L’inverno europeo

Il morente dibattito politico in Italia poco si sofferma sulle ragioni che stanno alla base di un fatto macroscopico, questo sì, invece, più volte sottolineato: l’Europa rimane un gigante economico ma è divenuto un nano politico, spesso oggetto di dileggio a livello internazionale.

Questo ‘nanismo’, anche intimamente connesso con questa apparente trascuratezza sull’indagarne le cause, ci pare dovrebbe essere analizzato con attenzione perché, al di là che costituisca inquietante contesto e pericoloso precedente, può dire molto del nostro presente, del nostro futuro e, utilmente, del nostro passato.

Diverse risoluzioni (la prima è del 19/09/2019) votate a larga maggioranza dal Parlamento Europeo sanciscono la parificazione nazismo-comunismo nelle responsabilità storiche dell’ultimo conflitto mondiale, con annesse le indicazioni per una condanna dei movimenti collegati. Ma a queste risoluzioni, ci pare in modo non casuale, si aggiungono direttive volte al riarmo dell’intero continente europeo, all’intransigente sostegno alla guerra in Ucraina, alle sanzioni contro la Russia che col comunismo, oggi, sembra centrare pochino.

Ora, al di là delle considerazioni sul metodo di riscrivere la Storia per risoluzioni politiche, metodo in sé autoritario in quanto incompatibile con l’accertamento delle verità storiche, e al di là delle considerazioni politiche sull’opportunità, sull’efficacia e sull’utilità di questi passaggi, queste risoluzioni ci dicono che una fase della storia europea si sta definitivamente concludendo.

Si sta chiudendo quella che definiremmo ‘la primavera europea’, quella iniziata in un dopoguerra in cui l’Europa doveva e voleva mondarsi delle responsabilità tremende in merito alla carneficina appena conclusa. Le nuove Costituzioni antifasciste, il suffragio universale, il ripudio della guerra, la fine del colonialismo, erano il frutto del confronto politico sviluppato all’interno dei vari fronti resistenziali in cui emergeva il protagonismo della classe operaia come soggetto autonomo, classe fino ad allora esclusa da qualsiasi ruolo politico e la cui partecipazione al governo, direttamente o meno, dei vari paesi avrebbe cambiato la fisionomia di questo vecchio e tragico continente.

Si era messo in moto un processo di rinnovamento profondo, spesso anche radicale, che cominciò presto a dare i suoi frutti consentendoci, oltre che di avviarci sulla strada del boom economico e della pace, di dialogare con autorevolezza con tutti quei Paesi nel mondo in cui erano in atti simili processi di cambiamento.  L’ Europa come soggetto principale di mediazione internazionale.

Le rivoluzioni anticoloniali in Cina, in Algeria ma poi anche a Cuba e in Vietnam, in tanti paesi africani, senza considerare che la stessa vittoria dell’Unione Sovietica contro il nazismo fu a tutti gli effetti una riscossa contro il progetto coloniale tedesco, certificarono la nascita di un mondo nuovo con cui l’Europa resistenziale sapeva comunicare.

Certamente alla base di tale autorevolezza non c’era la potenza militare ma uomini come il presidente dell’ENI Enrico Mattei che osò rompere gli schemi dello sfruttamento colonialistico delle materie prime nei paesi in via di sviluppo.

Fu, quella primavera in cui crebbero i nostri padri e durante la quale nascemmo noi, una primavera contrastata perché il capitalismo che finanziò Hitler dalle sue origini e ben oltre l’inizio della seconda guerra mondiale non era stato scosso ma aveva solo subito un blocco temporaneo. Tanto che lo sviluppo vorticoso delle democrazie europee appena nate fu accompagnato da tentativi di golpe (anche riusciti, si pensi alla Grecia) attentati, terrorismi eterodiretti, servizi segreti deviati, omicidi mirati. Ma per almeno trent’anni la crescita economica fu accompagnata e determinata da una crescita politica di nazioni che avevano fatto del mondo del lavoro e del suo protagonismo l’elemento centrale per lo sviluppo. La Scuola e la Sanità pubblica, i sistemi pensionistici solidali, le tutele sindacali, l’estraneità ai conflitti in corso, il percorso appena iniziato di fuoriuscita da colonialismo definivano un’identità in grado di confrontarsi anche col mondo dei paesi socialisti e non solo.

