Sui cataclismi abbattutisi sul meridione

Annunciato da diffuse allerte meteo interregionali, tra il 19 ed il 21 gennaio scorsi il ciclone denominato “Harry” ha portato con sé forti venti, piogge e impetuose mareggiate con le onde più alte mai registrate nel tratto italiano del mar Mediterraneo da quando esistono le relative rilevazioni, seminando distruzione soprattutto sulla costa jonica siciliana delle province di Messina, Catania e Siracusa, ma arrecando disagi anche nei litorali esposti di Calabria e Sardegna, oltre che di Malta.

Annunciato da diffuse allerte meteo interregionali, tra il 19 ed il 21 gennaio scorsi il ciclone denominato “Harry” ha portato con sé forti venti, piogge e impetuose mareggiate con le onde più alte mai registrate nel tratto italiano del mar Mediterraneo da quando esistono le relative rilevazioni, seminando distruzione soprattutto sulla costa jonica siciliana delle province di Messina, Catania e Siracusa, ma arrecando disagi anche nei litorali esposti di Calabria e Sardegna, oltre che di Malta.

Un territorio già sottoposto all’azione combinata dell’erosione e dell’innalzamento delle acque marine, raramente messo in sicurezza negli anni pur sotto la minaccia incombente degli sconvolgimenti climatici, di fronte all’irruenza di un evento fortemente avverso è letteralmente collassato, mostrando tutta la propria fragilità. Gli effetti delle gigantesche onde che si sono “mangiate” centinaia di chilometri di spiaggia sono stati talmente gravi e diffusi che la principale fonte di reddito di quei territori, vale a dire il turismo balneare, sarà praticamente azzerata per le prossime stagioni; mentre i lungomari e le infrastrutture viarie e ferroviarie sono state disintegrate dalla furia del mare in tempesta.

Di fronte ad un evento di portata eccezionale come questo, ci si aspettavano dirette tv, corrispondenti in prima linea e reportage sui volontari, come accaduto per altri eventi meteo avversi recenti, quali le alluvioni in Emilia Romagna e Marche degli ultimi anni; ma invece abbiamo visto tutto questo relegato nelle pagine semicentrali dei quotidiani e nei servizi finali dei tg, accompagnato solo dai commenti cinici ormai sistemici del sottobosco dei social network, trasudanti odio nei confronti dei meridionali che “costruiscono case abusive sul mare” (mentre come dicevamo più sopra, il mare in tempesta si è portato via decine di metri di sabbia anche dove non vi sono abitazioni), come se nel resto d’Italia l’abusivismo edilizio non esistesse e come se un Paese come il nostro con ottomila chilometri di coste non fosse disseminato di costruzioni da Nord a Sud: l’Ispra rileva che il 34% del territorio nazionale compreso nella fascia dei 300 m dalla riva, area che la normativa annovera tra i beni da tutelare per il loro valore paesaggistico (D.Lgs. 42/2004 e s.m.i.), è urbanizzato, per un valore complessivo di 696 kmq. 

Ma più assordante di tutti, è stato il silenzio della politica nazionale, incapace di prendere contezza della gravità della situazione e per questo colpevole di fronte alla popolazione colpita (solo oggi, 28 gennaio, ad una settimana dall’evento, la Presidente del Consiglio ha rotto quel silenzio e si è recata in Sicilia per “fare il punto della situazione”.

Nemmeno il Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare del Governo Meloni, Nello Musumeci, per due volte Presidente della Provincia di Catania e Presidente della Regione Siciliana, ha saputo andare oltre la (mancata) narrazione dominante: forse memore di quando, anni fa, voleva far costruire un enorme parco divertimenti sui litorali oggi scomparsi, con finto Etna incluso, fermato solo da una fiera opposizione locale; ma egli stesso probabilmente ha realizzato che questo disastro mette in chiaro come il ponte sullo Stretto di Messina non si potrà mai fare. Non è evidentemente un caso se il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che da anni appare continuamente sugli schermi per propagandare la necessità della costruzione del Ponte, non abbia seguito Giorgia Meloni nella trasferta siciliana.

Oltre agli effetti devastanti del ciclone Harry, il territorio siculo ha subito un ulteriore ferita con la frana di Niscemi, che ha letteralmente squarciato in due la città, facendo crollare decine di abitazioni e rendendone inagibili centinaia: dopo giorni di pioggia incessante, il fragile terreno già interessato nel 1997 da altri fenomeni franosi è di nuovo collassato. Dunque nonostante le avvisaglie fossero esplicite, a Niscemi la politica al potere ha abdicato al suo ruolo e le risorse per mettere in sicurezza il territorio non sono state utilizzate; però una cosa l’ha fatta,  ha scelto di farsi colonizzare dall’alleato statunitense, come accade da 80 anni in Italia, individuando proprio nel comune di Niscemi il sito per installare la stazione di terra del Muos, sistema di comunicazioni satellitari militari ad altissima frequenza e banda stretta gestito dal Dipartimento della Difesa degli Usa, all’insegna di un indegno concetto sottostante, quello cioè che i luoghi periferici della Penisola siano sacrificabili al dio della guerra ed a scelte calate dall’alto, senza avere minimamente in considerazione le sorti di chi abita quelle periferie.

Chi è ancora convinto che gli eventi naturali, seppur sempre più intensi e devastanti per effetto dei cambiamenti climatici indotti dalle attività antropiche, siano una fatalità, si trova ora a fare i conti con un’altra realtà: la natura non impazzisce da sola, ma reagisce a ciò che trova.

L’unica soluzione sta nel reagire a nostra volta ad una politica che fa finta di non sapere, che dirotta fondi per la salvaguardia dell’ambiente verso finanziamenti bellici, che deturpa storia e civiltà locali, che pretende doveri e non distribuisce diritti.

Roberta Coletta
Segreteria regionale
PCI Marche

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