Il PCI in Cina

Si è concluso ieri a Pechino il 15 Forum sul Socialismo Mondiale promosso dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS). Un’occasione di confronto di indubbio rilievo tra molteplici intellettuali, partito comunisti, socialisti e movimenti progressisti dei diversi continenti che, nelle giornate del 3 3 e 4 novembre, sono stati chiamati a confrontarsi su questioni di assoluta stringente attualità.

Il titolo dato al Forum è oltremodo indicativo: “Ad uno snodo cruciale della storia: le scelte di tutte le nazioni”. Il riferimento è ai cambiamenti epocali che connotano al fase che si sta vivendo, alle opportunità, ai rischi, ai pericoli presenti, alle scelte da compiere nell’interesse dei popoli.

In tale contesto, per il PCI sono intervenuti: Mauro Alboresi, chiamato ad affrontare il tema “salvaguardare i risultati della guerra mondiale antifascista e l’ordine internazionale del dopoguerra” e Francesco Maringiò, chiamato a coordinare i lavori della sessione dedicata ai giovani.

Intervento del segretario nazionale Mauro Alboresi:

Salvaguardare i risultati della guerra antifascista mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra.

Desidero innanzitutto ringraziare gli organizzatori di questo 15° Forum socialista mondiale, un’occasione di confronto davvero importante tra diverse soggettività su un insieme di questioni che connotano la fase politica con la quale siamo chiamati a misurarci.

Considero la questione in oggetto di assoluta stringente attualità.

Il fascismo, infatti, con buona pace dei fautori di tale tesi, non è finito nel 1945, con la fine della seconda guerra mondiale, con la sconfitta del nazifascismo, della quale da poco si è celebrato l’80° anniversario.

Il fascismo, la cui genesi è nota, è andato oltre tale evento, come dimostrano le esperienze che hanno investito tanta parte del mondo, emblematico quanto riferibile al Sud America, ma anche all’Europa, in altre parole non se ne è mai andato, ha continuato ad agire, in qualche caso apertamente, largamente dietro le quinte.

Oggi assistiamo ad un suo riproporsi, certamente diverso da quello di ieri, da quello conosciuto, ma tale, e l’Europa, dove tale fenomeno è nato, si ripropone all’attenzione generale.

Oggi i fascisti si travestono da populisti, da sovranisti, da patrioti, si definiscono in vario modo, cercando per quella via di offuscare la continuità tra fascismi vecchi e nuovi, ma l’attualità evidenzia il riproporsi dei caratteri propri del fascismo, a partire da quello razzistico.

Assistiamo, infatti, ad un crescendo di posizioni ancorate all’idea di un suprematismo occidentale, bianco, accompagnato da una demagogia crescente volta ad acquisire il consenso dei tanti “diseredati della globalizzazione”, delle classi immiserite, di coloro che hanno pagato e pagano il costo delle politiche affermatesi all’insegna del liberismo e che si ritrovano sempre più poveri, insicuri, soli.

A costoro si indica un nemico- lo straniero, il diverso- si offre l’illusione del riscatto attraverso l’odio.

Sono parte di ciò le politiche migratorie in atto, sempre più ancorate alla criminalizzazione, alla repressione.

È un dato di fatto che forze di estrema destra, manifestamente, dichiaratamente fasciste, guidano, partecipano, sostengono i governi in diversi Paesi, e che vengono promossi concetti razzisti, xenofobi, sciovinisti e discriminatori che mettono in discussione l’idea stessa di uguaglianza.

È oggettivo che l’Unione Europea ha portato e porta avanti operazioni di falsificazione e riscrittura della storia, mirando ad imporre un pensiero unico, a diffondere concezioni reazionarie e fasciste, promuovendo l’anticomunismo ed attaccando la democrazia.

Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali, la restrizione degli spazi di intervento in capo ai governi, ai parlamenti, ai cittadini europei, evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall’Unione Europea.

Il militarismo e l’interventismo nelle relazioni internazionali ne segnano la politica estera, come ha dimostrato e dimostra la guerra in Ucraina (per non dire dell’ipocrisia dimostrata relativamente all’azione di Israele, sempre più immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, nei confronti della Palestina).

L’Unione Europea si configura sempre più come un blocco imperialista in formazione, è sempre più immersa, con la NATO, in una deriva bellicista che ha come oggetto lo scontro tra occidente ed oriente, quell’ordine mondiale unipolare a guida USA che non regge più, ma che si vuole sostenere ad ogni costo, anche con la guerra, tentando per quella via di opporsi ad un assetto multipolare al quale guardano sempre più Paesi e popoli.

Entro tale contesto si colloca anche l’esperienza di un Paese come l’Italia, da ormai tre anni guidato da una compagine governativa di destra-centro, la cui presidente Giorgia Meloni è leader del partito Fratelli d’Italia, che affonda oggettivamente le proprie radici nel fascismo.

Siamo di fronte ad un governo pienamente dentro tale schema atlantista, europeista, teso a negare le radici antifasciste della Repubblica Italiana, il valore politico e civile della lotta di liberazione dal nazi-fascismo, il lascito della Resistenza, della quale la Costituzione rappresenta il programma politico.

Un governo che spinge ancor più in avanti quel processo di svilimento, di appannamento dei principi e dei valori costituzionali, di modifica dei contenuti della stessa, che da tempo denunciamo, funzionale a supportare la ristrutturazione capitalista in atto, che punta ora ad affermare il premierato, la subordinazione della magistratura al potere politico, che criminalizza il dissenso, restringe gli spazi di democrazia, confermando la deriva autoritaria in atto.

Una politica che trova sempre più riscontri in diversi altri Paesi europei, a conferma del processo continentale con il quale si è chiamati a fare i conti.

