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La Terza Internazionale nella storia

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Pubblichiamo un importante contributo del compagno Ruggero Giacomini sulla Terza Internazionale, in occasione del Centenario della sua fondazione, a cui il nostro Partito ha dedicato la tessera del 2019. Clicca qui per scaricarlo in formato PDF.

 

di Ruggero Giacomini

 

Cade quest’anno il centenario della fondazione della Terza Internazionale,  soggetto politico trai principali protagonisti della storia mondiale tra le due grandi guerre del Novecento. Il congresso costitutivo si svolse a Mosca dal 2 al 6 marzo 1919, con la partecipazione con voto deliberativo di  35 delegati, in rappresentanza di 19 partiti e organizzazioni, riusciti ad arrivare nella capitale sovietica nonostante il blocco delle potenze dell’Intesa.

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L’esigenza della nuova Internazionale era nata  all’indomani del 4 agosto 1914, quando con lo scoppio della “grande guerra”  imperialista, i principali partiti socialisti della Seconda Internazionale si erano schierati con i rispettivi governi, rendendosi complici della carneficina e tradendo il principale comandamento di Marx: “proletari del mondo unitevi!”.

Alla  gigantesca ondata anti-rivoluzionaria,  che sembrò spazzar via definitivamente ogni idea di socialità e solidarietà internazionalista si opposero poche forze, tra cui il Partito operaio socialdemocratico russo, e in testa Lenin e la frazione dei bolscevichi, che innalzarono le parole d’ordine  di opporre  alla guerra imperialista la guerra civile rivoluzionaria e alla dittatura della borghesia la dittatura proletaria. Ne era scaturita la vittoria dell’Ottobre 1917 in Russia, da cui era partito l’appello per la ricostituzione della nuova Internazionale. Che fu detta Terza perché sostituiva la Seconda, malamente finita, che a sua volta aveva ripreso il cammino dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori dei tempi di Marx ed Engels,  1864-1876, a cui si doveva una fondamentale chiarificazione teorica,  anche alla luce di eventi come la Comune di Parigi, col superamento dell’eclettismo confusionario dell’anarchismo e del democraticismo mazziniano.

Su quelle basi erano poi nati i partiti socialisti di massa e nel 1889 la Seconda Internazionale.  Rispetto alla quale  la Terza, anche per marcarne la distanza, volle definirsi “comunista”, strutturandosi in modo più seriamente impegnativo come  “partito mondiale”, sul modello centralista democratico del bolscevismo.

Le basi organizzative e programmatiche furono definite al II congresso mondiale, nel luglio-agosto 1920.  Lenin presentò le Tesi sui compiti fondamentali dell’Internazionale comunista,  con un discorso pari per intensità e  importanza all’Indirizzo inaugurale di Marx per la fondazione della Prima Internazionale. Vi era delineato il quadro della situazione internazionale e della divisione del mondo in aree economico-politiche sulla base dei rapporti di forza dell’imperialismo; e su questa analisi era fondata la prospettiva della rivoluzione mondiale.  Ma  Lenin ammoniva a non considerare la crisi rivoluzionaria come “assolutamente”  senza sbocchi per la borghesia,  richiamando alla importanza decisiva del “fattore soggettivo”, cioè alla presenza di saldi partiti comunisti, legati alla maggioranza delle masse sfruttate e capaci di far uscire dalla crisi con una rivoluzione vittoriosa.

Con ciò si delineava  quello che fu il compito principale assunto dalla Terza Internazionale, la costruzione in tutti i paesi di partiti comunisti come condizione della rivoluzione.

Sempre al secondo congresso furono approvati gli Statuti dell’Internazionale comunista,  che si richiamavano  nelle finalità agli statuti generali della Prima internazionale, come già anche la Seconda, con una innovazione fondamentale:  che ci si rivolgeva non soltanto ai proletari dei paesi capitalisticamente sviluppati ma anche alle popolazioni oppresse dalla dominazione coloniale e semicoloniale.  Così che la parola d’ordine “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” venne aggiornata nella nuova:  “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo, unitevi!”

L’Internazionale comunista – era detto  con molta chiarezza – rompe una volta per sempre con la tradizione della Seconda Internazionale, per la quale in realtà esistono soltanto uomini di pelle bianca….Nelle file dell’Internazionale comunista si uniscono fraternamente uomini dalla pelle bianca, gialla, bruna, i lavoratori di tutta la terra”.

