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Eventi atmosferici e messa in sicurezza del territorio

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di Edoardo Castellucci, Segreteria Nazionale PCI e Responsabile Ambiente e Territorio

 

Gli ultimi eventi atmosferici che hanno colpito l’Italia hanno devastato indiscriminatamente interi territori da Nord a Sud, ancora una volta, come capita sempre più spesso, piangiamo le vittime e il pensiero va alle loro famiglie a cui esprimiamo il cordoglio e la solidarietà.

Ancora una volta il Paese si è svegliato fragile e insicuro, ferito dall’intensità degli eventi a cui abbiamo assistito impotenti, e dalla forza della natura, che ha provocato la distruzione di milioni di alberi sulle Dolomiti: un evento naturale, dovuto alla forza del vento.

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Non è stato un evento naturale, ma una conseguenza dell’incuria e delle azioni dell’uomo quello che è avvenuto a Terracina, in terra pontina, dove la bonifica e la successiva costruzione delle città nuove hanno prodotto lo stravolgimento del territorio, consentendo un abusivismo edilizio ed un consumo di suolo che ha spazzato via le Selve di Cisterna e Terracina, tombinato fossi e canali, devastato le fasce frangivento, e lasciato il territorio alla mercé degli eventi atmosferici.

Non è stata colpa della natura e degli eventi atmosferici quello che è avvenuto nel Bellunese, in terra veneta, a far franare un territorio già colpito duramente dall’alluvione del 1966, ma la politica di un continuo e marcato processo di urbanizzazione ed industrializzazione del territorio, governato da più di vent’anni dalla Lega, che ha fatto del Veneto la Regione con maggior consumo di suolo insieme alla Lombardia.

Non è stato un evento imprevedibile o la forza della natura a provocare la tragedia di Casteldaccia, nella Sicilia palermitana, ma l’incuria e l’azione dell’uomo che ha costruito le case senza regole, abusivamente, edificandole nell’alveo originario del fiume Milicia che la pioggia ha trasformato in un fiume impetuoso che ha travolto tutto ciò che incontrava.

Ancora una volta in questo nostro Paese, ad alto rischio sismico ed idrogeologico, invece di prevenire i disastri si insegue l’emergenza, mentre bisogna pensare a politiche di messa in sicurezza del territorio dando piena attuazione alla legge n. 183 del 18 maggio 1989 (Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo) e di conseguenza alle Norme PAI (Piano Assetto Idrogeologico) forma di tutela per l’incolumità pubblica, perché si pongano le basi per una seria politica di difesa del suolo e dell’ambiente soprattutto per quello che concerne le attività conoscitive e le attività di pianificazione, di programmazione e di attuazione dei bacini idrografici, affinché tragedie come Rigopiano, Ischia e Casteldaccia in futuro non abbiano più a ripetersi.

Tragedie che non possono essere classificate come “calamità naturali”, ma “ricadono nelle colpe ed omissioni di cui sono responsabili politici, amministratori, autorità giudiziarie” cui hanno contribuito i governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia, che invece di prevenire hanno privilegiato la politica dell’emergenza e non sono stati in grado di assicurare a questo nostro Paese un governo del territorio che ripensasse e ridisegnasse l’idea stessa di pianificazione del territorio e delle città, che sapesse esprimere e rappresentare i sogni ed i bisogni di chi li vive, partendo dalla conoscenza del territorio, dell’ambiente in genere, che deve essere considerato come risorsa da salvaguardare, valorizzare e gestire.

Un Paese dove le trasformazioni in atto hanno portato ad una crescita quantitativa, non qualitativa, figlia della speculazione, della rendita parassitaria e del profitto, che ha prodotto uno sviluppo esasperato e distorto, che ha saccheggiato risorse umane ed ambientali rendendo il territorio in genere, con esso la città, luogo estraneo alla vita delle persone modificandone tempi e stili di vita, valori ed idealità.

Una crescita che ha finito per compromettere ulteriormente la vivibilità del territorio, divenuto un contenitore anonimo di nuove e profonde alienazioni e solitudini.

 

Pertanto c’è bisogno di passare da una sostanziale non pianificazione, dalla approssimazione e dalla tutela di interessi individuali e particolari, ad una condizione di regole certe e di percorsi democraticamente condivisi. Passaggio non facile da gestire, soprattutto quando si è abituati a non avere fondamenti e regole da osservare, e intorno al quale vanno aperti un confronto ed un percorso che devono necessariamente coinvolgere il mondo del lavoro e della cultura, i movimenti, i Partiti e le giovani generazioni.

Diventa quindi sempre più impellente un intervento mirato, per un programma di prevenzione e contrasto del dissesto idrogeologico, per superare il privilegio della politica dell’emergenza, perché non si risolleva l’economia con l’emergenza, ma con la messa in sicurezza del territorio e con la prevenzione. Una strada da seguire e da mettere in pratica, per non piangere ancora i nostri morti, e che deve essere perseguita attraverso una Rigenerazione ambientale, paesaggistica e territoriale con la realizzazione di un Piano nazionale di prevenzione, riassetto, salvaguardia e messa in sicurezza del territorio come avevamo sottolineato all’indomani degli eventi sismici di Amatrice dell’agosto 2016.

Da Comunisti riteniamo che il territorio, “soggetto vivente ad alta complessità” prodotto dalla interazione tra ambiente e processi di evoluzione delle attività umane, debba essere considerato un “bene comune” e/o collettivo in quanto “costituisce l’ambiente essenziale alla riproduzione materiale della vita umana e al realizzarsi delle relazioni socio-culturali e della vita pubblica”, che va tutelato e governato. Lavoreremo e vigileremo per questo fine e affinché la sicurezza e la salute dei cittadini sia all’ordine del giorno di un Programma per il cambiamento sociale e politico dell’Italia.

 

 

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