Domenica 16 novembre si sono svolti in Cile il primo turno delle Elezioni Presidenziali, l’elezione della Camera delle Deputate e dei Deputati e quella parziale del Senato.

Ciò alla scadenza del mandato presidenziale di Gabriel Boric, espressione di due coalizioni (una di sinistra e l’altra di centrosinistra).

La Presidenza Boric, il cui governo era composto anche da quattro ministre e ministri comunisti, partito che per un certo periodo ha avuto in carico anche la Presidenza della Camera, è nata come espressione elettorale dell'”estallido social”, la grande mobilitazione popolare che nel 2019 scosse gli equilibri politici e sociali cileni, mettendo in discussione il sistema neoliberista installato a partire dal 1975 dai “Chicago Boys” di Milton Friedman, incaricati da Pinochet. La continuità di questo sistema fu una delle clausole dell’accordo per la transizione alla “democrazia” sancito dal plebiscito del 1988 e i governi civili succeduti alla dittatura, di centrosinistra e di centrodestra, non lo hanno mai messo in discussione ma lo hanno invece approfondito.

Dal 1990 si è venuta sviluppando una democrazia “nei limiti del possibile” (come affermò significativamente nel 1990 il primo Presidente civile post dittatura, il democristiano Patricio Aylwin), fondata sulla Costituzione promulgata dal regime di Pinochet nel 1980, parzialmente emendata in seguito ma ancora in vigore. Questa Costituzione prevedeva un sistema elettorale, poi cambiato, che ha impedito per diversi anni il ritorno del Partito Comunista nel Congresso (parlamento bicamerale).

Il Partito Socialista, che fino alla fine degli anni ’70 era su posizioni marxiste e rivoluzionarie (a volte di un massimalismo parolaio irresponsabile e che misero in difficoltà lo stesso Allende), ha attraversato una fase di profonde divisioni per poi ricollocarsi, fin dall’inizio della transizione alla democrazia, su posizioni neoliberali ed è irriconoscibile rispetto al PS di Salvador Allende.

Sono ormai passati trentacinque anni dalla fine della dittatura ma la trasformazione del Cile operata da Pinochet è ancora ben visibile. La sinistra è profondamente, geneticamente mutata e solamente il Partito Comunista del Cile è riuscito negli anni a riprendere forza organizzativa ed elettorale, mantenendo la sua identità marxista e leninista.

L'”estallido social” del 2019 creò le condizioni per convocare una Convenzione Costituente, eletta a suffragio universale, incaricata di scrivere una nuova Carta fondamentale che trasformasse il Cile in uno Stato Sociale di Diritto, fondato sulle autonomie locali e la partecipazione popolare. La campagna mediatica ostile, il riflusso della mobilitazione, l’inesperienza dei costituenti (che scrissero una Carta che sembrava più un programma politico dettagliato che una Costituzione), le difficoltà parlamentari di Boric, dove il governo era in minoranza, che hanno impedito l’applicazione di larga parte del programma riformista, portarono a una bocciatura referendaria della nuova legge fondamentale dello Stato.

Anche un secondo tentativo, di segno conservatore, venne bocciato dagli elettori.

Il governo del Presidente Boric ha quindi dovuto dichiarare conclusa la fase costituente. In Cile vige ancora la Carta di Pinochet, la mobilitazione dei lavoratori e sociale è stata in questi anni parziale e occasionale, il Congresso ha sistematicamente ostacolato e bocciato le riforme previste dal programma, carabineros e forze dell’ordine hanno mantenuto il loro carattere repressivo e i morti e feriti da loro provocati nel 2019 non hanno avuto giustizia.

Nonostante questo quadro i ministri comunisti e soprattutto la ministra del Lavoro e candidata alla Presidenza Jeannette Jara, sono riusciti a far passare riforme contrattate ma sostanziali, come la riduzione dell’orario di lavoro settimanale a quaranta ore, l’aumento dei salari e la parziale ma importante riforma previdenziale.

Ma il Cile resta un Paese in mano agli oligarchi, che detengono anche il monopolio dell’informazione.

