Elezioni presidenziali in Cile: la sconfitta sarà di breve durata!

José Antonio Kast, figlio di un ex ufficiale delle SS naziste emigrato in Cile nel dopoguerra con la famiglia, fu un collaboratore di Jaime Guzman, uno degli estensori della Costituzione pinochettista del 1980. Votò SI alla permanenza di Pinochet al potere nel plebiscito del 1988 e anche dopo il ritorno del Paese a governi civili elettivi ha sempre difeso la memoria del defunto dittatore, dichiarando recentemente che il golpe del 1973 contro Allende fu necessario e che, se Pinochet fosse ancora vivo e candidato, avrebbe votato per lui.

Ebbene, a trentacinque anni dalla fine della dittatura Kast è stato eletto a suffragio universale nuovo Presidente della Repubblica del Cile, con più del 58% dei voti validi e con l’85% di partecipazione al voto.

Come è potuto succedere? Occorre tornare indietro di mezzo secolo, al tragico 11 settembre del 1973.

“Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La Storia è nostra e la fanno i popoli (…) Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”.

Queste parole vennero pronunciate da Salvador Allende, Presidente socialista del Cile, nel suo ultimo discorso alla radio prima che i militari golpisti mettessero a tacere tutte le emittenti non allineate con il colpo di Stato.

Quel giorno le Forze Armate e i Carabinieri del Cile, guidati dal Comandante in Capo dell’Esercito, Augusto Pinochet, soffocarono nel sangue l’esperienza di Unità Popolare (coalizione di governo formata da socialisti, comunisti, cristiani di sinistra, radicali e alcuni piccoli partiti) che aveva vinto regolari Elezioni e stava aprendo la strada al superamento del sistema capitalistico e alla transizione pacifica e pluralistica al socialismo nel Paese sudamericano.

Nel settembre del 1970 il candidato presidenziale della coalizione di sinistra “Unità Popolare“, Salvador Allende, aveva ottenuto la maggioranza relativa del 36,3%. Come prescritto dalla Costituzione dell’epoca il Congresso (parlamento bicamerale) doveva ratificare l’Elezione scegliendo fra il primo e il secondo candidato con più voti popolari ricevuti. Di norma era sempre stato scelto il più votato dai cittadini, ma in questo caso non si trattava di una semplice alternanza di Presidenti, ma di un’alternativa fra la continuazione del sistema di produzione e della società capitalistica e l’apertura di una graduale ma decisa transizione ad un socialismo democratico e pluralista, che avrebbe comunque abbattuto i privilegi e il potere delle classi possidenti e dell’imperialismo USA nel Paese.

Il Cile e non solo stava vivendo anni di profondi movimenti sociali e politici. Perfino la Democrazia Cristiana sosteneva di essere un partito anticapitalista e negli anni della Presidenza Frei (1964-1970) avviò riforme avallate dagli USA, che mettevano in conto di perdere qualcosa per non perdere tutto.

Il colpo di Stato contro Allende iniziò in realtà fin dal giorno della sua Elezione. Venne ucciso con armi provenienti dagli USA il Comandante (anti golpista) in Capo dell’Esercito, René Schneider, e si formarono gruppi paramilitari controllati dalla destra, che perpetrarono sabotaggi e attentati terroristici durante i mille giorni del governo di Unità Popolare.

Alla fine la Democrazia Cristiana scelse di ratificare in Parlamento l’Elezione di Salvador Allende a Presidente della Repubblica, spinta dalla sua componente popolare progressista guidata dal candidato presidenziale sconfitto Radomiro Tomic e da una componente giovanile che stava in buona parte lasciando la DC e aderendo a Unità Popolare.

Il 24 ottobre 1970 Allende venne ratificato Presidente e il 3 novembre si insediò.

Le prime misure attuate dal nuovo governo nel 1970-71 per quanto riguarda l’aumento dei salari con il conseguente aumento della domanda di beni di consumo, provocarono un forte aumento della produzione e quindi dell’occupazione. Per la prima volta nella loro vita molti operai e lavoratori mangiarono carne regolarmente, poterono fare bere ai loro bambini un litro di latte al giorno tutti i giorni, ebbero assistenza medica, poterono avere ferie con due settimane di soggiorno al mare per tutta la famiglia.

