In Sardegna il problema di come coniugare virtuosamente la questione ambientale con il lavoro, la salute con l’occupazione non ha mai avuto grande rilevanza nelle agende delle varie giunte regionali che si sono avvicendate nelle stanze del potere in questi ultimi decenni.
Mai, come in questi ultimi tempi, i venti di guerra investono anche i nostri territori, soffiano minacciosi e rischiano di travolgerci e trascinarci in una catastrofe.
Interrogativi e dilemmi, presenti da secoli in Sardegna che si intrecciano con il saccheggio colonialistico che il capitalismo italiota e straniero ha attuato nell’’Isola da almeno due secoli. Per non citare l’occupazione militare di una parte significativa del suo territorio che dura da ormai settant’anni.
Vediamo come risponderà l’attuale giunta regionale e, in primis, la Presidente Todde. Se, in coerenza con quanto ha dichiarato all’inizio del suo mandato, vuole davvero difendere e preservare i territori della Sardegna dagli assalti speculativi e dagli insediamenti che fabbricano armi e strumenti di morte per i vari teatri di guerra sparsi nel mondo.
La questione dirimente di queste settimane riguarda la RWM di Domusnovas, la fabbrica che produce bombe e munizioni e che, nei giorni scorsi, ha annunciato la nuova linea di produzione in collaborazione con un’azienda israeliana di droni, cosiddetti kamikaze: ulteriori strumenti per contribuire al genocidio del popolo palestinese.
Qualche mese fa, la Giunta regionale, anche a seguito delle rimostranze e delle richieste di varie organizzazioni politiche e associazioni, tra i quali anche il nostro Partito, ha deciso di sospendere la decisione se concedere o meno l’autorizzazione alla RWM per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas (Sulcis).
Naturalmente l’azienda che produce bombe e ordigni bellici ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo, il quale ha ordinato, alla Presidente della regione, di fornire una risposta entro Natale, in relazione alla sanatoria, (a posteriori), della procedura di Valutazione di impatto ambientale per i lavori (abusivi e già realizzati nello stabilimento sulcitano) di ampliamento. In caso contrario, la decisione finale sarà rimessa al ministero dell’Ambiente.
Nel frattempo, fuori dai cancelli della fabbrica e sotto il Palazzo della Regione Sardegna, si susseguono le manifestazioni di quanti si battono da anni per la chiusura o la riconversione della fabbrica di morte.
Anche la posizione del PCI, che assieme alle altre forze ambientaliste e pacifiste è presente in questa battaglia, è chiara e perentoria: la Sardegna deve promuovere e sostenere una linea di sviluppo economico che, in prima istanza, rifiuti categoricamente ogni produzione di armamenti bellici. Ma, questa battaglia va coniugata, con l’annosa campagna del popolo sardo che mira a porre fine all’ insediamento delle basi militari e della NATO nei territori della Sardegna. La nostra Isola deve cessare di essere la portaerei della politica aggressiva e imperialista USA-NATO nel Mediterraneo.
La fabbrica RWM va chiusa o, se è possibile, va riconvertita a produzioni di pace. Non esiste una terza soluzione.
Il “dilemma etico” che contrappone il mantenimento dei livelli occupativi ad una scelta di principio, è un raggiro strumentale che governo e padronato contrabbandano per imporre una scelta cinica e bellicista.
Se davvero si ha la volontà di smetterla col produrre strumenti di morte e salvaguardare ed estendere l’occupazione in quella terra martoriata del Sulcis, occorre un piano di riconversione realistico, partecipato e orientato al futuro.
Esistono e sono presenti in RWM tutte le competenze e le strutture importanti per una riconversione virtuosa, orientata alla pace, allo sviluppo equilibrato e rispettoso del territorio e delle popolazioni:
– Saldatura, meccanica di precisione, elettronica, logistica.
– Infrastrutture: capannoni industriali, impianti di assemblaggio, laboratori di test.
– Risorse umane: circa 250 lavoratori diretti, più l’indotto.
Queste risorse possono essere riutilizzate in settori ad alta intensità tecnologica e manifatturiera. Se esiste la volontà politica, non è difficile immaginare quali sarebbero i settori alternativi per la riconversione:
A. Energie rinnovabili
– Produzione di componenti per turbine eoliche, pannelli solari, sistemi di accumulo.
– Collaborazione con aziende come Enel Green Power o Terna.
B. Tecnologie per l’agricoltura
– Droni agricoli, sensori per l’irrigazione intelligente, macchinari per la lavorazione del suolo. Il tutto, in consonanza con il forte potenziale agricolo e pastorale della Sardegna.
C. Robotica e automazione
– Assemblaggio di robot per uso civile, sanitario, educativo.
– Partnership con università e centri di ricerca come CRS4.
D. Industria del riciclo
– Impianti per il trattamento dei rifiuti elettronici e metallici.
– Economia circolare e sostenibilità.
La riconversione andrebbe di pari passo con la formazione e la transizione professionale:
– Corsi di riqualificazione per operai, con certificazioni spendibili.
– Accordi con ITS e Università di Cagliari per percorsi tecnici.
– Tutoraggio e accompagnamento per la transizione.
I finanziamenti e gli incentivi vanno trovati tra i Fondi europei (FESR, Just Transition Fund), i Programmi nazionali per le aree di crisi industriale complessa e tra gli Incentivi regionali per start-up e imprese innovative.
Ma occorre impedire l’antico andazzo di lasciare che le decisioni di tali processi siano interamente delegati a lor signori, i burocrati e i politici regionali; va, invece, rivendicata una governance partecipata: dunque, un tavolo permanente, che veda insieme sindacati, Regione Sardegna, comunità e associazioni locali, imprese e investitori.
Solo in questo modo la riconversione può essere trasparente, inclusiva e monitorata.
Intanto, occorre intensificare la mobilitazione per risolvere positivamente “il caso” RWM; essa deve diventare capillare, giornaliera; dobbiamo promuovere manifestazioni, fare controinformazione, organizzare presidi, anche permanenti, sotto il palazzo della Giunta regionale sarda, affinché la Presidente Todde non conceda l’autorizzazione all’ampliamento della fabbrica di morte.
La lotta paga, la battaglia può essere vinta.
Gian Carlo Portas
Segretario regionale PCI della Sardegna