Ma questo impulso finì nel momento in cui le spinte reazionarie ebbero il sopravvento e all’impunito omicidio Mattei dei primi anni sessanta si aggiunse l’omicidio di Aldo Moro nel ‘78 e poi anche quello di Olof Palme nell’86.

Ma è l’omicidio Moro, vero colpo di stato, a fare da spartiacque. Meno di un anno dopo in Gran Bretagna diveniva Primo Ministro Margaret Tatcher irrompendo sullo scenario politico europeo con il suo credo sintetizzato dalla formula “la società non esiste”, e quindi nemmeno lo Stato esiste, soprattutto se sociale, esiste solo l’individuo abbandonato a contare solo sulle sue forze, ad arrangiarsi. La Primavera Europea si avviava al tramonto e tutte le fasi che seguirono non rappresentarono altro che l’applicazione di quella formula: privatizzazioni selvagge, licenziamenti di massa, blocco di tutti i processi di decolonizzazione, leggi elettorali maggioritarie, anticomunismo sostanziale mentre l’antifascismo ridiventava solo formale ed impalpabile.

Quella sconfitta insieme militare e politica, costruita oltre oceano e intimamente connessa con la Caduta del Muro, segnava di fatto la fine dell’autonomia politica dell’Europa. Perché in Europa ai gruppi dirigenti sconfitti veniva data la possibilità di abiurare per potersi iscrivere a pieno titolo al club dei vincitori e partecipare al bottino ad essi spettante, accettando il ruolo di vassalli dell’Impero, promuovendo i complici dell’eversione e facendosene portatori essi stessi. In fondo bastava dire che quanto avvenuto era democratico.

La crisi del blocco socialista imponeva quell’accelerazione che avrebbe consentito di presentare, alla caduta del Muro, l’Occidente come totalmente mondato da qualsiasi forma di Stato Sociale e di comunismo. Ci si sarebbe presentati pronti per indicare la propria democrazia come modello unico per il Mondo. Prendere o lasciare! I vincitori proponevano solo resa senza condizioni, il capitalismo   finalmente libero dalle pastoie ‘ideologiche’ aveva fretta di rifarsi con gli interessi.

Si adottarono scelte destinate ad avere profonde ripercussioni aprendo alla complessità della fase attuale.

1) Il concetto di democrazia, quello assunto come pilastro portante, non sarebbe mai più stato quello con cui siamo cresciuti, ma, profondamente trasformato, ora comporta la legittimazione di qualsiasi intervento destabilizzante volto a preservare gli interessi occidentali assunti, questo sì, come paradigma della democraticità.

La stretta ideologico-propagandistica è quella nota: non è democratico ciò che è democratico ma ciò che io dica che lo sia.

Gli strumenti per giungere all’affermazione del nuovo modello democratico furono bastonati(vere) e olio di ricino (metaforico) quale le dosi di protervia ideologica neolib e neocon diffuse a piene mani dal soft power (stampa e televisione) totalmente asservito.

Se dall’armamentario in dotazione scompariva, rispetto al ventennio prebellico, la lotta all’ebraismo, l’anticomunismo restava pietra angolare e i fatti si preoccuparono di dimostrarci che col medesimo arsenale ideologico sarebbe stato logico aspettarsi le stesse soluzioni: l’allargamento a est, il riarmo, il colonialismo

Così l’espansione della sfera d’influenza, ovvero la spartizione dei territori del Patto di Varsavia, diventava diritto naturale dei vincitori per ottenere il quale era naturale e legittimo usare gli stessi strumenti destabilizzanti precedentemente utilizzati in Europa. Mentre diversi paesi dell’est europeo entravano nella sfera di influenza economica della Germania, la Jugoslavia venne divisa per sfere di influenza tra le Nazioni europee finanziando direttamente un’annosa guerra civile che ebbe il suo epilogo col bombardamento di Belgrado (durato due mesi e mezzo e costato decine di migliaia di vittime) per imporre la secessione del Kossovo. I colpi di stato presero la forma di cosiddette ‘rivoluzioni arancioni’ e si ripeterono in Ucraina, Siria, Romania, Moldavia, Georgia, Libia, Tunisia ed Egitto. Altre furono tentate in Serbia e Bielorussia mentre in Russia si sponsorizzò platealmente l’elezione di un Presidente come Boris Eltsin talmente subalterno agli interessi occidentali da impoverire la propria popolazione portandola a una diminuzione di quattro anni dell’età media. E tutto questo in soli cinque anni.

