Partito Comunista Italiano
Pacchetto sicurezza: l’ennesima deriva autoritaria
Non è un caso che si parli di “pacchetto sicurezza”. È il packaging propagandistico di misure che non aumentano la sicurezza, ma riducono le libertà. Un regalo avvelenato ai cittadini, ai quali si chiede di stare tranquilli mentre, decreto dopo decreto, vengono erosi diritti fondamentali. Se questo metodo dovesse diventare strutturale, il risultato sarebbe un decreto per ogni episodio spiacevole, una legislazione d’emergenza permanente che normalizza l’eccezione.

Il Consiglio dei Ministri ha varato l’ennesimo intervento in materia di sicurezza. Dopo il decreto sui rave party, quello successivo al naufragio di Cutro, i provvedimenti su Caivano, sugli ecoterroristi e sui coltelli, arriva ora il decreto costruito sui fatti di Torino. Un copione ormai noto: un fatto di cronaca, una risposta emergenziale, un nuovo decreto repressivo. Non esiste una strategia, non esiste una visione. Esiste solo la strumentalizzazione della paura.
Non è un caso che si parli di “pacchetto sicurezza”. È il packaging propagandistico di misure che non aumentano la sicurezza, ma riducono le libertà. Un regalo avvelenato ai cittadini, ai quali si chiede di stare tranquilli mentre, decreto dopo decreto, vengono erosi diritti fondamentali. Se questo metodo dovesse diventare strutturale, il risultato sarebbe un decreto per ogni episodio spiacevole, una legislazione d’emergenza permanente che normalizza l’eccezione.
Il provvedimento presentato dal ministro Piantedosi, già corretto e ridimensionato dall’intervento del Presidente della Repubblica, è l’ennesima dimostrazione di un governo che naviga a vista e governa per slogan. Le modifiche del Quirinale non cambiano la sostanza politica dell’operazione: l’assenza totale di un progetto complessivo sulla sicurezza e la scelta deliberata di rispondere ai problemi sociali con il solo strumento repressivo.
Inasprire le pene, moltiplicare i reati, comprimere le libertà individuali e collettive è un metodo storicamente caro alle destre, che confondono l’autoritarismo con l’efficacia. Dopo tre anni di governo, però, questo approccio ha prodotto un solo risultato: il fallimento politico di Giorgia Meloni, che ha costruito il proprio consenso alimentando paure e insicurezze, promettendo soluzioni semplici a problemi complessi, oggi clamorosamente smentite dai fatti.
Le misure contenute nel decreto, anche nella versione “ammorbidita” dal Colle, sono in larga parte inapplicabili e non affrontano le cause reali della violenza. Servono invece a criminalizzare il dissenso, a colpire la partecipazione, a limitare la libertà di manifestazione e di espressione. È un passo ulteriore verso uno Stato di polizia, dove il conflitto sociale viene trattato come un problema di ordine pubblico e non come una questione politica e democratica.
È paradossale che tutto questo avvenga in un Paese in cui oltre la metà dei cittadini non vota ed è sempre più distante dalla politica. Invece di interrogarsi sulle ragioni di questa disaffezione e sulla crescente violenza sociale, il governo sceglie la scorciatoia del divieto e della repressione. Nessuna riflessione seria su come sia possibile che gruppi violenti e organizzati si muovano indisturbati in Italia e in altri Paesi, senza controlli efficaci. Nessuna volontà di chiarire chi li finanzia, con quali risorse e con quali obiettivi, nonostante i costi evidenti necessari per operare contemporaneamente in più città e in più piazze. Gruppi che, va ricordato, non tutelano i manifestanti ma finiscono per svuotare di senso le proteste, spostando l’attenzione esclusivamente sulla cronaca e sulla repressione.
La Presidente del Consiglio dovrebbe ringraziare il Quirinale. Senza l’intervento del Presidente della Repubblica, questa deriva securitaria avrebbe assunto contorni ancora più gravi. Il decreto resta comunque il prodotto di una cultura politica sovranista che guarda con inquietante interesse ai modelli trumpiani, dove la paura diventa strumento di governo e la forza sostituisce il diritto. Non è un caso che persino il SILP, sindacato di polizia, abbia ringraziato il Capo dello Stato per aver posto un argine a una deriva che rischiava di travolgere principi fondamentali dello Stato di diritto.
Dipartimento politiche istituzionali PCI