Le banche, il commercio estero, le industrie principali vennero nazionalizzate. Furono stabilite tre aree economiche: quella sociale (statale); mista (a partecipazione statale); privata. I lavoratori si videro affidati compiti fondamentali di direzione. La riforma agraria (avviata dal conservatore Jorge Alessandri, portata avanti dal democristiano Frei che legalizzò i prima vietati sindacati contadini) ebbe un notevole impulso e il latifondo venne liquidato.

La nazionalizzazione delle miniere di rame e salnitro (prima in mano alle compagnie USA e parzialmente “cilenizzate” da Frei), risorsa fondamentale del Cile, incontrò un consenso unanime nel popolo, che permise al governo di disporre di fondi da investire nei programmi di costruzione dello stato sociale.

Va notato che nemmeno Pinochet osò privatizzare il rame, cosa che invece hanno in parte fatto i governi di Centrosinistra dal 1990 in poi.

Nel primo anno della Presidenza Allende gran parte del ceto medio non osteggiò il governo, perché l’aumento della domanda favoriva anche il commercio e la piccola e media industria. Alle Elezioni amministrative del 1971 Unità Popolare arrivò al 50,3% dei voti. Praticamente tutta la società cilena si occupava di politica. I giovani, i lavoratori, gli abitanti delle “poblaciones” (quartieri popolari) si organizzavano e partecipavano con entusiasmo al processo rivoluzionario in corso. Mai come in quei tre anni fiorì la cultura ad ogni livello: musicale, letterario, pittorico, teatrale.

Mano a mano che la controrivoluzione si andava organizzando si fece sempre più chiara la lenta ma inesorabile manovra golpista: merci fatte sparire dai negozi provocando file e mercato nero; iper inflazione; serrata degli autotrasportatori privati contro la creazione di una società statale dei trasporti (ma in realtà semplicemente contro il governo), provocando la paralisi dell’approvvigionamento; proteste delle “pentole vuote” (donne della borghesia che non avevano più latte per fare i loro dolci, utilizzato tutto dal governo per assicurarlo ai  bambini, o alle quali mancava la carne tutti i giorni perché dovevano “spartirla” con i lavoratori, che prima la mangiavano due o tre volte l’anno, ecc.).

La situazione interna del 1972 e soprattutto del 1973 venne caratterizzata dal passaggio del ceto medio (e quindi anche di larga parte del blocco sociale democristiano) a posizioni golpiste, in alleanza sempre più stretta con l’oligarchia reazionaria tradizionale, rappresentata dal Partito Nazionale.

Di questo cambiamento risentirono sempre di più le Forze Armate, i cui ufficiali erano o si consideravano ceto medio. I vertici leali alla Costituzione, dei quali il Comandante in Capo dell’Esercito, Carlos Prats, era la massima espressione, vennero progressivamente messi in minoranza e accusati di “allendismo” per la loro lealtà al governo eletto e partecipazione come ministri in determinate circostanze che lo resero necessario.

Nonostante ciò il consenso al governo di Unità Popolare si andava consolidando. Il risultato delle Elezioni parlamentari del marzo 1973 (44% circa alla sinistra di governo) convinse l’opposizione che non c’erano più modalità legali per sfiduciare Allende e destituirlo e che l’unica possibilità era un colpo di Stato condotto da civili e militari che, nelle illusioni della Democrazia Cristiana, avrebbe portato nel giro di poco a nuove Elezioni con una sinistra stroncata e una vittoria DC.

Come andarono le cose è storia nota. Meno noto è che Allende aveva deciso di sottoporre la continuazione della propria Presidenza a un referendum. In caso di sconfitta si sarebbe dimesso e avrebbe convocato nuove Elezioni. I militari anticiparono la data del golpe proprio per impedire l’annuncio del referendum, il cui risultato era tutt’altro che scontato.