Ed è proprio grazie al sapiente uso di questo monopolio che sono riusciti ad ostacolare in maniera determinante una presa di coscienza popolare sulla Costituente e la situazione politica, approfittando anche del fatto che la capitale Santiago del Cile e forse poche altre grandi città sono il centro della politica e della mobilitazione, ma nei suoi 1.400 km di lunghezza il Cile è abitato da persone disperse in piccole cittadine, villaggi e luoghi isolati, dove per la sinistra e i sindacati è difficile svolgere un’azione capillare di informazione, che è invece sistematicamente portata avanti dall’oligarchia per mezzo dei suoi strumenti mediatici di formazione e manipolazione del consenso.

Il Paese sudamericano è quindi arrivato alle Elezioni con un governo al quale è stato impedito di attuare il suo programma, un Presidente (Boric) a volte contraddittorio nella sua politica interna; timido nel contrasto all’attitudine repressiva e alla profonda corruzione che caratterizzano i corpi armati e di sicurezza dello Stato; assai determinato invece nel denunciare quelle che (secondo lui) sarebbero le condotte autoritarie e antidemocratiche di Paesi come Venezuela e Nicaragua.

Il tutto in un quadro, anche internazionale, mutato rispetto al 2019, con un Trump “risorto”, un Milei che in Argentina ha saputo indirizzare verso obiettivi ultra liberisti e antidemocratici il malcontento sociale derivato dalla delusione per il precedente governo di Centrosinistra, una diffusione della delinquenza comune (manovrata e foraggiata), con le conseguenti campagne securitarie. Un malcontento che in passato ha spinto verso soluzioni progressiste, a sinistra e che oggi rischia di essere trasformato in un movimento reazionario di massa, del quale Kast sarebbe l’espressione governativa.

La destra si è presentata divisa al primo turno delle Presidenziali, permettendo che la comunista Jeannette Jara, sostenuta da un arco di forze che va dal PC alla DC, si piazzasse al primo posto con il 26,8% dei voti.

Ma ci vuole poco a prevedere che queste divisioni saranno in gran parte superate per permettere l’elezione di Kast al ballottaggio.

Naturalmente niente è già scritto e non è escluso che Jara possa vincere. Ma dovrà trovare il consenso non nell’astensionismo (in Cile il voto è obbligatorio) ma in quei ceti popolari e medi che si sono fatti convincere dalla propaganda neo-pinochettista esplicita e da quella destra “moderata” che ha basato la sua campagna sulla rivendicazione di politiche liberiste e securitarie.

Se la compagna Jara (come auspichiamo) verrà eletta Presidente del Cile si troverà di fronte un Congresso (Camera e Senato) con un Partito Comunista che ha guadagnato seggi, ma che vede anche una destra più forte rispetto al periodo del mandato presidenziale di Gabriel Boric.

Il Cile si trova di fronte ad un bivio: se vincerà Jara dovrà cercare di mantenere aperta la via che può portare ad un consolidamento e ampliamento degli spazi democratici, tentando di continuare un’azione di governo riformista che si dovrà confrontare con l’ampiezza e diversità interna della coalizione e soprattutto con lo scoglio parlamentare. Se vincerà Kast la sinistra e il movimento democratico e popolare cileno si troveranno di fronte alla brusca interruzione dell’incompiuto processo di apertura democratica aperto nel 1988 con il plebiscito e all’instaurazione di un governo autoritario e repressivo che, “nei limiti del possibile”, cercherà di rimangiarsi gli spazi democratici e le conquiste ottenute dai lavoratori e dal popolo cileno nel quadro di una transizione democratica rimasta incompiuta.

Le regole del gioco, come sempre, potranno essere rotte soltanto dal conflitto sociale, di classe e dalla mobilitazione di massa.

Il Partito Comunista del Cile rappresenta il principale ostacolo sia per l’oligarchia tradizionale che per quelle forze “democratiche” che vorrebbero tornare ad un sistema elettorale che escluda i comunisti dalle istituzioni e riporti il quadro politico ad una alternanza fra un Centrosinistra neoliberale e una Destra “presentabile” ma pur sempre espressione di quei “momios” (oligarchi economici e politici) che brindarono nelle loro case quando Allende moriva al suo posto di combattimento e che sarebbero pronti ad organizzare un altro golpe se i loro privilegi venissero nuovamente messi in discussione.

PCI – Dipartimento Esteri

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