso e volentieri, conducono battaglie che tendono a “migliorare” (dipende dai punti di vista) l’esistente e, di fatto, rafforzano e stabilizzano il sistema. Le forze realmente progressiste e di sinistra oggi sono divise.

Di fatto manca una grande organizzazione politica di classe. Manca un Partito Comunista che sia in grado di promuovere e affiancare le lotte dei lavoratori con un progetto di radicale cambiamento del modello di sviluppo. Noi stiamo ricostruendo il Partito Comunista Italiano. Lo facciamo guardando il futuro. Lo dobbiamo fare per il bene del paese e di chi vive del proprio lavoro.