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La stretta e il passo

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di Patrizio Andreoli,Segreteria Nazionale Pci e Resp. Dipartimento Politiche dell’Organizzazione

 

Il voto scaturito dalle elezioni politiche generali dello scorso 4 marzo, ha certificato più di una sconfitta elettorale del fronte liberaldemocratico e moderato segnalando piuttosto una crisi del renzismo quale luogo degli interessi sociali e della cultura che lo sottendevano, fino a determinare la chiusura  precipitosa di un’intera stagione politica. Una crisi strutturale e di fase e non un semplice arretramento elettorale, che ha recitato il “de profundis” circa l’ambizione e illusione di governare -mitigandolo- il carattere ferocemente antipopolare dell’attuale assetto europeo, disvelando in pari tempo la fragilità culturale e la vacuità politica della classe dirigente illuminata di questo Paese. Al collasso del debole “moderatismo di sinistra”, non si è d’altronde contrapposta per forza della proposta, radicamento e tenuta organizzativa una sinistra politica e di classe all’altezza della sfida, a cui non sono stati estranei in questi lunghi anni di devastazione sociale ed abdicazione ideale; errori, miopie e divisioni, perdita di contatto con larghi strati di masse popolari povere o marginalizzate dalla crisi. Nel mentre si modificava l’insieme delle relazioni e delle gerarchie, la perdita per molti e molte del proprio ruolo sociale affiancata da una prepotente azione di sovvertimento dei valori di riferimento operata attraverso l’offerta di nuovi modelli di vita e la produzione di moderne mitologie (la governabilità, le compatibilità con i dettati europei, l’antipolitica, la meritocrazia, la democrazia telematica, l’abbandono di pratiche solidali ed il disprezzo per ogni visione alternativa  e per ciò stesso “ideologica”), produceva soprattutto tra le fasce più deboli spaesamento e solitudine, la rottura del rapporto tra rappresentanza e condizione sociale (istituzioni), tra interessi materiali e soggetto della trasformazione (partiti). Tutto ciò non solo dà ragione del perché e del per come si è modellato il nostro presente, ma anche dei tratti peculiari dell’attuale crisi italiana. Una crisi che volge “al nero” nella notte più buia della Repubblica per la sinistra italiana. Lo sfondamento di forze populiste e neofasciste (un inedito governo frankestein il cui consenso e la cui tessitura non possono essere né banalizzati, né esorcizzati sulla scorta di semplificazioni), vede infatti in campo una sinistra nel suo insieme precipitata sotto la soglia del 5% per attrazione politica, intercettazione dei bisogni, risultato elettorale. Un cedimento così verticale, da segnare per dimensioni ed estenuazione ideale, un primato negativo molto serio nella storia del movimento operaio, socialista e comunista in Italia. Partiti senza popolo. Stati maggiori senza massa. Un corto circuito tra radicamento, mobilitazione, preparazione culturale che segna una sinistra priva di adeguati terminali attivi nella società italiana (sentinelle sui territori portatrici di una visione critica), caratterizzata da una militanza frequentemente depressa e scoordinata (scarsa massa critica dei soggetti coinvolti e fragilità organizzativa). In tale quadro, che in quota parte racconta anche nostre difficoltà, lo stesso Pci è chiamato a rispondere dal punto di vista dei comunisti e non di una generica sinistra al “che fare?” circa l’immediato, ovvero circa le elezioni europee ed amministrative; e circa la prospettiva, che guarda alla ricostruzione nel Paese del soggetto della trasformazione finalizzata al riproporsi della questione comunista come questione reale del nostro tempo.

