Da Hiroshima a Gaza: il PCI denuncia l’annientamento sistemico dei popoli oppressi

Guardando le fotografie di Hiroshima e Nagasaki dopo lo scoppio delle bombe atomiche del 6 e 9 agosto 1945, non posso fare a meno di notare l’impressionante somiglianza con la devastazione prodotta a Gaza dal governo e dall’esercito israeliano. La stessa follia omicida, la stessa raccapricciante devastazione giustificata da aberranti concetti di superiorità e dall’intollerabile convinzione dell’inutilità di un popolo considerato inferiore dall’autore della distruzione. Immagini che entrano dentro nella mente e nel corpo di chi rifiuta l’indifferenza e rimangono nella memoria.

E ripensando a Gaza, ai volti dei bambini sconvolti, alle loro lacrime, ai corpi scheletrici e mutilati, al dolore e al terrore che possiamo immaginare, tornano in mente altri stermini di massa, veri e propri genocidi che è impossibile minimizzare o dimenticare. L’olocausto degli ebrei e il porrajmos del popolo romani durante il nazifascismo, lo sterminio degli armeni e quello dei popoli africani. E come fare a meno di avere memoria di come è stato trattato il popolo dei nativi in tutto il continente americano. Popoli considerati inferiori dalle grandi potenze coloniali, popoli che continuano ad essere discriminati con il chiaro obiettivo del loro annientamento.

E, allora, perché non fare un parallelo tra quello che sta succedendo a Gaza con quello che accadeva, non tanto tempo fa, negli Stati Uniti nei confronti degli “indiani d’America”?

Leonard Peltier, attivista politico nativo-americano, nel suo libro “La mia danza del sole, scritti dalla prigione” racconta: “Erano gli ultimi anni dell’amministrazione Eisenhower, quando il Congresso approvò la risoluzione di porre termine a tutte le riserve indiane e di trasferire tutti noi dalle nostre terre alla città. Queste divennero le parole più temute del nostro vocabolario: “porre termine” e “trasferire”. Posso pensare a pochi altri termini altrettanto sinistri nella lingua inglese, almeno per noi indiani. Probabilmente gli ebrei d’Europa devono aver provato qualcosa di simile nei confronti dei termini nazisti “soluzione finale” e “trasferimento a est”. Per noi quei termini erano una minaccia alla nostra stessa esistenza come popolo, un tentativo di annientarci. Ci furono date due scelte: “trasferirci” o morire di fame.”

Essere cacciati dalla loro terra o morire di fame la stessa raccapricciante scelta che è stata imposta ai Palestinesi dal governo israeliano mentre le cosiddette democrazie occidentali, di fatto, rimangono inerti.

Ma le analogie non sono solo queste. Vogliamo ricordare che Leonard Peltier ha ottenuto solo recentemente gli arresti domiciliari, uscendo dal carcere, dopo quasi 50 anni di prigionia. Fu condannato a due ergastoli dopo un processo farsa grazie a prove risultate false e testimonianze estorte. La sua colpa era di essere un “indiano d’America” che lottava, e lotta, per i diritti del suo popolo. Ebbene, da 23 anni è incarcerato in Israele Marwan Barghouti, politico condannato a cinque ergastoli. La sua principale colpa è di essere palestinese e di lottare per la dignità e la libertà del suo popolo.

Analogie tra popoli e persone che vivono in terre lontane ma che hanno la stessa aspirazione di vedere i popoli ai quali appartengono vivere liberamente nelle terre che sono state loro tolte. Peltier e Barghouti hanno saputo mantenere la schiena diritta e la fronte alta consci che, come scrive Peltier: “Il nostro compito non sarà terminato fin quando un solo essere umano sarà affamato o maltrattato, una sola persona sarà costretta a morire in guerra, un solo innocente languirà in prigione e un solo individuo sarà perseguitato per le sue opinioni.”

Le persone giuste che, come Peltier e Barghouti, agiscono perché i loro popoli non vengano discriminati devono essere libere di vivere, di parlare, di pensare, di continuare a lottare.

Noi non possiamo rimanere in silenzio. Dobbiamo fare rumore, dobbiamo gridare.

Giorgio Langella

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