Accordo tra UE e USA: un nuovo atto di sottomissione economica e politica

L’accordo recentemente sottoscritto tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti in materia di dazi rappresenta l’ennesimo episodio di subalternità strutturale dell’Europa nei confronti del capitalismo statunitense. L’intesa prevede l’imposizione di dazi al 15% su una vasta gamma di beni europei esportati verso il mercato americano che porterà ad evidenti ripercussioni circa l’occupazione e le prospettive di crescita del Paese con un colpo ancora più pesante per l’industria metallurgica: l’acciaio e l’alluminio saranno soggetti a tariffe del 50%, con effetti devastanti per un settore già duramente provato dalla crisi energetica e dalla concorrenza globale.

Questo accordo si inserisce in una più ampia cornice di squilibrio sistemico: gli Stati europei continuano a riversare centinaia di miliardi di euro ogni anno nell’economia americana, sotto forma di investimenti diretti (600 miliardi), acquisti energetici e militari (oltre 750 miliardi complessivi), e consumi digitali attraverso le piattaforme di proprietà dei colossi tecnologici USA; piattaforme che, ancora una volta, sono escluse da qualsiasi forma di tassazione o controllo da parte delle autorità europee. A nulla sono valse le promesse di una “digital tax” europea, sistematicamente bloccata o rinviata su pressione di Washington e con il complice silenzio delle élite europee.

Questo “accordo” (che in realtà è un diktat travestito da cooperazione) non è un fatto isolato, ma il naturale sviluppo di una lunga serie di scelte suicide da parte delle classi dirigenti europee. Le sanzioni alla Russia, imposte nel nome di un atlantismo acritico, hanno prodotto un impatto devastante sulle economie continentali, aumentando a dismisura la dipendenza energetica dall’estero, in particolare dal mercato americano del gas liquefatto (LNG), significativamente più costoso. L’attacco terroristico, perché tale va definito, ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 ha segnato il punto di non ritorno: una distruzione delle infrastrutture europee funzionale solo a rafforzare il ricatto energetico e geopolitico USA.

In parallelo, la militarizzazione crescente del continente europeo viene portata avanti con il progetto ReArm Europe che prevede l’imposizione (accolta con zelo da tutte le principali forze politiche) di un incremento delle spese militari fino al 5% del PIL. Una cifra enorme che viene sottratta ai sistemi sanitari, scolastici e di welfare già devastati da decenni di neoliberismo, austerità e privatizzazioni.

La realtà è che l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un progetto autonomo di integrazione e cooperazione e si è trasformata in una provincia tributaria dell’Impero statunitense. Le sue classi dirigenti, siano esse liberali, conservatrici o socialdemocratiche, hanno scelto la sottomissione in cambio di una parvenza di stabilità e protezione. Come accadeva nei momenti di crisi degli imperi storici, il centro (Washington) assorbe le risorse della periferia (l’Europa) con modalità sempre più brutali, giustificate da una propaganda bellica e securitaria che serve a mascherare la realtà di una progressiva espropriazione della sovranità popolare, economica e politica.

Il punto d’approdo è l’erosione dello spazio democratico e il consolidarsi di un’oligarchia tecnocratica, che gestisce la crisi anziché risolverla, e che ha scelto la via della vassallizzazione piuttosto che quella della ricostruzione di un’Europa autonoma, pacifica e sociale.

L’unica via d’uscita da questa spirale è rovesciare l’attuale assetto oligarchico dell’Unione Europea, riconquistare la sovranità popolare (come prevista dalle costituzioni nate dalla Resistenza e dal rifiuto del fascismo) e avviare un processo di rifondazione dei rapporti tra i popoli europei su basi radicalmente democratiche, cooperative, pacifiste.

Solo rompendo la dipendenza strutturale dall’egemonia statunitense sarà possibile recuperare spazi di autodeterminazione politica, economica e culturale. La costruzione di un’Europa realmente indipendente, capace di dialogare in modo paritario con i Paesi del Sud globale, passa necessariamente attraverso un fronte ampio di forze popolari e democratiche che sappiano resistere al ricatto della guerra permanente, del mercato totalitario e della tecnocrazia disumanizzante.

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