Alcune considerazioni

Il lavoro è il primo diritto costituzionale ed è la radice dalla quale si sviluppano tutti gli altri diritti civili e sociali proprio perché deve permettere l’emancipazione sociale ed economica dei cittadini.

Ma oggi non è più così. Obiettivo raggiunto da governi perfettamente inquadrati nel modello di sviluppo capitalista (a detta loro l’unico sistema possibile) e portatori di un cambiamento culturale che ha incatenato il pensiero comune all’interno di un realismo che ha messo il profitto e la ricchezza individuale all’apice dei valori della società. Il lavoro è stato trasformato da strumento di riscatto, sicurezza e crescita personale e collettiva ed è diventato simbolo di insicurezza, precarietà, sfruttamento e servitù, condizioni che sono diventate normali e accettate con rassegnazione.

Nella comunicazione di Oxfam Italia del 28 luglio si può leggere “Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), “Il lavoro dignitoso è una condizione che assicura a tutte le persone un’occupazione produttiva in condizioni di libertà, equità, sicurezza e dignità umana. Non si tratta solo di avere un lavoro, ma di averne uno che permetta di vivere decorosamente, senza sfruttamento, con diritti garantiti e un salario equo. Il lavoro dignitoso include anche l’accesso alla protezione sociale, la libertà sindacale, l’uguaglianza di genere e la possibilità di crescita personale. Una realtà ancora lontana: in Italia, già prima della pandemia, una persona che lavora su otto era in povertà lavorativa, dato salito al 13,2% secondo l’ultimo rapporto “Disuguitalia”. La povertà lavorativa colpisce in particolare donne, giovani e lavoratori a tempo parziale, e riflette un sistema che tende a scaricare la competitività sul costo del lavoro, alimentando precarietà e marginalizzazione.”

Concetti che dovrebbero essere il sentire comune e che non dovrebbero essere considerati “rivoluzionari” ma assolutamente logici in una società civile. Purtroppo non è così, non lo è più. I diritti conquistati, prima con la Resistenza e poi dalle grandi lotte operaie e studentesche del secondo dopoguerra, sono stati progressivamente vilipesi e cancellati. Sono diventati concetti astratti dei quali si è persa memoria e che vengono recitati per apparire democratici. Frasi alle quali non segue la concretezza della realtà. Parole sostanzialmente vuote che vengono usate nelle cerimonie per addormentare le coscienze.

Forse non ce ne siamo accorti o forse eravamo “distratti”, ma ci siamo fatti scippare la capacità di poter elaborare un pensiero autonomo critico e con esso di appropriarci della cultura che non può né deve essere elitaria. Ci siamo fatti rubare il dubbio che quello che ci viene narrato non sia la verità assoluta e ci siamo adeguati al pensiero unico. Il nostro essere diventati, ormai da vari decenni, spettatori degli eventi e consumatori di quanto ci propina chi controlla l’informazione, nulla ha a che fare con il progresso e l’aspirazione a un futuro migliore.

È diventato normale l’impoverimento anche con un lavoro e che, lavorando, ci si possa infortunare, ammalare e morire.

E questa normalità ha portato anche allo stravolgimento del significato di progresso che è diventato non diritto collettivo ma privilegio di una minoranza di ricchi. È diventato sinonimo di arricchimento personale e viene confuso con l’esistenza di una tecnologia e di una “intelligenza artificiale” asservite agli obiettivi di una élite di corporazioni che ne detengono proprietà il controllo. Nuovi strumenti che incutono incertezze nel futuro perché, ci fanno capire con propaganda martellante, sostituiranno il fattore umano con qualcosa di superiore e incontrollabile. E le persone normali rese ignoranti dall’abitudine a non pensare autonomamente saranno educate ad accettare manufatti e algoritmi che ci verranno scagliati contro come armi di distruzione delle coscienze. 

Quello che chiamano progresso è solo controllo e sfruttamento di popolazione e ambiente.

Un futuro cupo nel quale stiamo entrando con il capo chino dei rassegnati perché privi di una cultura che saranno altri a decidere quale deve essere.

Riappropriarsi della cultura, delle arti e delle scienze, è una lotta indispensabile per costruire un futuro migliore che è ancora possibile.

E chi se non i comunisti devono farsi carico del cambiamento anche culturale della coscienza collettiva e di ognuno?

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