Furono stabilite 21 condizioni a cui i partiti nazionali si dovevano uniformare per far parte  dell’Internazionale.

Tra essi la subordinazione alle decisioni dei congressi e organismi internazionali, il sostegno alle repubbliche sovietiche,  la separazione  dai riformisti, il nome “comunista”. Da notare per la vicenda italiana che Serrati che rappresentava  il PSI votò  a favore delle condizioni,  ma  poi in Italia non le applicò. Per cui il Partito Comunista d’Italia nacque senza di lui, con la scissione di Livorno il 21 gennaio 1921. Tra il 1920 e il 1921 nacquero anche i partiti comunisti di Francia, Gran Bretagna, Cina, Sud Africa.

Ai partiti dei paesi che possedevano colonie era richiesta la solidarietà coi movimenti di liberazione e di educare i lavoratori del proprio paese ad un “atteggiamento sinceramente fraterno verso i lavoratori delle colonie e delle nazioni oppresse”. Le Tesi sulla questione agraria  sancirono inoltre la particolare attenzione al mondo contadino, che precedentemente i socialisti avevano ignorato.

Il congresso nominò un  Comitato Esecutivo (CE) per la direzione tra un congresso e l’altro, in cui erano rappresentati i dieci principali partiti con voto deliberativo, cinque voti per il partito ospitante e  voto consultivo tutti gli altri.  Negli anni settanta del secolo scorso gli Editori riuniti hanno pubblicato una raccolta documentaria in tre volumi doppi su La Terza Internazionale, a cura di Aldo Agosti, che costituisce tuttora la principale fonte di conoscenza delle prese di posizione, dei dibattiti e dell’attività, successi e insuccessi, difficoltà ed errori, dell’organizzazione  nell’intero periodo della sua esistenza. Si tratta di un lavoro colossale svolto dagli organismi dirigenti dell’Internazionale per orientare e rafforzare il movimento complessivo e le singole sezioni, stimolate a costruirsi come partiti di massa e nazionali, attraverso un complesso processo di apprendimento.

L’eredità di Lenin

I primi anni dell’Internazionale furono fortemente segnati dalla figura di Lenin, il quale tenne le relazioni più importanti ai congressi e influenzò la redazione dei principali documenti.  Al III Congresso, nel giugno-luglio 1921,

illustrò le Tesi sulla tattica del Partito comunista di Russia, parlando della Nuova politica economica (Nep) e del contesto internazionale che rendeva possibile una certa tregua. Il movimento rivoluzionario era un processo unitario in cui intervenivano tre componenti fondamentali: il paese della prima rivoluzione socialista;   la classe operaia dei paesi capitalistici; i movimenti di liberazione dei popoli coloniali. C’era poi una quarta componente,  data dai contrasti in campo imperialista, grazie a cui  la rivoluzione aveva potuto affermarsi. La concorrenza e le lotte nel campo capitalistico,  per le materie prime e i mercati, offriva un margine di manovra al paese dei soviet, la possibilità di relazioni commerciali  fondate sulla reciproca convenienza.

Nella situazione mondiale agivano dunque secondo l’analisi di Lenin quattro contraddizioni fondamentali: 1. Tra il paese del socialismo e il mondo capitalista; 2. Tra la classe operaia e la borghesia nei paesi capitalisti; 3. Tra l’imperialismo e i popoli coloniali, 4. Tra i paesi capitalisti.  Si tratta di contraddizioni tuttora operanti,  con in primo piano per l’entità delle forze coinvolte quella che vede un mondo diviso, secondo le parole di Lenin,  “in un gran numero di popoli oppressi e in un piccolo numero di popoli oppressori, i quali ultimi dispongono di ricchezze ingenti e di una forza militare poderosa”.

