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La scuola del PCI. Un resoconto del convegno nazionale.

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a cura di Pina La Villa (dipartimento scuola PCI)

La crisi del programma e dell’organizzazione scolastica è in gran parte un aspetto e una complicazione della crisi organica più complessiva” (A. Gramsci, Quaderno 12.)

Si apre con le parole di Antonio Gramsci l’invito all’assemblea aperta sulla scuola organizzata dal dipartimento scuola, università e ricerca del PCI, a Roma, lo scorso 15 ottobre, a partire dal programma nazionale del Partito che pone le questioni dell’istruzione tra i nodi centrali della proposta complessiva.

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A presiedere i lavori Manuela Palermi, presidente del CC del Partito, Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola del PCI, Francesco Valerio della Croce, segretario nazionale della FGCI.

La compagna Palermi apre la discussione sottolineando in particolare le motivazioni dell’iniziativa e cioè la necessità, per il partito, di ascoltare e interpretare ciò che avviene nel mondo della scuola e di proporre di conseguenza una direzione alle battaglie che ci sono da fare.

La relazione introduttiva

Nella sua relazione introduttiva, Cangemi parte dalla questione più dibattuta in questi giorni, l’ASL (Alternanza scuola-lavoro). Parte dalla vicenda di La Spezia, dove uno studente, impegnato in una fabbrica di riparazioni nautiche, si è gravemente ferito manovrando un muletto: la scuola non è più alternativa al lavoro minorile nelle sue forme più violente, ne diventa veicolo. Si sofferma inoltre su alcune caratteristiche dell’Asl: oltre allo sfruttamento diretto e ad un addestramento di massa alla precarietà e all’assenza di diritti nel lavoro, la scelta dell’Asl ha sicuramente un elemento ideologico di esaltazione acritica dell’impresa, una rivincita sul ’68 si potrebbe dire. Inoltre impatta pesantemente sulla didattica sia in termini di tempo che di frantumazione della funzione docente.

Dall’alternanza scuola/lavoro il discorso si allarga alla critica di tutta la riforma, che il governo Gentiloni non solo conferma ma addirittura peggiora varando le deleghe (a esempio la delega sul reclutamento che prefigura profili diversi di docenti). Il disegno di distruzione della scuola pubblica, permane, ha radici profonde. Di fronte a questo disegno occorre unificare la lotta. Le resistenze che si sono prodotte sono state frammentate e non in grado così di sconfiggere il corporativismo che il sistema vuole realizzare. La battaglia sulla scuola dev’essere battaglia nella società, deve coinvolgere tutti in quanto cittadini: ricordiamo che il boicottaggio contro l’Invalsi alle elementari, forse ancora più importante del riuscitissimo sciopero del 5 maggio del 2015, fu reso possibile dalla partecipazione delle famiglie. Il compagno Cangemi invita quindi alla discussione indicando alcuni nodi essenziali: il richiamo alla scuola della Costituzione, la questione del contratto, il problema dell’edilizia scolastica, la necessità di riprendere la battaglia sulla laicità dello Stato e infine, ricordando che siamo nell’anno gramsciano, l’urgenza di ritornare a ritornare a frequentare le grandi categorie dell’educare: da tempo attorno alla scuola, non si parla più di cultura, di pedagogia, di didattica.

Dopo la relazione del compagno Cangemi, si è svolto un dibattito serrato che ha toccato tutti i nodi della questione scuola oggi, a due anni dall’approvazione della legge 107 e a due giorni dalle manifestazioni degli studenti in tuta blu in oltre 70 città italiane contro l’alternanza scuola-lavoro. Una discussione articolata e ampia nell’analisi, oltre che ricca di dati su cui ulteriormente riflettere, grazie agli interventi di compagni impegnati a vario titolo in associazioni e organismi sindacali della scuola. Una discussione dalla quale emerge una sostanziale e significativa convergenza sui temi centrali della battaglia da fare.

Il richiamo alla Costituzione

Marina Boscaino, portavoce dei comitati LIP (Legge di Iniziativa Popolare) che a gennaio avvieranno la raccolta delle firme, sostiene che occorre esigere l’attuazione della Costituzione, che, a partire dall’articolo 3, definisce una scuola democratica, pluralista, laica e inclusiva. Anche lei sottolinea la valenza più generale della battaglia sulla scuola, in quanto a scuola sono stati sperimentati gli attacchi più forti ai principi democratici (lo svuotamento degli organi collegiali e del ruolo del collegio docenti a favore del rafforzamento del ruolo della dirigenza), che siamo stati delle cavie per il maggioritario e la crisi della rappresentanza, per l’istituzionalizzazione del pensiero unico, e, in ultimo (il riferimento è all’ASL), per l’abolizione del concetto di dignità del lavoro e la decontrattualizzazione. Conclude ricordando alcuni punti della Legge di iniziativa popolare: scuola dell’infanzia per tutti con l’obbligo del 3° anno, ripristino del tempo prolungato, aumento della percentuale del PIL da destinare alla scuola (attualmente la media europea è del 6%, mentre in Italia è poco più del 4%), religione nelle ore pomeridiane, realizzare una vera inclusione. La raccolta delle firme sulla scuola procederà in parallele con quella per cancellare dalla Costituzione l’art.81 (vincolo del pareggio di bilancio).

