Marah Abu Zuhri, giovane palestinese morta per fame, simbolo del genocidio in atto di un intero popolo, vergogna dei nostri tempi. Fermare la strage.
Mentre in terra palestinese si continua a morire e l’esercito israeliano ha avviato la totale distruzione di Gaza City (e oltre), la guerra -quella vera- non raccontata ma direttamente testimoniata coi suoi rimbalzi feroci e la sua dura pedagogia di atrocità e strazio, è giunta sino a Pisa.
Lo scorso 16 agosto Marah Abu Zuhri, una giovane palestinese di appena vent’anni giunta in Italia dalla Striscia per ricevere cure mediche nell’ambito di un’operazione umanitaria e subito ricoverata presso l’U.O. di ematologia dell’Ospedale di Pisa, è morta per “profonda malnutrizione, severo deperimento organico e quadro clinico compromesso”.
È morta di orrore e fame.
La fame, ovvero la guerra condotta con altri mezzi, così come le mutilazioni e ferite provocate e non chirurgicamente affrontate per il sistematico bombardamento di ospedali e mezzi di soccorso (locali e internazionali), le infezioni non curate per mancanza di farmaci e presidi sanitari adeguati, i bambini uccisi come bersagli di stracci mentre tentano di rimediare una ciotola d’acqua potabile, un pacco di viveri.
È lo sterminio a grappoli.
Gaza oggi non è solo assediata ma prossima ad essere rasa al suolo; cancellata. Una città dove non vi è più bastione sicuro dietro cui ripararsi, né si sa dove fuggire. Una città dove si muore di fame e di sete, di malattia, di disperazione in “un prima” che non c’è più e in “un futuro” che si nega. Resta solo “il presente”, dove resistere e sopravvivere sono gli unici imperativi. Dove conta il qui e ora, il riuscire ad aggiungere un giorno all’altro. Dove insieme al corpo si vuole uccidere la speranza, la dignità, l’esistenza di un popolo.
Morire senza grida, in silenzio.
Si spara su chi fugge, su chi cerca riparo, su chi a testa alta continua a fare informazione (oltre duecento, i giornalisti palestinesi già uccisi). Perché tutto, presto, cada nell’inconosciuto della storia. Perché quel dolore non abbia voce. Perché la “buona coscienza” di chi volta lo sguardo dinanzi alla mattanza, di chi afferma che “sì, i palestinesi hanno ragione, ma anche gli israeliani però…”, di chi piange i morti con la mano sul cuore mentre continua ad armare Israele e a fare affari col suo Governo; non venga disturbata.
A Gaza si cade sotto i colpi delle pallottole e delle cannonate tra fame e polvere. Ci si spegne per fame, come mille altre tragiche volte è avvenuto nella storia con intenti di sterminio, senza distinguo o cura per nessuno. Intanto il nostro esecutivo (in primis Meloni, Tajani) insiste nel comunicare che” l’Italia non riconosce lo Stato Palestinese perché ancora non sono mature le condizioni”, facendo eco al Governo del Presidente Trump che attraverso il suo portavoce in fretta inviato in Quatar impunemente bombardato, afferma che “gli Usa restano incrollabili alleati di Israele”. Uno Stato Palestinese che non s’intende ancora riconoscere con cinismo e ipocrisia, mentre il totalizzatore dei morti cresce ogni giorno con indifferente passo, quasi lasciando intuire che a forza di distruzione e morti quello Stato un giorno non sarà che deserto e tomba di un popolo; basta “lasciar fare”, basta solo attendere. Non vi riusciranno.
Mentre sta esaurendosi la deterrenza derivante dalla “memoria attiva” del secondo conflitto mondiale coi sui milioni di morti, di mutilati e dispersi, di perseguitati politici e razziali, coi suoi orrori totali e le sue distruzioni, i suoi giuramenti di Pace al grido di “guerra mai più” (dichiarati eterni e invece effimeri come la coscienza degli uomini), Marah è morta; filo d’erba spezzato tra altre migliaia di vite falciate, scaraventata dal crogiuolo della storia a migliaia di chilometri di distanza dalla sua terra, dai suoi affetti, dalle sere di Palestina. Dove e finché vi sarà un solo palestinese, lì vi sia per noi tutto il popolo e lo Stato di Palestina.
Non un’evocazione retorica, ma un impegno che dobbiamo alla nostra coscienza democratica, alla coscienza del mondo che sul tema, nonostante mille proclami sdegnati continua ad apparire “distratta”, stretta com’è tra considerazioni geopolitiche e interessi internazionali che nulla hanno a che fare con la tutela degli uomini e delle donne, dei bambini palestinesi. Anche per questo serve un ordine mondiale diverso non solo da immaginare, ma da costruire battendosi per dar corpo e voce ad un’altra storia dell’umanità. Anche per questo, restiamo testardamente comunisti.
D’altronde, nella notte dei tempi che sempre più preme sul nostro presente e ci è stato dato in sorte vivere, l’unica via per non cadere in facili autoassoluzioni resta l’impegno. Marah è morta di fame colpita da un ultimo sfregio laddove il Governo israeliano si è affrettato a dire come la causa prima della sua scomparsa fosse dovuta ad una leucemia incurabile. È venuta a spegnersi sin qui, a Pisa, quasi a dirci ecco, quel che distrattamente ascoltate e vedete in una giornata qualunque sono io. Non un’immagine televisiva ma una persona vera che oggi ha portato a voi Gaza e che oggi tra voi muore. Una fame che prima di aver consumato definitivamente il suo corpo, in un ultimo slancio di dignità ha preso a morsi senza troppi riguardi (ed è bene che così sia) le nostre coscienze. È necessario che quel morso doloroso continui a far male scuotendo ogni rischio di resa, affrancandoci dalla morte di ciascuno, di ogni bene, di tutto.
Essa ha un nome: indifferenza.
Patrizio Andreoli
Comitato Centrale Partito Comunista Italiano




