Ricominciare da Milano

L’inchiesta della magistratura sulle pratiche urbanistiche adottate dal Comune di Milano, appena avviata e di cui attendiamo gli esiti, ha messo in luce il conflitto che negli anni si è consolidato tra gli interessi di una ristretta cerchia di operatori finanziari e professionali in campo edilizio e quelli, sanciti dalla legge, a tutela della comunità e dei suoi diritti costituzionali in materia di alloggi.

Che la politica cittadina si fosse messa al servizio di pochi appare già oggi un dato assodato, evidente nella sproporzione tra gli investimenti e i guadagni faraonici garantiti alle holding finanziarie per l’edificazione di grattacieli di ogni tipo, quasi sempre in spregio alle più elementari norme di compatibilità urbanistica, e la cronica assenza di interventi di riqualificazione delle periferie e degli alloggi popolari, migliaia dei quali restano vuoti in attesa perenne di una ristrutturazione che li renda abitabili.

Questa diffusa e grave sofferenza abitativa è stata all’origine di numerose denunce da parte di associazioni, professionisti e di una ristrettissima parte della politica cittadina. Denunce che hanno rappresentato il punto di partenza per le indagini della magistratura.

Il modello di governo che emerge è lo stesso che da tempo si sta diffondendo in molte altre città e che finora non ha incontrato ostacoli. Si tratta di un’urbanistica basata sul privilegio, la cui evoluzione non fa pensare alla dicotomia tra la Londra finanziaria della City e quella popolare del suo immenso hinterland (come sperano alcuni ottimisti), ma piuttosto a una Manila o a una Rio de Janeiro in cui vigilantes privati e armati difendono le cittadelle del lusso, mantenendole separate dagli slum del degrado sociale.

È un modello consolidato nella Seconda Repubblica, sostenuto da leggi elettorali maggioritarie che privilegiano i potenti e penalizzano le minoranze. Così, le uniche possibilità di ricambio politico offerte finora sono rimaste interne a questo sistema oligarchico, con un avvicendamento puramente formale tra uno schieramento e l’altro.

Da qui deriva la trasversalità di questi modelli di sviluppo: in Regione Lombardia l’oligarchia ottiene profitti enormi grazie alla privatizzazione della sanità, tramite una maggioranza di centrodestra in nulla ostacolata dall’opposizione (si veda la rielezione di Fontana alle ultime regionali, senza scossoni nonostante la sua pessima e tragica gestione durante la pandemia di COVID-19). A Milano l’oligarchia opera nello stesso modo, ma nel campo urbanistico, sostenuta da una maggioranza di centrosinistra.

Se Fontana ha potuto essere rieletto grazie ad accordi tanto evidenti quanto inconfessati, perché pretendere le dimissioni di Sala? Mettiamoci d’accordo.

Temiamo che questa fase, segnata dall’indagine della magistratura, possa non essere la fine di quell’esperienza ma un semplice incidente di percorso, minimizzato dal sindaco Sala che anzi rivendica le proprie scelte, supportato dalla cosiddetta stampa borghese (quasi tutta), allineata agli interessi di pochi.

Una volta individuato l’obiettivo di cambiare questo stato di cose, ci poniamo la non semplice questione di come e con chi ricominciare a fare politica a Milano. Ricordando che il “governo dei pochi” è lo stesso che accetta la deindustrializzazione, i dazi, le sanzioni autolesioniste, la riconversione in industria bellica (e quindi scommette sul conflitto), oltre alla privatizzazione di sanità e urbanistica.

E ricordando che coloro che vengono lasciati “fuori” non sono solo disoccupati, lavoratori poveri, malati non “remunerativi” o residenti a ridosso delle tangenziali, ma anche decine di migliaia di piccole e medie imprese destinate a scomparire nel giro di pochi anni.

Una Milano coerentemente antifascista esiste e deve prepararsi a costruire un governo della città che si sottragga alle trappole del “voto utile” e dia vita a un nuovo gruppo dirigente.

Lamberto Lombardi – Segretario Regionale PCI Lombardia

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