Il Rapporto INVALSI 2025 presenta, come ogni anno, una fotografia dettagliata dell’istruzione italiana. E, come ogni anno, l’immagine che emerge è quella di un sistema scolastico segnato da profonde disuguaglianze territoriali, sociali, culturali e di genere. Le fratture non si manifestano soltanto nella scuola secondaria di secondo grado: iniziano nella primaria, si ampliano nella secondaria di primo grado e si consolidano definitivamente alle superiori. Il diritto allo studio in Italia continua a dipendere dal luogo di nascita, dal contesto familiare e dal genere.
Di fronte a questo quadro, il Ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara ha scelto una comunicazione improntata all’ottimismo, parlando di “ripresa”, “scuola del merito” e “personalizzazione dell’apprendimento”. Ma i dati ufficiali non mostrano alcuna ripresa strutturale né un reale superamento delle disuguaglianze. La retorica ministeriale rischia così di trasformarsi in un’operazione ideologica che minimizza fragilità sistemiche e scarica sui singoli la responsabilità degli insuccessi, ignorando il peso delle condizioni materiali in cui gli studenti si formano.
Già in II primaria le differenze territoriali sono evidenti: in Italiano, il 66,3% degli alunni raggiunge almeno il livello base, ma con forti gap tra Nord e Sud; in Matematica la quota scende e il Mezzogiorno registra una percentuale significativamente più alta di bambini in fascia molto bassa. Le bambine ottengono risultati migliori in Italiano, ma in Matematica emerge già un divario di genere a sfavore loro (-3,6 punti percentuali). Gli studenti di prima generazione migratoria si collocano ben al di sotto dei coetanei nativi, con scarti che in alcuni casi superano i 15 punti percentuali. Al termine della primaria (V classe), i risultati in Italiano migliorano (75,2% almeno al livello base), ma in Matematica il recupero post-pandemia non è ancora avvenuto e il Nord mantiene un vantaggio netto.
Alla fine del primo ciclo (III media), le differenze diventano strutturali. In Italiano, nelle regioni settentrionali oltre il 75% degli studenti raggiunge il livello minimo, mentre al Sud e nelle Isole si resta sotto il 60%. In Matematica, il divario è ancora più marcato, con differenze territoriali fino a 20 punti percentuali. Le competenze di ascolto in Inglese risultano critiche soprattutto nel Mezzogiorno. Il background socio-economico e migratorio pesa in modo decisivo: le prime generazioni di studenti stranieri hanno risultati medi nettamente inferiori, mentre le seconde generazioni, pur migliorando, restano indietro. Le ragazze continuano a primeggiare in Italiano e Inglese, ma in Matematica il divario a loro sfavore si conferma e inizia a orientare le scelte scolastiche verso indirizzi meno scientifici.
Nella prova di Matematica del secondo anno delle superiori, raggiunge il livello minimo il 64% degli studenti del Nord-Est, contro il 43% del Sud e appena il 39% nelle Isole. In Italiano, le percentuali si mantengono sopra il 70% al Nord, ma non superano il 55% al Sud. Le regioni meridionali restano quelle con la dispersione scolastica implicita più alta: Campania, Lazio, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna superano il 10% di diplomati che non raggiungono i livelli minimi in almeno due discipline.
Preoccupa la quota di diplomati che, pur avendo completato il ciclo, non possiedono competenze adeguate in nessuna materia valutata: 8,7% a livello nazionale, 22,8% negli istituti professionali. La condizione colpisce soprattutto i ragazzi (10,7% contro l’8% delle ragazze) e gli studenti provenienti da contesti svantaggiati.
Il divario di genere in Matematica attraversa tutti i cicli scolastici: parte in II primaria, si rafforza in III media e raggiunge il massimo nelle superiori, dove le ragazze ottengono risultati medi inferiori di 6,8 punti rispetto ai ragazzi, con punte negative nei tecnici e professionali del Mezzogiorno. Questo scarto equivale a circa mezzo anno scolastico di apprendimento. Al contrario, le studentesse ottengono punteggi più alti in Italiano e Inglese, ma restano sottorappresentate nei livelli di eccellenza in Matematica e quindi nei percorsi STEM. Tra le studentesse con background migratorio, il divario si amplifica: molte frequentano istituti meno prestigiosi e incontrano ostacoli linguistici e culturali non adeguatamente affrontati.
Il Rapporto smentisce il luogo comune secondo cui le grandi città offrirebbero migliori opportunità. A Roma, Napoli, Torino e Palermo, la dispersione implicita raggiunge livelli allarmanti in molte scuole periferiche. In piccoli centri del Centro Italia, come in Umbria e Marche, i risultati sono più omogenei e le condizioni di apprendimento più favorevoli, a dimostrazione che la qualità dell’offerta educativa dipende più dalla coesione sociale e dall’impegno territoriale che dalle sole infrastrutture.
I dati mostrano che le disuguaglianze scolastiche italiane non derivano da scelte individuali, ma da condizioni materiali e strutturali. Le misure promosse – docenti tutor, personalizzazione, meritocrazia – non intervengono sulle cause profonde e rischiano di ampliare le distanze.
La proposta del Partito Comunista Italiano si muove in direzione opposta: investimenti nelle aree fragili, stabilizzazione del personale, potenziamento dell’istruzione tecnica e professionale, inclusione reale degli studenti migranti, politiche attive per la parità di genere e riforma della valutazione in chiave formativa. La scuola deve tornare a essere uno strumento di liberazione collettiva, capace di garantire a tutti e tutte – indipendentemente dal luogo di nascita, dal reddito familiare o dalla provenienza – le stesse possibilità di conoscere, crescere e partecipare.
Non basta misurare le disuguaglianze: occorre decidere da che parte stare e ricostruire, con coraggio e coerenza, una scuola pubblica all’altezza della Costituzione.
Dipartimento istruzione PCI