Un relativo equilibrio di forze stabilitosi nei primi anni venti  consentiva al paese dei soviet estenuato dalla lunga guerra civile e dall’intervento straniero di  riprendere fiato,  recuperare il rapporto  di alleanza con i contadini, logoratosi con il “comunismo di guerra”,  rafforzarsi economicamente e politicamente. Ai partiti comunisti si poneva il compito della “conquista della maggioranza” della classe operaia.  Lenin intervenne a confutare opinioni come quella di  Terracini, secondo cui  non era necessaria preliminarmente questa conquista per scatenare la rivoluzione. Chi sosteneva ciò riferendosi all’Ottobre non aveva capito niente di questa rivoluzione.  La parola d’ordine era dunque: “Alle masse!” E la competizione con la  socialdemocrazia non sarebbe stata vinta sul terreno della disputa  ideologica, ma su quello dei problemi reali: il pane, il lavoro, i salari, gli alloggi. Secondo la legge della conoscenza che vuole che le masse apprendano soprattutto dalla loro diretta esperienza. E i comunisti se volevano essere ascoltati dovevano condividere questa esperienza, viceversa ben poco avrebbero combinato  predicando dall’esterno.

Al IV Congresso, del novembre-dicembre 1922, l’ultimo a cui poté partecipare, Lenin si soffermò ancora sulla Nep e sul suo significato di esperienza anche sul piano teorico. Richiamando un suo intervento del 1918 osservò che nella struttura economica russa coesistevano più forme di proprietà:  economia patriarcale di autoconsumo, piccola produzione mercantile, capitalismo privato, capitalismo di stato e socialismo. E individuò l’anello principale per lo sviluppo delle forze produttive nel “capitalismo di stato”, trovando in esso “la più sicura garanzia” perché il socialismo fosse “definitivamente consolidato e reso invincibile”.  Il “capitalismo di stato” nelle condizioni del potere in mano alla classe operaia  aveva una funzione assai diversa che sotto il potere della borghesia: esso significava mettere le conoscenze, i metodi e le tecniche più avanzate del capitalismo al servizio del socialismo. La leva stava nel potere cogente di indirizzo con cui grazie al piano elaborato dal governo socialista  non solo la grande impresa nazionalizzata, ma anche le altre forme di proprietà e le stesse concessioni offerte al capitale straniero, erano rivolte a favorire l’interesse generale.

Lenin introduceva così al duro confronto che si svilupperà negli anni successivi sulla possibilità o meno della vittoria del socialismo in Unione Sovietica in assenza della rivoluzione nei paesi capitalistici sviluppati. Come è noto  lo scontro si polarizzò attorno alle figure di  Stalin, convinto della possibilità di successo del socialismo nell’Urss, e di Trockij, non meno decisamente convinto dell’assoluta impossibilità che ciò potesse avvenire,  se non fosse venuta in aiuto la rivoluzione vittoriosa nei paesi più progrediti. Un dibattito e uno scontro che ovviamente coinvolsero direttamente l’Internazionale.

La tesi di Trockij si basava, oltre che sull’aderenza  alla lettera dei testi di Marx, sulla convinzione che, non essendo eludibile il rapporto con il mercato mondiale, l’Urss arretrata era inevitabilmente condannata a fare da appendice coloniale o semicoloniale del capitalismo internazionale. Non vedeva cioè la possibilità del partito comunista,  nelle cui mani erano le leve dello stato, di servirsi del mercato mondiale e delle contraddizioni tra le potenze per superare l’arretratezza senza perdere l’indipendenza.

A ben vedere, la stessa sfiducia di Trockij riemerge oggi nelle posizioni di alcuni compagni secondo cui esisterebbe una assoluta incompatibilità tra socialismo e mercato. L’esperienza del socialismo sovietico ha dimostrato invece come le chiavi dei successi e delle sconfitte vanno ricercate nel ruolo dirigente del partito comunista e nella sua linea politica.

La tessera 2019 del Partito Comunista Italiano

Dal “socialfascismo” ai “fronti popolari”

Dopo la morte di Lenin,  in riconoscimento del poderoso arricchimento da lui apportato alla teoria marxista,  fu introdotto il concetto di “marxismo-leninismo”, per indicare appunto il marxismo dell’epoca dello sviluppo del capitalismo in imperialismo e della rivoluzione proletaria vittoriosa.

Il V congresso nell’estate 1924 fissò il compito  della “bolscevizzazione”, cioè della traduzione nelle specifiche situazioni nazionali dell’esperienza bolscevica.  Alcuni  tratti fondamentali erano così precisati:

“1) Il partito deve essere un vero e proprio partito di massa, cioè deve, che sia legale o no, saper mantenere il più stretto e solido contatto con la massa operaia ed esprimere le necessità e le aspettative di quest’ultima.

