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Libia: la guerra imperialista continua

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di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Da una decina giorni, dopo l’attacco del generale Haftar contro la Tripoli di Fayez al-Serraj, gran parte della stampa italiana ed europea parla di “un ritorno della guerra in Libia”. Non c’è nulla di più untuoso e mellifluo quando l’ipocrisia e la superficialità si incontrano. “Ritorno della guerra in Libia”: perché, si era mai interrotta la guerra? Erano più cessati i sanguinosissimi conflitti armati interni alla Libia tra le varie “tribù” libiche, già miracolosamente unite da Gheddafi, alle quali l’attacco devastante delle forze imperialiste e della NATO del 2011 riconsegnarono scientemente e tragicamente, ad ognuna di esse, autonomia e sovranità? Queste guerre civili all’interno della Libia non si sono più interrotte per un preciso motivo: ogni “tribù” alla quale il fronte imperialista, apparentemente unito, aveva riconsegnato libertà d’azione e libertà strategica, rappresentava in verità gli interessi di una fazione imperialista e il conflitto permanente tra le varie “tribù” in campo altro non è stato, dal 2011 ad oggi, che la proiezione sul terreno libico del conflitto interimperialista, della lotta tra le varie potenze imperialiste per la conquista delle ricchezze libiche, per la spartizione del bottino libico.

L’attacco militare contro la Libia iniziò il 19 marzo del 2011; partì sulla base della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in verità partì su tutt’altra base materiale: la Libia di Gheddafi si stava dimostrando, per gli interessi imperialisti generali, una “bestia” troppo libera, troppo imprevedibile. Assieme a Mandela, Gheddafi aveva progettato un’Africa autonoma e indipendente, dagli USA e dal dollaro, dal capitalismo europeo e dall’Euro. E si era spinto, Gheddafi, a lavorare per una moneta panafricana, per una Banca panafricana, sostenute dai ricchissimi fondi sovrani libici. Un’idea di libertà, di anticolonialismo troppo sfacciata per l’intero imperialismo occidentale, per la NATO. Da qui l’attacco mostruoso, nella sua potenza bellica (19 Paesi sotto la guida NATO attaccarono la Libia!) del 2011. Un attacco che, tuttavia, vide la Francia di Nicolas Sarkozy sferrare il primo colpo (con l’attacco aereo a Bengasi), seguita dai bombardamenti britannici di David Cameron. Poi, subito dopo, vennero i missili “Tomahawk” statunitensi. E, in rapida successione, i diversi tipi di interventi militari italiani, spagnoli, danesi, norvegesi, belgi, canadesi, qatarioti, di tutto il fronte imperialista mondiale. Ma ciò che va messo in luce è che, sin dalla spinta politica alla guerra, sino alla guerra stessa, diversa fu l’entità dell’impegno, tra potenze imperialiste, per giungere al fuoco finale. In testa a tale impegno ci furono, nell’ordine, Francia e Gran Bretagna, “stanche” dei processi di decolonizzazione che, dall’Asia all’Africa del Sud e del Centro, giungendo alla Libia, avevano toccato innanzitutto i loro interessi. Poi vi erano gli interessi storici italiani in Libia, negati dalla rivoluzione di Gheddafi, gli interessi geopolitici USA nella regione, e via via tutti gli interessi imperialisti internazionali minacciati dal progetto stesso di un’unità panafricana, dalla Libia al Sud Africa, un progetto che seppur ancora appena accennato dall’azione congiunta Gheddafi-Mandela, già seminava terrore tra gli interessi del capitalismo mondiale.

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La guerra del 2011, dunque, seppur sostenuta da un fronte di ben 19 Paesi imperialisti, aveva già in sé tutti i segni della contraddizione interimperialista. Una differenza di interessi strategici tra tutte le potenze che aggredirono, militarmente unite, la Libia, che immediatamente dopo l’assassinio di Gheddafi, si materializzò sul campo. Caoticamente, all’inizio, ogni potenza tentò di affidare ad una “tribù”, ad un nuovo Signore della Terra, ad ogni “principe” di un nuovo feudo, i propri interessi. Col tempo, la nuova “Tripolitania” governata da Fayez al-Serraj, sembrò divenire il punto di riferimento degli interessi italiani, tedeschi e di altri diversi Paesi dell’Ue, con gli USA simpatizzanti. Il generale Haftar, dalla Cirenaica, tese piuttosto, con l’appoggio della Russia di Putin, a farsi vivere come il nuovo unificatore della Libia, contro la tribalizzazione messa in campo dalla guerra del 2011. L’imperialismo francese non scelse subito, o non riuscì a farlo, il proprio punto di riferimento preciso nella Libia feudalizzata, il proprio capo-tribù, anche se già le simpatie francesi andavano, seppur ancora in modo velato, ad Haftar, dato che, nella spartizione colonialista storica, la Tripolitania “toccava” all’Italia.