La compagna Lidia Mangani, dirigente scolastica ad Ancona, disegna un percorso che va dalla Costituzione alla sua parziale applicazione negli anni sessanta (legge sulla scuola media unica) e settanta (scuola a tempo pieno e integrazione dei disabili) per farci assistere poi oggi ad uno svuotamento della scuola della Costituzione con un segno comune: aumentare le differenze, disgregare. Sono diventate infatti residuali la scuola dell’infanzia e il tempo prolungato. Occorre quindi individuare come priorità la piena realizzazione dell’articolo 3 della Costituzione, esigendo la scuola per tutti e in tutto il territorio nazionale, la restituzione del tempo scuola tagliato, la lotta all’abbandono scolastico. Chi ha meno deve avere di più: sono le scuole più deboli e più a rischio che devono avere i migliori insegnanti e maggiori risorse, contrariamente a quanto è avvenuto e avverrà con la chiamata diretta e la competizione fra le scuole.

Sul problema del reclutamento interviene inoltre Alice Mazzanti, del comitato degli “idonei fantasma”, comitato che è nato dopo il concorso a cattedre del 2016, in cui gli idonei sono stati assunti nella misura del 10%, e gli altri si sono ritrovati di fatto fuori dalle graduatorie e devono rifare i concorsi, di fatto si ritrovano bocciati.

Rilanciare il problema generale del sistema educativo

E’ la proposta di Alessandra Ciattini, docente universitaria, membro dell’ANDU (Associazione Nazionale Docenti Universitari), che dimostra come i problemi e gli attacchi all’università siano simili a quelli della scuola, ma ancora più debole appare la risposta dei docenti che si sono sentiti sempre diversi dagli altri, e in fondo dei privilegiati, non si sono mai quindi occupati di sindacati e pochi sono quelli che sono iscritti all’ANDU. Essi evidentemente preferiscono la strategia clientelare, evitano lo sciopero e la mobilitazione – l’ultimo è stato un finto sciopero, al quale hanno aderito 10.000 docenti su 49.000. E, a proposito di numeri, il numero dei docenti è sceso (prima erano 60.000), insieme al budget delle spese dei dipartimenti. Anche i termini sono cambiati: le università non sono più “pubbliche” ma “statali” e cioè sia pubbliche che private. I precari sono aumentati, per non parlare delle condizioni degli edifici. Tutto ciò in contraddizione con la strategia di Lisbona. In realtà l’educazione è diventata un investimento per le famiglie (quelle che se lo possono permettere) che prefigura una ristretta élite di giovani con una istruzione di qualità destinata ad un lavoro e ad un ruolo dirigenziale e una massa di lavoratori dequalificati. Il problema quindi riguarda tutto il percorso scolastico, dalla scuola dell’infanzia all’università.

Contro le basi ideologiche dell’alternanza scuola-lavoro

Il tema dell’alternanza scuola lavoro, da cui è partita la stessa relazione introduttiva, ha percorso tutti gli interventi, ma in particolare quelli dei giovani compagni.

Giampiero Simonetto, del gruppo “Noi restiamo”, riferendosi alla mobilitazione del 13 ottobre, ribadisce che il nostro obiettivo deve rimanere l’abolizione della legge 107, perché qualsiasi altra posizione rischia di legittimare la legge 107 e la stessa ASL. Il fatto che molti studenti abbiano attaccato solo le storture nell’applicazione dell’ASL, la dice lunga sull’influenza culturale che ormai ha pervaso la società, innescando meccanismi di competitività nelle nuove generazioni, che la legge rischia di approfondire.

Salvatore Ferraro, responsabile scuola della FGCI, sottolinea l’aspetto di impoverimento culturale che la legge implica. L’ASL toglie ore alla didattica: mentre, a parole, si esalta la logica delle conoscenze e delle competenze, di fatto si pianifica l’ignoranza generalizzata.