Il fatto è che, anche nel caso in cui Allende fosse stato sconfitto nel referendum, la sinistra cilena e le sue organizzazioni di massa sarebbero rimaste in piedi, pronte a riconquistare il terreno perduto. Ma gli USA, i militari e la destra volevano attuare un piano più ambizioso, cioè l’eliminazione fisica, politica e sociale del movimento marxista, operaio e popolare del Cile, impedendo per sempre la sua rinascita.

Le migliaia di fucilati, assassinati, “desaparecidos”, esiliati, sono stati il frutto di un piano sistematico per privare il movimento popolare cileno delle sue teste pensanti e attivisti, per demoralizzare e impedire ogni tentativo di ripresa. Non a caso ci fu chi dette al golpe il nome di piano “Giakarta”, capitale dell’Indonesia dove nel 1965 vennero sterminati fra mezzo milione e un milione di comunisti. Un massacro di massa, supportato dagli USA, di cui nessuno parla più.

I fatti del Cile fra il 1970 e il 1973 influenzarono molto non soltanto la politica latinoamericana, ma anche quella francese e soprattutto italiana, paesi dove esistevano i partiti comunisti più forti dell’Occidente capitalistico e dove era all’ordine del giorno la possibilità di una vittoria elettorale della sinistra unita (in Francia) o del “sorpasso” elettorale nei confronti della DC (in Italia).

Il colpo di Stato di Pinochet provocò ripudio quasi generalizzato e manifestazioni di massa. Migliaia di profughi cileni trovarono in Italia non solo una terra d’accoglienza ma anche (allora) una situazione politica e una sinistra per molti versi affine a quella cilena.

Il Cile di oggi è un Paese con profonde disuguaglianze sociali, ereditate dalle politiche neoliberiste della dittatura e non superate o addirittura aumentate dai governi eletti succedutisi dal 1990 al 2022. L’esplosione della grande protesta sociale dell’ottobre 2019 ha rimesso in moto una situazione bloccata da 30 anni di liberismo “democratico”. Ma in Cile non esiste più il forte e ben organizzato movimento dei lavoratori e popolare che nel 1970 portò Allende alla Presidenza. Buona parte della sinistra, in primis il Partito Socialista che fu di Allende, hanno accettato fin dalle prime Elezioni del 1990 (o anche prima) il sistema neoliberale e hanno avuto una profonda mutazione genetica. La sfiducia dei cittadini in tutti i partiti, la mancanza di una cultura politica che dovrebbe essere installata da partiti di massa che non esistono, il monopolio dell’informazione da parte di due grandi soggetti privati, ecc., sono tutti fattori che favoriscono lo status quo.

Nel 2022 si è insediato un governo composto da una coalizione di sinistra e da una di centro sinistra, guidato dal Presidente Gabriel Boric. Il Partito Comunista guida quattro ministeri importanti e presiede la Camera dei Deputati. Ma il rapporto di forze parlamentare favorevole alla destra, una magistratura reazionaria e legata all’oligarchia, forze armate e dell’ordine caratterizzate da fatti di corruzione e palesemente di destra, hanno impedito l’attuazione del programma riformista del Presidente Boric, che non è esente da errori e tentennamenti. Il governo viene sistematicamente bloccato in Parlamento.

Ciò in un quadro che ha visto il fallimento del tentativo di dotare il Cile di una nuova Costituzione democratica e sociale (62% di no nel referendum) e la permanenza in vigore della “Costituzione” emanata nel 1980 dalla dittatura.

Il Partito Comunista del Cile è sottoposto ad attacchi sistematici non solo da parte dell’opposizione, ma anche di componenti (soprattutto PS e PPD) della coalizione di Centrosinistra.

C’è chi propone chiaramente un nuovo sistema elettorale che escluda o riduca rendendola marginale, la presenza comunista in Parlamento.

