Il PCI aderisce alla battaglia referendaria per il NO alla riforma della giustizia

L’approvazione in seconda lettura nel Senato della legge costituzionale del governo di riforma della giustizia, così come avevamo preannunciato, ci impegnerà, nella prossima primavera, nella compagna referendaria.

Cogliamo da subito l’occasione per far notare l’aberrazione della vicenda insita già nella premessa dove si parla di riforma costituzionale e si aggiunge del governo perché, di fatto, con la partecipazione del Parlamento alla costruzione della proposta di riforma, si impedisce quella sorta di pluralismo sociale che si sarebbe potuto determinare nel dibattito politico, dentro e fuori delle aule.

La stessa riforma della giustizia e la separazione delle carriere altro non è che una falsa soluzione a problemi reali.

Da anni, infatti, nel dibattito politico italiano, la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante viene presentata come la panacea di tutti i mali della giustizia; i suoi sostenitori la descrivono come garanzia di imparzialità, equilibrio e “terzietà” del giudice, in realtà questa riforma rischia di essere l’ennesimo intervento simbolico e divisivo, privo di reali benefici per cittadini e per lo stesso sistema giudiziario.

Questa non è una riforma perché non affronta il problema della giustizia e, con molta probabilità, non si poneva il problema di affrontarlo visto che la maggioranza di governo doveva solo realizzare alcuni obiettivi politici come quello desiderato dal fu presidente Berlusconi e, come del resto più volte affermato, mettere in campo una rivalsa sui giudici.

La riforma avrebbe dovuto dare risposte certe ai cittadini rispetto a una macchina giudiziaria lenta che necessita di interventi mirati ma tale ipotesi non è stata neanche presa in considerazione nonostante si sarebbe resa necessaria vista l’ultima relazione della commissione europea per l’efficienza della giustizia che ha evidenziato i tempi di risposta della giustizia italiana estremamente lunghi rispetto alla media europea.

Tutto questo per il governo e la sua maggioranza, ma anche per tutti i sostenitori di questa pseudo riforma non sembra essere un problema.

È la rivalsa del governo sullo scontro in atto tra i poteri dello stato posto in essere dalla destra a cui si sta lavorando da ormai tanto tempo attraverso una serie di provvedimenti apparentemente slegati tra loro che stanno rendendo sempre più complicato lo svolgimento stesso del dovere d’indagine; vedasi la riforma delle intercettazioni telefoniche, la depenalizzazione di reati che dalla stessa magistratura sono considerati reati spia fino all’abolizione di reati quali l’abuso d’ufficio che, unitamente all’inasprimento delle pene per reati minori o alla creazione di nuovi reati volti ad impedire la partecipazione sociale dei cittadini hanno lo scopo non dichiarato di tacitare ogni voce in aperto dissenso con la destra post fascista al governo. 

La separazione delle carriere o, meglio, delle funzioni modificando l’assetto istituzionale dei magistrati non accelera i processi, non riduce l’arretrato, non migliora la qualità delle sentenze, i problemi reali della giustizia italiana, la lentezza dei procedimenti, la carenza di personale, la mancanza di risorse digitali e strutturali.

È un po’ come ridipingere le pareti di una casa che sta crollando; un gesto esteticamente rassicurante ma del tutto inutile e pericoloso.

Occorre, per altro, affermare con chiarezza che l’attuale sistema garantisce l’indipendenza dei giudici i quali, pur appartenenti allo stesso ordine ma con funzioni diverse, oggi sono soggetti solo alla legge; cosa che sarà difficile sia assicurata da due diversi Consigli superiori sdoppiati per funzioni.

Questa riforma, attraverso la separazione delle carriere, intende privare il pubblico ministero della garanzia di indipendenza assicurata dalla Costituzione attraverso il principio dell’unità della magistratura per poi magari assoggettare lo stesso pubblico ministero al potere dell’esecutivo. Questo comporterebbe da parte dell’esecutivo la possibilità di decidere quali reati perseguire e quali no. Del resto questa compagine governativa si è sempre dimostrata  insofferente nel rispettare la legge ergendosi in più occasioni al disopra della stessa; ne è dimostrazione l’atteggiamento rivolto in questi giorni dai membri del governo alla stessa magistratura contabile, la Corte dei Conti, in occasione della bocciatura del progetto esecutivo del ponte sullo stretto di Messina ma anche nella più volte dichiarata volontà di non rispettare le leggi internazionali comprese le sentenze della Corte Internazionale dei Diritti Dell’uomo.

In definitiva, la separazione delle carriere appare come una riforma ideologica molto più utile a lanciare messaggi politici che a migliorare la giustizia.

Intanto il Paese reale ha bisogno di tribunali che funzionino, di tempi certi, di accesso equo e rapido alla tutela dei diritti, di certezza della pena. Una vera riforma avrebbe investito nel personale, nelle strutture, nella tecnologia anziché minare il sistema che o tutt’oggi ha garantito equilibrio e indipendenza.

È quindi oltremodo chiara la volontà del governo di penalizzare l’azione giudiziaria in questo Paese, rischio per altro stigmatizzato anche nella relazione della competente commissione alle Nazioni Unite che esprime tutta la preoccupazione su tutti i contenuti della riforma a partire dallo sdoppiamento del consiglio superiore della magistratura in due separati consigli: uno per la magistratura giudicante e l’altro per la magistratura inquirente, nel tentativo di isolare il P.M.

Dobbiamo impedire che ciò avvenga e ripristinare i principi costituzionali.

Da comunisti siamo impegnati, fin da subito, in questa campagna referendaria per ripristinare l’equilibrio tra i poteri a difesa della Costituzione e delle libertà democratiche dei cittadini.

Saremo al fianco del comitato, impegnati, nei prossimi giorni, nelle piazze dove invitiamo i cittadini alla partecipazione attiva al confronto e all’impegno contro il pericolo di questa riforma per il futuro e la prospettiva del Paese.

PARTITO COMUNISTA ITALIANO
Dipartimento Politiche istituzionali

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