Ancora una volta assistiamo ad un atto di vergognosa censura: l’annullamento, a Torino, di un altro evento pubblico dedicato al confronto delle idee.
“Democrazia in tempo di guerra”, previsto per il 9 dicembre e pensato come un dialogo tra Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero, con la partecipazione di studiosi come Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, Roberto Lamacchia, Tomaso Montanari, Marco Revelli e Carlo Rovelli, viene cancellato. Annullato per una crescente e inquietante pressione che trasforma la critica in minaccia e il dissenso in colpa.
È difficile chiamarla in altro modo: questa è censura di fatto. È la negazione del principio stesso che regge una democrazia. E non basta dirsi “preoccupati”: qui siamo di fronte a una deriva che rischia di diventare sistema, di normalizzarsi, di insinuarsi nel modo in cui le istituzioni e gli spazi pubblici reagiscono alle voci non allineate.
Il diritto alla libera espressione non è una formula astratta, né un orpello costituzionale da celebrare nelle ricorrenze. È il fondamento del patto sociale. È l’idea, semplice e radicale, che una comunità cresce attraverso il confronto, anche acceso, tra posizioni diverse.
Cancellare un dibattito fra storici, filosofi, scienziati, giuristi e docenti universitari significa negare alla cittadinanza l’accesso a una riflessione collettiva, plurale, necessaria. Significa alimentare un clima in cui la paura del dissenso prende il posto della responsabilità del confronto. Significa, infine, ridurre la democrazia a una scenografia fragile, da mantenere intatta solo in apparenza.
E allora la domanda è inevitabile: dove stiamo andando? Fino a che punto siamo disposti a tollerare questo scivolamento silenzioso? Ogni rinuncia, ogni autocensura, ogni evento cancellato è un gradino in più verso un precipizio che non possiamo fingere di non vedere.
Di fronte a tutto questo, la solidarietà non basta ma è necessaria: piena solidarietà ad Angelo D’Orsi, ad Alessandro Barbero e a tutti gli studiosi coinvolti. È piena solidarietà a chi continua a credere che la democrazia viva nella qualità del discorso pubblico, e nella libertà di sostenerlo.
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
Dipartimento Comunicazione