2) Deve essere duttile, cioè la sua tattica non dev’essere dogmatica e settaria, e deve sapere applicare contro il nemico tutte quelle manovre strategiche che gli permettono di mantenere inalterato il proprio carattere”.

Inoltre il partito doveva essere “tutto d’un pezzo”, senza al suo interno “alcuna frazione, corrente o raggruppamento”.

Alla base le sezioni erano sostituite dalle cellule di fabbrica e di strada, che consentivano maggiore aderenza alla realtà sociale, più agilità di movimento e migliore difesa dalla reazione. In Italia la traduzione dell’esperienza russa nel linguaggio nazionale trovò in Gramsci il brillante interprete, con le sue analisi della questione meridionale e vaticana e le tesi di Lione, scritte assieme a Togliatti.

Il VI Congresso, durato quasi due mesi, dal luglio al settembre 1928, fu uno dei più travagliati, tra una stabilizzazione capitalistica che sembrava poter durare ma si avvertivano i primi sintomi di crisi, e i  pericoli di guerra incombenti, che spingevano in Urss ad una industrializzazione accelerata e allo svolgimento in comune dei lavori agricoli per consentire la meccanizzazione e l’aumento di produttività. Ciò che fu fatto con una nuova rivoluzione, “dall’alto e dal basso”, dagli alti costi umani e con lacerazioni nel partito. Questo contesto instabile favorì le tendenze più estremiste, e l’assunzione tra i nemici  principali della socialdemocrazia assimilata al fascismo,  sotto la categoria del  “socialfascismo”.  Per la verità ad introdurre il termine nei dibattiti dell’Internazionale era stato  Zinov’ev  al congresso del 1924, indicando nella socialdemocrazia un’ala del fascismo. In Italia Bordiga aveva sempre sostenuto  che fascismo e socialdemocrazia erano due facce della stessa dittatura capitalistica e che il partito comunista doveva combattere contro entrambe contemporaneamente.

Ma allora  era prevalsa  l’impostazione di Lenin, quale era stata raccomandata sinteticamente a Serrati nel 1920 per come regolare i rapporti con Turati: “separatevi organizzativamente e poi fate l’alleanza con lui”.  Autonomia ideologica politica e organizzativa del partito comunista e politica di fronte unico delle forze che si richiamavano alla classe operaia.

La torsione a sinistra, che si sarebbe consolidata al X Plenum nell’estate 1929,  aveva certo le sue giustificazioni. In Germania a Berlino il 1 maggio la polizia comandata da un socialdemocratico aveva sparato su una manifestazione di operai che sfidavano pacificamente il divieto di manifestare decretato dal governo prussiano pure in mano alla socialdemocrazia,  facendo 25 morti: ciò che aveva richiamando alla memoria l’assassinio nel 1919 di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Di lì a poco la grave crisi economica innestata dal crollo della borsa a Wall Street  alimentava aspettative di una ripresa dell’onda rivoluzionaria e l’Internazionale ci si impegnò a fondo.  Essa non si verificò, ma l’investimento di energie messe in campo,  e che si manifestò anche in Italia nelle dure condizioni del fascismo,  servì a mantenere aperta una critica di massa del modo di produzione capitalistico, avvicinò le nuove generazioni e  produsse un aumento consistente della militanza comunista. Dai 445 mila aderenti all’IC fuori dell’Urss censiti  nel 1928  si passò ai 785 mila del 1935, nonostante la sconfitta intervenuta nel frattempo in Germania, dove il partito comunista dai circa 300 mila iscritti del 1932  era precipitato secondo le cifre ufficiali a meno di 60 mila. Circa 2.500 militanti erano stati assassinati subito dopo l’avvento di Hitler  e oltre 100 mila arrestati e  chiusi nei campi di concentramento.

L’Urss e l’Internazionale furono i primi a comprendere l’enormità del pericolo rappresentato dalla vittoria fascista in Germania  per i lavoratori e per l’umanità progressiva; e a proporre conseguentemente una linea di larga unità di mobilitazione e di lotta. La nuova strategia fu precisata  e persuasivamente argomentata al VII Congresso del luglio-agosto 1935, che vide in Dimitrov, reduce dalle carceri naziste e dalla brillante autodifesa al tribunale di Lipsia,  il principale  relatore sul tema  L’offensiva del fascismo e i compiti dell’Internazionale comunista nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo.  Importanza non minore ebbe la relazione di Ercoli (Togliatti), su La prepara­zione di una nuova guerra mondiale da parte degli imperialisti e i compiti dell’Internazionale comunista.