In occasione dei lavori del Comitato Centrale dello scorso settembre, il Partito ha scelto di operare in direzione di una forte proiezione politica ed organizzativa attraverso l’avvio della “Campagna d’autunno”, da intendersi quale vera e propria palestra politica e di mobilitazione in vista delle scadenze elettorali, da tentare di far vivere -laddove possibile-  persino dopo. Un’esperienza di cui sarà necessario svolgere un bilancio politico ed organizzativo della quale, pur tuttavia, siamo già in grado di enucleare alcuni tratti di valore generale. Essa ha infatti corrisposto al tentativo consapevole di andare oltre le declamazioni, l’elenco delle esigenze e delle difficoltà che talvolta ancora troppo spesso segnano ed accompagnano il nostro dibattito, assumendo il misurarsi con la realtà, il provare e riprovare a fare, quale cifra di una nuova stagione di semina e di militanza politica comunista. Non un agitarsi purché sia. Ma il tentativo di misurare linea politica e praxis. Il tentativo di penetrare a e nel dolore sociale del Paese, introducendo alterità di giudizio sul presente, elementi critici, contraddizioni nella testa e nel cuore dei molti che hanno smesso di sperare, di lottare, di sognare. Il tentativo di offrire e far passare, pur nella consapevolezza di nostre obbiettive fragilità, alcune parole d’ordine su essenziali temi della vita nazionale e non solo (il lavoro, l’Europa, l’immigrazione il welfare). In tal senso, la Campagna è in sé portatrice ed esempio di un tentativo di “pedagogia attiva” che chiama allo sforzo, alla costruzione di iniziativa e di presenza dei comunisti. Un Partito tutto fuori nelle piazze, nei borghi, nelle città. Un Partito all’attacco che non si attarda nel pessimismo e tenta invece testardamente una faticosa salita contro corrente, contro i luoghi comuni e i disvalori del presente; facendosi franco da ogni autocitazione retorica, piagnisteo e resa dinanzi alla durezza dei tempi. Un Partito che assume la differenza tra il passo del qui e subito, e quello di un lungo cammino di ricostruzione politica ed innovazione teorica, come tratto che definisce la corretta collocazione della sua azione e lettura della fase. Noi non riteniamo che i nodi politici si possano sciogliere attraverso scorciatoie impazienti o sulla scorta del mero volontarismo. Sappiamo bene, da comunisti, come la ricostruzione di un punto di vista critico di massa e delle masse corrisponda ad un processo di lotte, di battaglie ideali, di ricostruzione di un senso comune e di un rapporto sentimentale col nostro popolo che abbisognerà di sacrifici, di sperimentazioni e di errori; di un provare e riprovare di lunga lena. Dobbiamo per questo mettere in conto urti, prezzi da pagare e persino sconfitte parziali e battute d’arresto. Siamo in pari tempo consapevoli, pur tuttavia, come oggi sia innanzitutto essenziale far conoscere il Partito, portare cioè in via elementare (ma non per questo facile) la percezione e consapevolezza di noi oltre la soglia dell’indifferenza, oltre una sinistra gelatinosa ed  indistinta con cui siamo ancora confusi e ai cui errori e fallimenti e alle cui incertezze siamo associati. Abbiamo insomma bisogno di insistere dando il segno di un orizzonte diverso e soprattutto, sfidare il molto che ci viene contro a partire dalla nostra proposta politica “+Stato –Mercato”.

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La scelta operata dal Partito in vista delle elezioni amministrative è quella di presentarsi in ogni dove (con realismo e ponderazione dei diversi contesti a partire dalla dinamiche e diverse norme caratterizzanti i piccoli centri e le realtà più importanti) col nostro simbolo. Aggiungo, costruendo liste credibili e come tali riconosciute da quella data comunità locale, programmi in grado di essere davvero alternativi al Pd e al centrosinistra per carattere, coraggio, concretezza dei problemi affrontati. Liste del Pci in grado di svolgere una funzione di catalizzazione delle forze alternative presenti in quel certo territorio rifuggendo da ogni ipotesi contenitore indistinta (il puro assemblamento di una sinistra locale pur che sia) che inevitabilmente tornerebbe a sacrificare la nostra visibilità (a partire dalla presenza dei simboli del lavoro e da un esplicito riferimento alla identità comunista), prefigurandoci gioco forza all’interno di un aggiornato centrosinistra che di molta parte dei guasti presenti è stato attore e coprotagonista. In questa direzione, abbiamo già dato e pagato prezzi non lievi. Sia chiaro. La nostra valutazione presente non nasce per effetto di un’ improvvisa deriva estremista. Essa scaturisce dalla dura lezione dei fatti. Quando i comunisti sono stati parte indistinta di un cartello elettorale non posizionato su parole d’ordine nette e chiare (a partire dalle questioni del lavoro e dell’ Europa, innanzitutto) non è cresciuta la sinistra, che dovunque è stata sconfitta e quasi  mai ha eletto; non è cresciuto né si è affermato il Pci. Un doppio colpo d’arresto, su cui i compagni sensibili ad alcune suggestioni a sinistra e della sinistra  (di questa sinistra!) dovrebbero oggi riflettere. In questa stretta, serve un’intelligente ma ferma direzione unitaria del Partito. Una tenuta della nostra linea. Una valutazione che a fronte di centinaia di situazioni locali che per loro storia e natura sommano specificità ed unicità,  sappia far salva la sua cifra essenziale: no a qualunque intesa col Pd, no a qualunque ipotesi di ricostruzione del centrosinistra. In proposito, osservo come alcuni -anche tra noi- si impegnino in distinzioni di giudizio circa questa o quella forza riformista esistente a sinistra del Pd  e di questo derivazione (quindi non “sinistra di classe”), con un rituale che non comprendo, né condivido sia nel merito, sia soprattutto per esiti che rischiano di scaricarsi prima di tutto sulla corretta traduzione della linea politica e nostra coerenza. Lungi da noi qualsiasi sbavatura di settarismo. Una peste per lo spirito critico. Una caduta imperdonabile. Contro di essa, male antico e povertà del pensiero politico (soprattutto quello marxista e comunista) sarà necessario battersi in ogni circostanza. Ma attenti anche al rischio di non comprendere o semplicemente sottovalutare, come per una forza ancora fragile e al momento invisibile come la nostra, confermare o meno tratti di coerenza e di “nettezza” circa il proprio posizionamento, risulti fattore vitale. E’  ancora talmente esile la fascia di empatia ed attenzione che ci circonda che comprometterne anche solo una parte per errori di valutazione circa il concreto sentire e le attese di chi ci guarda, può decidere seriamente di noi. Ci sono insomma situazioni, in cui non ci si possono permettere “oscillazioni”. Ritengo che questa sia una di quelle. Tutto ciò, naturalmente, senza mai rinunciare ad un’intelligente verifica della realtà che rivela sempre una trappola, un tratto di complessità non visto ed un’astuzia nascosta più di quanto talvolta si sia disposti a vedere o ci si attenda.