La Germania Est, il Paese più industrialmente avanzato del blocco sovietico, venne ‘regalata’ a quella Ovest, mentre la Grecia venne costretta alla rinuncia a qualsiasi traccia di stato sociale da una stretta creditizia senza scampo.

In questo quadro valoriale il neocolonialismo è ridivenuto pratica abituale fino a riassorbire nel ruolo oggettivo di colonie decine di Paesi africani.

Come già alcuni osservatori hanno notato, il modello di democrazia assunto è simile a quello dell’Atene imperiale del ‘400 avanti Cristo, o alla Roma imperiale dal primo secolo: la guerra per acquisire schiavi, materie prime e ricchezze in modo tale da accontentare la plebe interna il cui consenso dipende dal benessere e questo dagli emolumenti del potere. Fino al disastro della guerra contro Siracusa o delle invasioni barbariche col successivo declino finale dell’Atene democratica e della Roma imperiale.

È un modello da cui è progressivamente scomparso qualsiasi senso di giustizia, particolarmente verso quel resto del Mondo destinato ad un’unica funzione: fornire quel bottino indispensabile a mantenere il consenso di popoli europei ormai divenuti plebe.

È qui che, anche, possiamo quindi definire una delle distinzioni fondamentali tra popolo e plebe: il popolo ha migliaia di popoli fratelli nel mondo, la plebe è ridotta a pensare solo a sé stessa. Tra divertimenti, miserabili privilegi e preoccupazioni su come arrivare alla fine del mese

2) In un mondo così globalizzato legittimare il ruolo di aristocrazia dominante è stato possibile solo al costo di escludere i tre quarti del pianeta dalla legittimità a esistere politicamente. E, di conseguenza, si è dovuto e voluto restringere il dialogo politico alla sola élite occidentale. È un processo che ha inciso profondamente nella cultura politica nostra.

Quello che accade nella sinistra radicale, seppur di scarso o nullo rilievo oggettivo, è la spia di quanto questo schema abbia avuto seguito anche tra quelle che un tempo si sarebbero definite le opposizioni politiche più intransigenti: ridotti, per realismo politico o per oculato condizionamento, ad assumere in via definitiva il solo modello NATO come paradigma di articolazione democratica, avviene che la destra si immedesimi con Trump e la sinistra, compresa quella ‘radicale’, con Biden sposando, alla pari delle élite, le condanne nei confronti delle forme politiche alternative. Gli elementi culturali che distinguono i due contendenti, valgono a dire i diritti individuali, le politiche di genere e le politiche sull’immigrazione, lo stesso antifascismo formale, sono divenuti i simulacri di democrazia che hanno sostituito e nascosto la sostanza, ovvero la politica economica e quella estera, le questioni fondamentali su cui maggioranza e opposizione sono, peraltro, in totale sintonia.

Piano su cui, per altro, sono in sostanziale sintonia sia Biden che Trump.

Qualsiasi Stato o Popolo estraneo a questo schema, particolarmente se abbia costruito solide economie concorrenti con la nostra o, peggio, se pure proprietario di grandi scorte di materie prime, è immancabilmente un problema da risolvere, un ostacolo alla legittima nostra avidità e marchiato come autocrazia criminale da sopraffare e di cui praticamente nessuno osa prendere le parti, neanche nella sinistra radicale.

Quando si dice l’egemonia.

È la subalternità collettiva allo schema valoriale anglosassone, all’ordine così costituito tra bastonate e olio di ricino, subalternità lentamente ma profondamente maturata, a definire e sancire la ormai certificata secondarietà del ruolo dell’Europa sullo scenario internazionale e quindi la fine della primavera europea, tra riarmo, sete di bottino, scontro di civiltà, antifascismo solo formale e anticomunismo sostanziale.

È uno schema che oramai dal resto del mondo viene nitidamente recepito per quello che è, cioè come qualcosa che nulla ha a che vedere con la democrazia, o, peggio, che fa identificare la democrazia come una delle più efferate portatrici di sopraffazione.

Fatto che, di conseguenza, ci consente pure di recitare la parte dei poveri incompresi. Armiamoci dunque.

In conclusione, in pieno inverno europeo, pensiamo alle vecchie parole d’ordine e non possiamo che dire: allora era proprio vero che la classe operaia è la classe guida. E siamo restati ciechi.

Lamberto Lombardi
Comitato Centrale PCI

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