Lauro, Ovidio, Emilio, Marino e Afro. Operai, comunisti, ammazzati dalla polizia perché lottavano contro il rigurgito fascista al vertice delle istituzioni.
Sono i nomi dei martiri del 7 luglio 1960.

Ricordarsene può scadere quasi al livello di un rituale. Molti di questi rituali sono svuotati di senso da parte delle celebrazioni ufficiali. Un giovane lavoratore potrebbe pensare di rispondere con una scrollata di spalle: “Sono morti ammazzati, sì, sono morti difendendo una causa giusta, ma ormai è successo tanti anni fa”.
È un inganno. È un inganno perché chi ha sparato contro i nostri martiri, chi ha ostacolato ogni conquista di progresso, ogni conquista di diritti per gli sfruttati, ha vinto la sua battaglia e rappresenta il potere contro cui lottiamo ancora.
Il movimento operaio, le lotte dei comunisti, hanno inferto molti danni al nemico, hanno conquistato diritti e dignità per chi lavora. Per ostacolare quelle lotte hanno sparato sui nostri martiri, hanno messo le bombe nelle piazze e nelle stazioni, hanno organizzato assassinii politici. Chi lo ha fatto? Lo ha fatto lo stato profondo, che ha mantenuto la sua continuità riciclando personaggi oscuri dell’epoca del fascismo, lo hanno fatto i fascisti, che da sempre hanno agito da mazzieri del capitale, nemici giurati dei lavoratori.
Nonostante le nostre conquiste, le nostre vittorie, la battaglia l’hanno vinta loro. Hanno impedito la trasformazione socialista della società, hanno impedito il potere dei lavoratori, e pian piano hanno rimosso quelle conquiste parziali che avevamo ottenuto a caro prezzo.
I martiri del 7 luglio lottavano contro il governo Tambroni, il primo governo dell’era repubblicana ad avere l’appoggio non solo dei democristiani, ma anche del Movimento Sociale Italiano, il partito che raccolse i fascisti repubblichini di Salò.
Oggi gli eredi spirituali e materiali del Movimento Sociale Italiano sono al governo. Hanno rimosso ogni retorica antisistema e demagogica per mostrarsi apertamente gli scendiletto dei poteri costituiti: della Nato e dell’Ue, dell’industria delle armi, del capitalismo straccione italiano.
La miseria che abbiamo davanti rende i racconti dei nostri vecchi, di coloro che sono saliti sulle nostre montagne così come di quelli che non hanno mai smesso di lottare contro il fascismo, non una storiella del passato, ma testimonianza viva del coraggio con il quale la nostra parte, la classe dei lavoratori, il popolo nei suoi sentimenti più autentici, ha lottato.
Ha lottato contro i barbari che instaurarono e sostennero il regime fascista, contro i barbari che utilizzarono le minacce di colpo di stato e il terrorismo per limitare le conquiste dei lavoratori, contro i barbari che nel corso degli anni quelle conquiste le hanno smantellate e che continuano nell’opera di smantellamento.
Hanno vinto la battaglia, ma non hanno vinto la guerra. Noi non ci siamo arresi. A chi ha lottato va non solo la nostra riconoscenza, ma la promessa di assumere quel compito, nelle forme adeguate al tempo che viviamo. Di lottare contro il fascismo in Italia, di lottare contro i rigurgiti fascisti che, sobillati dalle istituzioni europee, rinnovano l’odio non solo verso i comunisti ma verso popoli interi estranei all’Occidente collettivo (pensate alla diffusa russofobia). Di lottare per una società libera dalla schiavitù del capitale e dall’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Solo lottando saremo fedeli alla memoria dei martiri.
“Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi Bandiera Rossa”