Parimenti, per le Europee abbiamo deciso di verificare i punti più avanzati di convergenza con i Partiti Comunisti del continente e le forze anticapitaliste, senza d’altronde attendismi o rinvii circa la nostra autonoma iniziativa. E’ tempo di metter gambe alla mobilitazione del Partito e avviare la raccolta delle firme sotto il nostro simbolo, sotto le nostre liste, sotto i nostri programmi. A chi dice che si tratta di un’operazione priva di lucidità e possibile successo, a chi pronostica l’isolamento del Pci o addirittura una deriva “autistica” per la nostra organizzazione; a chi in buona sostanza afferma che su questa china siamo destinati all’ isolamento ed all’incomprensione dei più; è necessario replicare come -se la premessa di questa mia riflessione è vera (una sinistra nel suo insieme sotto il 5%)-, il nostro nodo principale non consiste oggi nella costruzione di alchimie avanzate con questa o quella forza (prossima ad essere mera sigla). Allo stato delle cose sono (siamo) per l’appunto tutti “stati maggiori senza esercito” e senza popolo. Sia chiaro. La nostra scelta è e deve rimanere quella di continuare a confrontarci con tutti ed in tal senso, bene ha fatto il Partito a dar vita ad un’agenda di incontri a sinistra coi soggetti presenti sulla scena politica; ad incalzare, a far emergere contraddizioni e punti di contatto utili; testardamente e con pazienza. Ma la vera emergenza, l’emergenza da affrontare e che decide, consiste nel trovare la via e “l’alfabeto nuovo” per tornare prima di tutto a parlare al Paese e ai lavoratori. E’ ricostruire il Partito Comunista Italiano nell’ambizione di ritenere che senza il lievito dettato dalla nostra presenza e storia, neanche una nuova, seria sinistra italiana è in grado di ricostituirsi. Ogni altra lettura che tende ad enfatizzare questo o quell’ aspetto di un dialogo a sinistra a cui pure bisogna continuare a prestare attenzione, rischia di risultare scorciatoia “politicista” premiando elementi relativi e di dettaglio a scapito della visione d’insieme, della sostanza che può spostare le cose, delle priorità che dobbiamo mantenere chiare. La scelta da perseguire  nel Partito è quella di non negare la durezza del passaggio. E’ quella di chiamare oggi i militanti al lavoro e al massimo impegno sulla scorta di un linguaggio e di un rapporto di verità, di coraggio, di lealtà. Un Partito che va trattato da “adulto”, chiamandolo in maniera aperta e diretta ad uno sforzo straordinario. Quello che reclamano i compagni -ed hanno ragione!- è capire il senso politico del passaggio; è comprendere dove andiamo. Nel mentre bisogna dire che sarà molto difficile riuscire ad eleggere al Parlamento Europeo (al pari di tutte le altre componenti della sinistra in Italia stante l’attuale quorum e soglia di firme necessarie), bisogna affermare come per noi le elezioni europee devono essere vissute come un momento di costruzione e sviluppo del Pci. Un tratto, un segmento, del più generale tentativo di affermazione delle nostre idee e del nostro radicamento nel Paese. Non è poco. Queste sono le caratteristiche della stretta. Di essa è necessario rendere consapevoli i compagni e le compagne sollecitando dibattito, spinta, mobilitazione, uscendo da un’incertezza nel fare che nutre equivoci e un dannoso tatticismo.  Non si tratta di un’esortazione organizzativa ma di un bisogno da tradursi immediatamente in orientamento politico tra le nostre fila, utile per accompagnare e sostenere la tenuta del Partito lungo mesi difficili. Se tra noi si affermasse la convinzione che le elezioni europee sono mero esercizio organizzativo e di mobilitazione testimoniale, sarebbe ugualmente insufficiente. Esse sono invece da intendersi come semina politica il cui senso, risultato e valore devono essere assunti con lo sguardo lungo di chi nel mentre opera qui ed ora entro margini angusti; sa resistere, crescere, preparare tempi nuovi. D’altronde per i comunisti, non esistono battaglie inutili o facili. Ci sono solo battaglie necessarie. Questa è una di quelle.

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