I recenti sviluppi sulla vicenda Ex-Ilva confermano con drammatica chiarezza ciò che il Partito Comunista Italiano sostiene da tempo: nell’epoca del capitalismo assoluto, lo Stato non è un arbitro al servizio del popolo, ma il comitato d’affari delle multinazionali e dei soliti “potenti”. La crisi dell’acciaio non è una fatalità, ma il risultato calcolato di decenni di politiche di smantellamento industriale, di privatizzazioni e di sottomissione ai dictat dell’Unione Europea e dei grandi gruppi finanziari.
Il Partito Comunista Italiano, annunciò questo pericolo già all’epoca dell’acquisizione da parte del Arcelor Mittal, quando i grandi proclami di successo invadevano la stampa nazionale con il tentativo di inebriare l’opinione pubblica. Tutto questo era ampiamente prevedibile come da noi denunciato. Adesso è evidente, le nostre posizioni sono frutto di analisi reali, e figlie della consapevolezza che questo sistema capitalistico non può portare a nulla di positivo per lavoratrici e lavoratori salariati, dei quali, ai grandi gruppi finanziari e alle politiche di questi governi che si sono succeduti, non è mai importato nulla, perché parte integrante e motore del sistema capitalistico.
A Taranto, il governo Meloni svela il suo piano: la chiusura.
L’annuncio dell’aumento della cassa integrazione a 6.000 lavoratori a Taranto e l’abbandono dell’incontro da parte dei sindacati non sono un incidente di percorso. Sono la prova che il governo, al servizio dei fondi speculativi, non ha alcun piano industriale, ma solo un progetto di liquidazione. Le chiacchiere su “acquirenti segreti” e sulla “decarbonizzazione” servono a mascherare l’unico obiettivo: spezzare la resistenza operaia, impoverire i lavoratori con la CIG e preparare il terreno per la definitiva dismissione. La rottura delle trattative da parte di Fim, Fiom e Uilm è un segnale importante, ma deve essere solo il primo passo verso una mobilitazione generale che unisca tutto il paese.
A Genova, la sindaca Salis nei mesi scorsi illudeva con il “capitalismo green”.
Dall’altra parte, a Genova, si consuma un’altra tragedia: quella dell’illusione. L’apertura della Sindaca Salis al forno elettrico, seppur condizionata, si basa sulla pericolosa favola di una “transizione ecologica” compatibile con il profitto privato. La sua richiesta di “rassicurazioni scientifiche” è legittima, ma è ingenua se pensa che lo Stato borghese e i potenziali investitori – dai fondi speculativi alle multinazionali – abbiano come priorità la salute dei cittadini e dell’ambiente. La storia dell’Ilva di Taranto insegna che i “dati scientifici” vengono manipolati e che le “compensazioni” sono sempre moneta di scambio per imporre scelte dannose.
La contraddizione nella sua maggioranza, tra chi applaude e chi contesta, è la fotografia di una sinistra istituzionale incapace di una rottura netta con il sistema. Il problema non è “ascoltare i cittadini”, ma chi detiene il potere reale sulle scelte produttive.
La nostra linea è chiara e non ammette ambiguità:
Nazionalizzazione immediata! L’intero complesso siderurgico nazionale, da Taranto a Genova, deve essere sottratto agli interessi privati e posto sotto la gestione diretta dello Stato, con un piano di produzione pubblico e un comitato di gestione composto da tecnici e rappresentanti eletti dai lavoratori.
No alla cassa integrazione, sì alla piena occupazione! Non un posto di lavoro in meno, non un operaio in cassa integrazione. Lo Stato investa le risorse necessarie, sottraendole dalle spese militari, per il ripristino e l’ammodernamento in sicurezza di tutti gli impianti.
Piano pubblico per la riconversione ecologica. La decarbonizzazione non può essere un alibi per i licenziamenti. Deve essere un processo pianificato pubblicamente, che unisca la tutela dell’ambiente alla difesa e all’espansione dell’occupazione, sviluppando le tecnologie necessarie sotto il controllo dei lavoratori e delle comunità.
Il Partito Comunista Italiano chiama all’unità di lotta nazionale. La battaglia dei lavoratori di Taranto è la battaglia di tutti. Costruiamo un fronte unico di lotta che unisca i lavoratori dell’acciaio, i comitati territoriali, i sindacati di base e tutte le forze antagoniste, per uno sciopero generale che blocchi il piano di smantellamento.
Non ci fidiamo né del governo delle grandi bugie, né delle amministrazioni locali che trattano con chi ha messo in campo scientificamente politiche aziendali e di mercato ben precise con lo scopo di portare alla chiusura dell’Ex Ilva per incrementare il potenziale mercato nelle mani delle altre multinazionali. Perché questo è!
La nostra unica fiducia è nella capacità di lotta della classe operaia, nell’organizzazione dal basso e nella prospettiva rivoluzionaria di un socialismo in cui la produzione sia al servizio del popolo e non del profitto.
Né con Urso, né con Salis. Con i lavoratori, sempre.
Per un piano pubblico dell’acciaio!
Silvano Chierotti
Dipartimento lavoro PCI Liguria