Il fantasma del fascismo si aggira per il vecchio continente, per il mondo, esso ha le sembianze del capitalismo occidentale che si misura con la propria crisi strutturale e che porta con sé guerra e devastazione, sociale ed ambientale, una vera e propria crisi di civiltà.

Tocchiamo con mano un’internazionale di estrema destra con chiari caratteri fascisti, ed a fronte di ciò, del tanto che accade, delle ragioni profonde che ne sono alla base, è necessario non abbassare la guardia.

È tempo di antifascismo militante, di articolare sempre più e meglio l’iniziativa tra le forze comuniste, di sinistra, progressiste, che sono impegnate ad impedire la riproposizione di pagine tra le più buie della storia dell’Europa, dell’umanità, per salvaguardare i risultati della guerra antifascista mondiale.

Tra tali risultati assoluto rilievo ha assunto quanto attiene all’ordine internazionale, ossia a quell’insieme di principi fondamentali a governo delle relazioni tra gli Stati codificato nel 1945, attraverso l’adozione della Carta delle Nazioni Unite.

È da rimarcare il fatto che la Cina sia stato il primo Paese ad apporvi la firma, ciò dice tanto del come la stessa si sia posta, si ponga verso l’ordine internazionale.

Oggi sono in molti a sottolineare come l’ordine internazionale liberale uscito dalla seconda guerra mondiale sia progressivamente entrato in crisi.

All’ordine bipolare che ha caratterizzato i decenni successivi alla stessa, e che in quanto tale forzava il principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite della sovrana uguaglianza tra tutte le nazioni che ne fanno parte, è andato sostituendosi da oltre un trentennio, sull’onda di un capitalismo propostosi come trionfante dopo la caduta dell’URSS, un nuovo ordine mondiale unipolare a guida USA.

Le politiche aggressive, da “gendarmi del mondo”, che questi ed i loro alleati hanno promosso nel tempo in ampie aree del pianeta (un lungo elenco è possibile al riguardo) hanno svuotato progressivamente l’ONU del proprio ruolo, della propria funzione, sino a renderlo una sorta di simulacro.

Ciò, unitamente alla crisi sempre meno congiunturale, sempre più strutturale del capitalismo occidentale, all’emergere di altre soggettività nel mondo che non intendono sottostare a tale ordine unipolare e reclamano un proprio ruolo (emblematica l’esperienza BRICS +) ha prodotto quella che per tanti è la certificazione del crollo dell’ordine mondiale conosciuto.

Ciò porta con sé molteplici interrogativi su ciò che potrà essere il futuro.

È un dato di fatto che oggi si assiste ad una proliferazione dei conflitti armati, che coinvolgono soggetti sempre più rilevanti e tendono a durare sempre più nel tempo, portando con sé il rischio di un progressivo allargamento.

Ciò che via via è venuta meno è quell’azione diplomatica preventiva che ha caratterizzato la fase ascendente dell’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale, l’idea stessa della negoziabilità dei conflitti.

Come da più parti evidenziato, se fino a qualche tempo fa le aree strategicamente ed economicamente centrali del sistema internazionale sembravano destinate ad un futuro di pace, oggi la possibilità di una guerra tra grandi potenze al centro di tale sistema si è imposta all’attenzione generale.

L’alternativa tra pace e guerra è sempre più stringente, la crisi dell’ordine internazionale è resa evidente dalla crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.

Siamo di fronte ad una corsa generale al riarmo, con tutto ciò che ne consegue, al varo ed al rilancio delle alleanze militari (emblematico quanto ha investito la NATO) accompagnata da un linguaggio politico e diplomatico sempre più aggressivo.

Il quadro di principi, norme e regole volte a limitare, ad arginare la violenza, è venuto progressivamente meno; del nucleo centrale della convivenza internazionale post seconda guerra mondiale resta ben poco.

Contrariamente a quanto previsto dal dettato della Carta delle Nazioni Unite assistiamo all’ affermazione di una nozione estensiva del principio di prevenzione, lo stesso diritto umanitario internazionale è stato cancellato da tempo (quanto ha investito la Palestina ne è la drammatica testimonianza).

La crisi della natura liberale dell’ordine internazionale post seconda guerra mondiale è conclamata, e con essa è andato sgretolandosi il multilateralismo universalistico ed inclusivo, lasciando il posto ad un multilateralismo più frammentato, organizzato su scala regionale.

Siamo di fronte ad un processo che ha messo in discussione alla radice la stessa globalizzazione liberista, il suo senso, la sua portata, indirizzandola verso altri scenari.

Il mondo sembra prepararsi sempre di più alla guerra; noi siamo tra coloro che non si rassegnano alla tesi per la quale il conflitto tra Paesi in ascesa e Paesi in declino è inevitabile.

Ci convince la posizione per la quale stare dentro ad un ordine internazionale non significa accettare acriticamente le procedure e le regole stabilite da uno (da oltre un trentennio dagli USA) ma concorrere a rendere sempre più giusto ed equo il sistema di relazioni tra Stati, per tutti. 

L’ingresso della Cina nella “nuova era”, che coincide con l’inizio della leadership di Xi Jinping, ha portato con sé un’idea basata sulla soppressione dei conflitti, sul rispetto reciproco tra sistemi politici e modelli di sviluppo diversi, su una sempre più stretta collaborazione.

Come dallo stesso sottolineato, la Cina difende l’ordine fondato sul diritto internazionale e sugli scopi ed i principi della Carta delle Nazioni Unite uscita dalla seconda guerra mondiale.

La Cina, sotto la guida del Partito Comunista, è un Paese volto alla pace, più in generale essa è un punto di riferimento per il movimento comunista internazionale.

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