Che dire dell’assoluzione dell’unico imputato nel processo per la morte di Luana D’Orazio? Uccisa a 22 anni mentre lavorava. Straziata da un orditoio al quale erano state tolte le protezioni. Fatalità? Imprudenza? Distrazione? No, omicidio sul lavoro.
Non stiamo a sindacare sull’assoluzione del tecnico manutentore della macchina per non aver commesso il fatto. Ciò che si pretende non è la vendetta conto un colpevole ma la giustizia per la vittima. Quello che è doveroso e necessario rimarcare con nettezza come spesso, nei processi per le vittime di infortuni sul lavoro, non vengano individuati i colpevoli e come sia facile, quando ci sono responsabilità acclarate, assistere a condanne irrisorie.
Del resto, nei processi per le morti nel lavoro, è “normale” che non ci sia una doverosa severità. Quanti processi che affrontavano quelli che sarebbe corretto definire “omicidi sul lavoro” sono finiti in un nulla di fatto. Assoluzioni, prescrizioni, condanne che sarebbe doveroso definire ridicole data l’esiguità della pena. Questa è la normalità alla quale ci stiamo abituando. Risulta facile minimizzare, sottovalutare, dimenticare.
Chi si ricorda, forse, delle sentenze del processo Marlane, azienda tessile di Praia a Mare nella quale sono morte oltre 100 persone per varie forme di cancro? Non importa se nelle motivazioni si possano leggere frasi che raccontano come in quello stabilimento insista un inquinamento pericoloso, come ci siano state evidentemente gravi mancanze di sicurezza ma che risultava impossibile stabilire responsabilità personali e che, quindi, tutti gli imputati dovevano essere assolti per non avere commesso il fatto.
Il risultato è lo stesso del processo per l’orribile morte di Luana D’Orazio: nessun responsabile. Certo, alcune condanna sono state comminate ai due titolari dell’azienda che hanno patteggiato pene di due anni e di un anno e sei mesi di reclusione con entrambe sospensione condizionale.
Tutto si è fermato là. Chi ha tolto le protezioni all’orditoio è un fantasma.
Ma quale giustizia può esistere se, in pratica, il risultato è di ritenere che la colpa sia della “macchina assassina” oppure che la vittima avrebbe dovuto prestare più attenzione, che forse si è distratta o che sia stata la solita tragica fatalità.
No, cari signori, colpevoli ci sono eccome.
Una giovane mamma è stata uccisa il 3 maggio del 2021 durante il lavoro e non è possibile restare indifferenti. Noi non possiamo, non vogliamo farlo per lei e per le migliaia di lavoratori e lavoratrici uccise da un sistema la cui priorità è il profitto personale di qualcuno e non la sicurezza, il rispetto e il benessere di chi lavora.
È il sistema che offende le persone. Un sistema che garantisce impunità a chi comanda e sfruttamento a chi viene considerato poco più di un ingranaggio. Un sistema irriformabile che deve essere cambiato dalle radici.
No, noi non possiamo restare indifferenti a queste ingiustizie e, tenendo ben stretto il ricordo di Luana, abbracciamo il dolore dei suoi familiari. Il nostro impegno di comunisti deve continuare e continuerà finché non sia possibile vivere in una nuova società che impedisca, e non a parole, lo sfruttamento e la mancanza di sicurezza nel lavoro. Questo lo dobbiamo a Luana D’Orazio e a tutte le vittime sul lavoro.
Giorgio Langella
Dipartimento Lavoro PCI