La strategia dei “fronti popolari”,  che combinava alleanza di forze politiche e sociali diverse e mobilitazione di massa nella lotta al fascismo e per riforme sociali e democratiche conseguì i maggiori risultati in Francia e in Spagna, ma  ebbe influenza estesa  e duratura in molti altri paesi; e creò le premesse per i fronti nazionali di liberazione durante la seconda guerra mondiale.

Asse portante della mobilitazione mondiale antifascista e contro la guerra, l’Internazionale comunista si ergeva come formidabile ostacolo ai disegni militaristi e di espansione delle potenze fasciste, che reagirono col “patto antiComintern” del novembre 1936  tra Germania e Giappone, a cui si sarebbe associata un anno dopo anche l’Italia.  Era questo per Hitler anche un modo per ottenere l’avallo alle sue ambizioni espansioniste da parte delle potenze del capitalismo democratico, in primis l’Inghilterra,  che non esitarono a sacrificare la Spagna repubblicana e la Cecoslovacchia nell’intento non tanto nascosto di spingere la Germania contro l’Urss.

La seconda guerra mondiale e lo scioglimento

La pubblicazione nel 1997 in Bulgaria,  con traduzione in Italia nel 2002, del Diario di Dimitrov, ha consentito di conoscere alcuni retroscena della vicenda dell’Urss e dell’Internazionale Comunista,  il più importante dei quali concerne lo scioglimento nel 1943: che non fu una decisione improvvisata e non fu dettata – come si è spesso sostenuto – dalle esigenze della politica statuale sovietica durante la grande alleanza antifascista.

Esso scaturì invece da una riflessione autocritica circa modalità e tempi del processo rivoluzionario, rivelatosi più complesso e di lunga durata rispetto a quanto si pensasse al tempo della rivoluzione d’Ottobre e della costituzione dell’Internazionale. Stalin in particolare era approdato, già prima che l’Urss venisse coinvolta direttamente nella guerra, alla conclusione dell’impossibilità di dirigere da un unico centro lo svolgimento necessariamente differenziato dell’azione dei vari partiti nazionali. Fu durante l’esperienza del patto di non aggressione con la Germania che venne a maturazione tale processo di apprendimento, a partire dalle difficoltà di orientare e dirigere i partiti dei vari paesi con parole d’ordine omogenee in una situazione tanto complicata.

Per le sorti dell’Urss e impedire il successo del progetto hitleriano di dominazione mondiale il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop dell’estate ’39 rappresentò una mossa assolutamente geniale: con quella svolta inattesa, audace e spregiudicata, l’Urss sventò il pericolo ben concreto di dover affrontare in solitudine e a breve scadenza la guerra sul fronte occidentale con la Germania, mentre a oriente era già di fatto in guerra con il Giappone. Quel patto,  se creò disorientamento nelle file comuniste mettendo in crisi  le politiche di fronte popolare, portò ancor più scompiglio nel campo fascista, facendo saltare  il “patto antiComintern” ed evitando la saldatura tra Germania e Giappone nella guerra contro l’Unione Sovietica. Costituì inoltre la premessa per la realizzazione nel medio periodo della grande alleanza antifascista. Per le potenze occidentali infatti, il patto segnò il fallimento della politica antisovietica di Chamberlain e Daladier e della collusione con Hitler  culminata nel settembre ’38 nella conferenza di Monaco, e favorì in Gran Bretagna l’affermazione di Churchill, più deciso a contrastare la Germania hitleriana fino in fondo.

Tuttavia nell’immediato per i partiti comunisti che in Occidente avevano sostenuto e praticato la politica dei fronti popolari la svolta aprì una fase difficile, con la maggioranza dell’opinione pubblica ostile e l’attacco repressivo dei governi del capitalismo democratico, il cui furibondo anticomunismo permise di prosperare alle “quinte colonne” che avrebbero portato nel’40 in Francia alla più rapida e ingloriosa delle capitolazioni.  La stessa direzione dell’IC ebbe difficoltà ad elaborare una nuova linea adeguata alle nuove condizioni. All’inizio la guerra dichiarata da Francia e Inghilterra alla Germania il 3 settembre 1939, dopo l’invasione della Polonia,  sembrava avviare a un conflitto tra due blocchi di potenze dalle forze più o meno equivalenti, molto simile alla prima guerra mondiale.  Ma presto la situazione parve assai diversa, sul fronte occidentale non si sparava un colpo e fu ancora Hitler nel maggio ’40 a prendere l’iniziativa e ad affacciarsi in pochi giorni sull’Atlantico.

