Il PCI al 25mo congresso del Partito Comunista Svizzero

Si è tenuto ad Arbedo-Castione (vicino Bellinzona) sabato 8 novembre e domenica 9 novembre 2025 il 25mo congresso del Partito Comunista Svizzero: un partito, originato da una costola del Partito del Lavoro, ovvero la “sezione” del Canton Ticino dello stesso, e divenuto negli anni una forza politica autonoma con aspirazione nazionale anche sugli altri cantoni, che ha molto da insegnare a tanti, anche in Italia, su cosa sia la forza di volontà, il lavoro politico e l’aspirazione ad essere un partito “di quadri a vocazione di massa”, che non significa essere nel presente “di massa”, ma avere le carte in regola per reggere ogni tipo di confronto politico anche verso forze attualmente maggioritarie.

Mentre da noi, come in altri paesi, ci si vergogna della parola “Comunista” e si attivano processi politici per mascherare o dissimulare la stessa definizione, con la scusa di un “coinvolgimento più ampio”, in Svizzera un giovane gruppo dirigente già nel 2007 decise di invertire questa tendenza e di cambiare il nome di una sezione cantonale, divenendo nel tempo un partito a tutti gli effetti con aspirazione nazionale, oltre a mantenere un saldo radicamento nel Canton Ticino.

Sempre più giovani nella politica elvetica si sono avvicinati a questo partito, rendendo nei fatti l’età media dei militanti attorno ai 30 anni, una delle più basse sicuramente tra i partiti presenti in Svizzera, ma anche rispetto a partiti di molti altri paesi europei.
Una composizione della militanza, quella del Partito Comunista Elvetico, che attinge anche dall’esperienza della forte organizzazione studentesca SISA (Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti), e che forma quadri preparati a tutti i livelli.

Il segretario rieletto, Massimiliano Arif Ay, ha incentrato la sua analisi su un tema che dovremo imparare a riportare in auge anche in Italia, ovvero quello del “patriottismo operaio”, che permette di fare chiarezza in maniera più incisiva su quello che è divenuta oggi l’Unione Europea e sul ruolo sempre più dedito alle politiche di guerra che l’Alleanza Atlantica persegue. In particolare la Svizzera sta subendo un pesante influsso, attraverso la politica delle destre e delle sinistre “liberali”, convergenti come è solito verso il centro politico (ma non contenutistico o ideologico) per una rottura della storica neutralità che ha caratterizzato nel XX° secolo il paese elvetico, portandolo ad un lento avvicinamento al binomio UE-NATO. In particolare gli “Accordi Bilaterali III” fanno parte di un pacchetto legislativo, sostenuto in prima battuta da PLR e Socialisti, che con la scusante della cooperazione con l’Unione Europea inserisce elementi sempre più pervasivi di deregolamentazione e di perdita di sovranità dello stato su importanti settori economici e strategici, tra i quali il settore agricolo e i trasporti.

Sempre nel solco del “patriottismo operaio” è stata rivendicata la campagna che il Partito Comunista ha portato avanti sulla neutralità, attraverso la costruzione del “Fronte per la neutralità e il lavoro”, che i comunisti svizzeri guidano politicamente e indirizzano in chiave anti-NATO: poiché almeno sul tema della neutralità si sono sviluppate delle sincronie di carattere tematico, almeno nelle intenzioni, con il partito UDC (destra nazionale conservatrice), i comunisti sono stati accusati, sia da forze di centrosinistra che da altre forze movimentiste di sinistra, di essere in qualche modo “collusi” con le destre, ma questo, come hanno prontamente risposto in diversi interventi del loro congresso, rappresenta semplicemente, soprattutto rivolgendosi ad altre forze della sinistra movimentista, una sostanziale immaturità di visione nella strategia politica e una totale mancanza di capacità di connettersi con il sentire popolare e dei lavoratori, che sul tema della pace e della guerra sentono molto di più le loro aspettative ed esigenze, e semmai, se questi votano a destra o non votano, la colpa è in gran parte di quella “sinistra” o di quel “centrosinistra” incapace di rappresentarli nelle loro esigenze e difficoltà, ponendosi esclusivamente in maniera pedagogica senza un minimo di connessione ed analisi dei fabbisogni e delle problematiche concrete; così facendo, si lascia il campo libero a forze populiste di destra che utilizzano alcune tematiche dove la sinistra è carente per portare poi la loro visione anti operaia e piccolo borghese all’interno del corpo elettorale dei lavoratori.

Parole comuni e un sentire comune, col Partito Comunista Svizzero, che possono essere un patrimonio per rilanciare, come buona prassi e buon esempio, anche l’azione del Partito Comunista Italiano, che si trova a dover affrontare le numerose contraddizioni e insidie di una politica italiana e di un sentire comune stritolato dal solito binomio “centrodestra-centrosinistra”; oggi peraltro, come italiani scontiamo l’aggravante della degenerazione politica, che a destra si manifesta con Salvini e Meloni, mentre a sinistra si era già manifestata ampiamente con Renzi, lasciandosi dietro numerose macerie e rovine, non solo elettorali – cosa più risolvibile – ma soprattutto culturali e di visione, espungendo ogni impostazione che potesse essere pur minimamente considerata realisticamente improntata a un minimo di socialismo.

Luca Rodilosso – Resp. Europa PCI

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