L’attacco al PC non è soltanto istituzionale ma avviene su tutti i piani. Daniel Jadue, popolarissimo Sindaco comunista di Recoleta, grosso comune dell’area metropolitana della capitale Santiago, è stato arrestato con false accuse che prendono di mira in realtà la sua amministrazione, che ha colpito gli interessi delle aziende farmaceutiche private. Si è formato un comitato internazionale per la sua liberazione (di cui fa parte anche il nostro partito) e un primo risultato è stata la trasformazione della sua carcerazione preventiva in detenzione domiciliare.

Il Partito Comunista è stato ed è il baluardo più solido del movimento popolare e democratico cileno. È stato un asse portante della lotta contro la dittatura di Pinochet ed è riuscito a riacquisire forza sociale e rappresentanza parlamentare in questi difficili decenni post dittatura.

Fa parte di un governo che non di rado sostiene posizioni, ad esempio sulle Elezioni venezuelane, non condivisibili, ma è riuscito a differenziarsi e nello stesso tempo ad incalzare il governo ad attuare il programma che si è dato. Un programma che non è certo quello di Allende ma che, se fosse stato attuato, avrebbe costituito un forte progresso nella lunga lotta per la trasformazione del Cile.

Jeannette Jara, ex ministra del Lavoro comunista e candidata sconfitta alla Presidenza di una coalizione che va dal PC alla DC può vantare alcune riforme importantissime, come la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, aumento del salario minimo e altre misure. Riforme importanti sono avvenute in campo previdenziale, sanitario e universitario, ma il grosso del programma presidenziale è rimasto nel cassetto a causa dell’ostruzionismo parlamentare della destra.

La sollevazione sociale di massa del 2019 si interruppe solo a causa della pandemia COVID e mise in discussione alla radice la politica economica neoliberista. L’elezione a Presidente di Gabriel Boric nel 2022 (56% dei voti validi al secondo turno) sembrò, assieme all’elezione della Convenzione Costituente, la leva per iniziare a trasformare il Cile in uno Stato Sociale e Democratico, fondato sul decentramento e la partecipazione diffusa delle masse popolari al potere.

Ma in questi sei anni la destra economica e politica ha saputo riprendere completamente in mano la situazione, anche attraverso una narrazione mediatica che è riuscita a spoliticizzare il malcontento e a indirizzarlo verso la richiesta di uno “Stato forte” che individua la soluzione ai problemi nel ripristino dell’ordine pubblico turbato dalla delinquenza e dall’immigrazione.

Il Partito Comunista e la sinistra del Cile sono chiamati a un profondo sforzo di riflessione e analisi, per individuare errori e debolezze nella loro azione di lotta e di governo e per rendere questa sconfitta breve e premessa di nuove grandi vittorie.

I pericoli di fronte ai quali si trovano i comunisti e i democratici sono tanti: repressione del dissenso e delle manifestazioni di massa, revisionismo storico sulla dittatura civico-militare di Pinochet, controriforme istituzionali ed elettorali che puntino ad espellere il Partito Comunista dalle istituzioni elettive, criminalizzazione delle lotte sociali e politiche, smantellamento delle riforme strappate dal governo progressista uscente, ecc.

Tutto ciò in un quadro latinoamericano che vede preoccupanti spinte a destra, ultime delle quali le Elezioni truccate in Honduras e il voto parlamentare in Brasile che rende possibile ridurre la condanna al golpista Bolsonaro da 27 a 2 anni di reclusione. Il tutto sotto la cappa di piombo dell’assedio militare statunitense alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela, che sta ogni giorno di più scivolando verso una nuova guerra imperialista.

Siamo sicuri che i “grandi viali” non si chiuderanno mai del tutto ma, al contrario, si spalancheranno di nuovo in Cile, in America Latina e per tutti i popoli oppressi che combattono contro l’imperialismo, a partire da quello palestinese.

Noi siamo e resteremo al fianco del Partito Comunista del Cile e del movimento mondiale contro il capitalismo e l’imperialismo, per la pace e un nuovo equilibrio mondiale multipolare per il raggiungimento del quale i BRICS rappresentano una leva fondamentale.

PCI – Dipartimento Esteri

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