Fu in questo contesto che il partito comunista degli Stati Uniti, minacciato di scioglimento per i suoi legami internazionali e il cui  segretario Browder era stato incarcerato,  a presentare al vertice dell’Internazionale la richiesta di uscirne,  indicendo a tale fine un congresso straordinario. Si trattava di scegliere tra la possibilità di esistenza legale e  la riduzione in clandestinità. La segreteria del Comintern il 16 novembre 1940, presenti  Dimitrov, Ercoli, Marty e Gottwald, decise di accogliere la richiesta; ma si pensava chiaramente ad una misura necessitata e temporanea, limitata a quella particolare situazione. Ben più profonde e impegnative furono invece le conclusioni che ne trasse Stalin e che irruppero all’improvviso, il 20 aprile 1941, in una di quelle  nottate che si concludevano al Cremlino dopo lo spettacolo al Bol’soj: “Da Dimitrov  al Comintern i partiti vanno via…”, esordì Stalin, con una battuta che poteva apparire anche sarcastica, aggiungendo tuttavia subito dopo:  “Ciò non è male.   Al contrario, bisognerebbe far diventare i partiti comunisti assolutamente autonomi, e non sezioni dell’IC. Essi devono trasformarsi  in partiti comunisti nazionali con diverse denominazioni: Partito operaio, Partito marxista ecc. Il nome non è importante. L’importante è che essi si radichino nel proprio popolo e si concentrino sui propri specifici compiti. Devono avere un programma comunista, devono basarsi su un’analisi marxista, ma non con lo sguardo rivolto a Mosca; che risolvano autonomamente i compiti concreti che stanno dinanzi a loro nel paese dato. Ma la situazione e i compiti nei differenti paesi sono del tutto diversi”.

E’ evidente l’impianto teorico del discorso di Stalin, che tiene conto certamente della situazione sovietica e del contesto internazionale, ma si ricollega soprattutto alle riflessioni sul rapporto tra questione nazionale e internazionalismo che avevano sorretto la scelta della costruzione del socialismo in un paese solo nelle condizioni determinate dal riflusso dell’ondata rivoluzionaria  negli anni venti e che si trovavano ora proiettate su scala internazionale:

Non guardate a Mosca – dice Stalin a Dimitrov e attraverso lui ai vari partiti comunisti –, concentratevi sui compiti nazionali”.

Era un ripiegamento nazionalista?  Gramsci riferendosi al nocciolo della disputa che aveva opposto Stalin e Trockij definiva “inette” le accuse di quest’ultimo di nazionalismo:  “Una classe di carattere internazionale  – aveva annotato nei quaderni carcerari – in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini), deve <nazionalizzarsi>”.

L’invasione nel giugno ’41 dell’Unione sovietica interruppe bruscamente il processo avviato, e tutti gli sforzi si concentrarono nella lotta di resistenza all’aggressore. I dirigenti e l’apparato dell’IC furono impegnati con tutti gli strumenti a disposizione, per promuovere, stimolare e incoraggiare la resistenza popolare antifascista  a livello internazionale. Frenetica e multiforme – anche se non appariscente  – fu l’attività del Comintern in questo periodo.  Esso diede direttive, incoraggiamenti e sostegni morali e materiali ai partiti comunisti dei vari paesi, con parole d’ordine finalizzate: nell’Europa occupata dai nazisti, alla formazione di larghi fronti unitari e all’avvio e allo sviluppo di un “secondo fronte” immediato costituito dalla lotta partigiana;  in Inghilterra e in America a promuovere la campagna di aiuti materiali all’Unione sovietica e per l’apertura del secondo fronte con lo sbarco nell’Europa continentale;  nei paesi non coinvolti dalla guerra a sviluppare in varie forme la solidarietà antifascista.

L’Internazionale si occupò della preparazione politica e  – in collaborazione col servizio segreto militare sovietico – dell’invio dietro le linee e nei paesi occupati di quadri esperti, di partito e militari, con il compito di orientare, alimentare e  sostenere l’organizzazione politica clandestina e la guerriglia.