La stessa logica è nella proposta dei licei brevi (in cui, tra l’altro, i ragazzi faranno l’alternanza nei periodi festivi e estivi, cioè quando serve più manovalanza). In conclusione L’ASL è un utile terreno di lotta per far esplodere le contraddizioni della legge 107 e della politica del governo sulla scuola. Per questo la FGCI lancia l’idea di un’inchiesta sulle prime esperienze di ASL in Italia.

A proposito delle contraddizioni della politica del governo, Francesco Valerio della Croce, segretario nazionale della FGCI, ricorda che alcune esperienze di ASL fanno emergere significativamente lo sfascio della pubblica amministrazione in Italia, oltre che il progetto di una scuola elitaria che si lega alle politiche europee di cui il governo si fa interprete. E’ necessario difendere la scuola e l’università, che sono rimasti gli ultimi luoghi di aggregazione di massa, da questa politica.

Le lotte e il Contratto

Francesco Cori, si sofferma sulla questione del contratto, denunciando il fatto che dopo 10 anni senza contratto continua a passare la logica della meritocrazia, forti del fatto che la scuola dei progetti e della 107 ha svilito gli insegnanti e li ha resi poco consapevoli del valore del lor lavoro.

Il gruppo dei “Lavoratori autoconvocati della scuola”, di cui fa parte, ha redatto sulla questione un appello in cui, oltre a chiedere consistenti aumenti salariali, viene criticata la logica della premialità che ha reso la scuola – scuola del capitale finanziario, la più lontana dalla vita – ansiogena.

Ivana Fabris, coordinatrice nazionale del MOVES (Movimento Essere Sinistra) che pone con forza anche l’esigenza di trovare nuovi linguaggi e nuove forme di lotta. Il Moves propone una giornata nazionale di lotta articolata con flash-mob il 27?) novembre nelle città, per denunciare quello che la scuola è e la difficoltà che comporta, per gli insegnanti, dire no nella scuola di oggi. Un no che occorre comunque continuare a dire perché se perde la scuola, il sistema ha vinto.

Vladimiro Merlin, segretario del PCI lombardo, ricorda, a proposito del contratto, che occorre con forza rivendicare il massimo di aumenti e di diritti, superando un assurdo senso di colpa della categoria degli insegnanti, occorre ricordare che se una categoria avanza, avanzano le altre, una consapevolezza, questa, che ormai non esiste fra i docenti, spaccati fra lo staff e gli altri e di fatto senza rappresentanza. Per questo occorre recuperare il ruolo del collegio docenti e delle RSU.

La battaglia culturale

Diversi interventi hanno richiamato l’analisi di Antonio Gramsci su lavoro, scuola e cultura.

Ancora Merlin, ricorda la valenza opposta che il rapporto scuola-mondo del lavoro ha avuto negli anni settanta, quando lo stage era funzionale alla didattica, oggi è al contrario. Il richiamo era appunto all’idea gramsciana della dignità e dell’importanza del lavoro degli operai, mentre oggi assistiamo all’aziendalizzazione di tutta la società.

Occorre invece insistere sulla centralità della scuola per la cultura e non solo per gli studenti, occorre riprendere, lo sottolinea ancora Lidia Mangani, la questione della didattica e riprendere la ricchezza delle proposte del PCI sulla scuola, per non parlare della necessità di rimettere mano ai libri di testi, dai quali la storia del movimento operaio e dei comunisti esce stravolta.

Un nuovo capitolo: Lo sport

L’assemblea è stata anche l’occasione per annunciare l’inizio di un lavoro specifico sullo sport, all’interno del dipartimento. Il compagno Marco Sgavicchio ha avanzato alcune proposte programmatiche che riguardano l’attività motoria e sportiva a scuola ma guardano anche oltre: docenti laureati in scienze motorie nei primi gradi dell’istruzione; aumento di due ore (magari a scapito delle ore di religione!) nelle altre; a proposito di edilizia scolastica, pensare a palestre sempre adiacenti alle scuole; la promozione dello sport nei luoghi di lavoro.

Conclusioni e impegni

Concludendo i lavori, il compagno Cangemi, sottolinea l’importanza adesso di portare la discussione e l’iniziativa nei territori, cogliendo l’articolazione della realtà del paese a partire dalla grande questione meridionale che attraversa il sistema scolastico. Per questo è necessario organizzare in tempi brevissimi assemblee regionali del partito sulla scuola che devono consolidare il lavoro fatto in questi mesi. Contratto, LIP, la grande questione della disabilità (giusto vanto della scuola italiana oggi messo a rischio da scelte che dequalificano e riducono l’inclusione), Alternanza/scuola lavoro, ripresa di un dibattitto sugli assi culturali e i contenuti della scuola: sono i terreni su cui i comunisti caratterizzeranno il loro impegno, in una fase politicamente decisiva.

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