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Morti sul lavoro: e sono 700!

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di Giorgio Langella, Direzione nazionale PCI e Segretario regionale Veneto

 

Con Marian Bratu, l’operaio delle Acciaierie Venete morto il 26 dicembre dopo oltre 7 mesi di agonia e atroci dolori per le ustioni riportate mentre lavorava e il boscaiolo morto il 27 dicembre a Chiuppano (VI), sono 700 i lavoratori morti per infortunio nei luoghi di lavoro da inizio anno. Questo numero spaventoso è certificato dalle liste dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli. Inoltre, se si considerano anche i decessi in itinere, le lavoratrici e i lavoratori morti (la stima è prudenziale) salgono a oltre 1400.

In Veneto i morti sono 69: Venezia (12), Belluno (6), Padova‎ (5), Rovigo (3), Treviso (15), Verona (18), Vicenza (10).

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Nel territorio nazionale, i morti sono 66 in più rispetto a tutto il 2017. L’incremento è di oltre il 10%. Questo dovrebbe far riflettere sulla mancanza di prevenzione e di controllo di quello che succede nei luoghi di lavoro. Una mancanza dovuta anche (si dovrebbe dire soprattutto) alla carenza di un numero adeguato di ispettori e personale preposto a verificare e a garantire la sicurezza nei posti di lavoro.

Chi governa il paese (cioè Lega e M5S), nella nuova legge di bilancio 2019, ha deciso di “tagliare il costo del lavoro” grazie alla riduzione delle tariffe dei premi INAIL con conseguente taglio anche degli importi delle rendite e degli indennizzi agli aventi diritto. Questo avverrà a partire dal 2019 e per il prossimo triennio.

Così la sicurezza nel lavoro, le ispezioni e le verifiche delle situazioni nelle quali operano lavoratrici e lavoratori saranno “costrette” ad essere sempre meno e sempre più carenti.

Evidentemente, per chi occupa le poltrone del governo (e, vista l’indifferenza imperante, anche di chi è in parlamento, quasi nessuno escluso), la salute e la sicurezza di chi vive del proprio lavoro è poco o per nulla importante.

Tanto chi muore sul lavoro e di lavoro, poi, non vota!

 

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