Curò le trasmissioni radio per i vari paesi nelle rispettive lingue, concepite come provenienti dall’interno di ciascun paese, espressione e sostegno della resistenza popolare. Realizzò, grazie ad un’apparecchiatura inventata da ingegneri militari sovietici, l’inserimento nelle trasmissioni ufficiali dei paesi fascisti con una “voce estranea”, che si sovrapponeva all’improvviso ai comunicati ufficiali con brevi frasi e commenti di grande effetto. Organizzò la propaganda in molte lingue verso gli eserciti di invasione, e curò il lavoro politico di informazione e formazione nei campi di prigionia.

Fu dunque un soggetto attivo e protagonista fondamentale nella costruzione delle condizioni per la vittoria. Restavano tuttavia inalterate le questioni alla base della discussione  della primavera ’41. Superato il periodo più drammatico della lotta per la sopravvivenza, quando il corso della guerra appariva ormai segnato, il tema tornò in auge. Ai primi di maggio del ‘43 fu Molotov a riprendere con  Dimitrov l’argomento.  Ricorda quest’ultimo di tutta una notte passata a discuterne:

Abbiamo parlato del futuro del Comintern. Siamo arrivati alla conclusione che il Comintern, come centro dirigente dei partiti comunisti, nelle condizioni che si sono venute a creare, è un ostacolo allo sviluppo autonomo dei partiti comunisti e all’adempimento dei loro compiti specifici. Elaborare un documento sullo scioglimento di questo Centro”.

Il progetto di risoluzione venne elaborato da Dimitrov e Manuil’skij,  discusso e approvato il 13 maggio dal Presidium del Comitato esecutivo e ulteriormente messo a punto in un paio di riunioni successive.  Il 21 maggio alla riunione dell’Ufficio politico del PC sovietico, presenti anche Dimitrov e Manul’skij, Stalin dichiarò:

 “L’esperienza ha dimostrato che anche oggi come al tempo di Marx e al tempo di Lenin non è possibile dirigere il movimento operaio di tutti i paesi del mondo da un unico centro internazionale. Soprattutto ora, nel contesto della guerra, quando i partiti comunisti di Germania e d’Italia e di altri paesi hanno il compito di rovesciare i loro governi e attuare una tattica disfattista, mentre i partiti comunisti dell’Urss, dell’Inghilterra, dell’America e altri hanno al contrario il compito di sostenere in tutti i modi i loro governi per la rapida sconfitta del nemico. Noi abbiamo sopravvalutato le nostre forze quando abbiamo fondato l’IC e pensavamo di poter dirigere il movimento in tutti i paesi. Quello fu un nostro errore. L’ulteriore esistenza dell’IC screditerebbe l’idea dell’Internazionale, cosa che non vogliamo. Per lo scioglimento dell’IC c’è un altro motivo che non viene richiamato nella risoluzione. Consiste nel fatto che  i partiti comunisti membri dell’IC sono falsamente accusati di essere una sorta di agenzie di uno stato straniero e questo ostacola il loro lavoro tra le masse. Con lo scioglimento dell’IC si strappa questa carta dalle mani dei nemici. Questo passo che si intraprende rafforzerà senza dubbio i partiti comunisti come partiti operai nazionali e allo stesso tempo rafforzerà l’internazionalismo delle masse popolari, base del quale è l’Unione Sovietica.”

La sera stessa del 21 maggio ’43 radio Mosca diede lettura del comunicato.  L’Internazionale comunista come partito mondiale cessava di esistere. Alla fondazione  c’era chi vagheggiava prossimi gli Stati uniti socialisti d’Europa e del mondo. L’esperienza aveva dimostrato che il cammino degli sfruttati e degli oppressi verso la liberazione è molto più difficile, tortuoso e dai tempi  assai più lunghi. Un lavoro enorme era stato fatto per estendere e sviluppare in tutto il mondo l’idea  e l’organizzazione comunista, molti partiti erano nati, anche dove non c’era mai stata prima un’organizzazione operaia, si erano consolidati, erano diventati maggiorenni. A loro competeva dimostrare quello che potevano e sapevano fare nei rispettivi paesi. Il processo di apprendimento proseguiva. Non venivano meno, ma si sarebbero espressi in altre forme, il valore fondante e l’esigenza dell’internazionalismo proletario e comunista.

 

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