L’attacco di questi giorni di Haftar contro Tripoli e il “governo Quisling” di Fayez al-Serraj, attacco platealmente sostenuto da Macron, ci dice che lo stesso Haftar, per vincere, ha avuto bisogno di allargare le proprie alleanze (pieno è il sostegno politico e soprattutto economico che arriva al generale della Cirenaica dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, non certo i migliori in campo) e che la Francia ha deciso di puntare decisamente su di lui per mettere a valore i propri interessi in Libia.

L’orrorifica guerra neocolonialista del 2011 (un anno che, significativamente, il giornalista di cultura imperialista Vincenzo Nigro, de “la Repubblica”, definisce, in un articolo dello scorso 8 aprile, addirittura l’anno della rivoluzione libica!) non solo, dunque, non è mai finita, ma non da segno di finire, contraddistinta com’è dai famelici interessi imperialisti contrapposti in campo. D’altra parte, se ci rifacciamo ad un’analisi scientifica tempo fa condotta su “Il Sole 24 Ore” da parte di Alberto Negri, possiamo meglio comprendere i motivi di tanta feroce lotta interimperialista dispiegata sul terreno libico, sul sangue del popolo libico.

Negri faceva ammontare il “bottino libico”, conteggiato nei tempi successivi alla guerra del 2011, a circa 130 miliardi di dollari, una cifra da quadruplicare in un eventuale ritorno ad una normalità economica libica post bellica. Una sterminata ricchezza da depredare, quella libica, data da una produzione, nel febbraio del 2011, da 1.6 milioni di barili di petrolio al giorno, il 70% del Pil libico, il 95% del suo export; da riserve petrolifere che ammontano a 48 miliardi e 369 milioni di barili (al nono posto al mondo fra i paesi più ricchi di petrolio), e rappresentano il 38% del petrolio presente nel continente africano e l’11% dei consumi europei. Una ricchezza data da 1 miliardo e 547 milioni di metri cubi di riserve di gas naturale decisive per tutta l’Europa e, naturalmente, l’Italia; da immense quantità di acqua dolce sotterranea proveniente dal Sistema acquifero di pietra arenaria della Nubia (Nubian Sandstone Aquifer System), Sistema costruito nella fase Gheddafi. Oltreché, nella fase della guerra del 2011, da fondi sovrani libici (solo quelli investiti all’estero), di 150 miliardi di dollari.

Federico Rampini, sempre sulle pagine de “la Repubblica” (tra le testate più filo imperialiste italiane, e occorrerebbe stabilire un nesso tra questa posizione e la netta tendenza a favore del PD, da parte del quotidiano fondato da Scalfari) lo scorso 8 aprile, rispetto alla nuova crisi libica e al disimpegno di Trump in questa fase e in quest’area del mondo, ha espresso la propria nostalgia per tutto il precedente ruolo imperiale svolto dagli USA. Scrivendo, tra l’altro: “La sinistra radicale e le destre putiniane hanno sempre desiderato che lo Zio Sam se ne stesse a casa sua. Ma quel che viene dopo la “quasi” pax Americana è il trionfo del caos”.

Qui non siamo più di fronte alla somma di ipocrisia e superficialità, essendo Rampini un giornalista preparato. Siamo di fronte alla menzogna pura, ad un puro atteggiamento imperialista. Infatti: con Gheddafi regnava un ordine libico, filo africano e progressista. L’attuale caos libico è tutto dovuto alla guerra del 2011 e all’attuale lotta interimperialista in atto in Libia, condotta da leader libici a nome   dei diversi poli dell’imperialismo occidentale.

Asserisce Salvini, rivolgendosi come un esponente del Ku Klux Klan agli immigrati:   “aiutiamoli a casa loro”. Ma il colonialismo imperialista non permette oggettivamente nessun aiuto, organizzando solo il saccheggio, la spoliazione e la fuga dei popoli dai loro Paesi.

I Paesi dell’Ue sono confusamente divisi, nella lotta libica, tra Haftar e Fayez al-Serraj. Una divisione per interessi colonialisti contrapposti. Tempo fa, sapendo già che Fayez al-Serrraj non era che il fantoccio USA e italiano a Tripoli, avevamo sperato che Haftar rappresentasse (seppur traditore di Gheddafi ed ex agente della CIA) l’opzione libica meno subordinata all’occidente, la meno filo imperialista. Oggi, il totale appoggio del sempre più oscuro imperialismo francese ad Haftar, getta tutta la propria inquietante luce anche sul generale della Cirenaica.

In questa fase, purtroppo, dopo gli orrori della guerra del 2011, l’opzione più avanzata, quella che dovrebbe riconsegnare la storia della Libia al popolo libico, è anche quella più lontana. Ma anche se lontana, è l’unica alla quale possono pensare i comunisti e le forze patriottiche e antimperialiste.

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