Partito Comunista Italiano
De-privatizziamo il nostro Servizio Sanitario
Contrastare l’ulteriore privatizzazione del nostro servizio sanitario e promuoverne la ripubblicizzazione partecipata, queste sono le linee politiche su cui occorre muoversi con decisione.

Il contributo del PCI alla programmazione sociosanitaria regionale e nazionale.
Il Dipartimento Welfare, Salute, Sanità e Servizi sociali del PCI:
- alla luce del degrado che i processi di privatizzazione hanno creato in una sanità pubblica che prima funzionava,
- vista la mistificazione scientifica insita nella equiparazione tra pubblico e privato,
- tenuto conto degli sviluppi delle forze produttive cognitive che rendono possibile con applicazioni socialmente orientate della Intelligenza Artificiale dare risposte efficaci ai bisogni di salute della popolazione con la sanità pubblica,
- acquisito che in sanità il mercato produce spoliazione di servizi in territori periferici e disequità di accesso alle cure efficaci,
ritiene necessario attivare una campagna nazionale, regionale e territoriale per rilanciare la programmazione sociosanitaria partecipata ai vari livelli dando priorità a programmi di “De- privatizzazione del nostro Servizio Sanitario”.
In questa direzione va una nota del PCI dell’Umbria sul percorso da sviluppare, già pubblicata nell’inserto regionale del giornale “il Manifesto” il 4 febbraio 2026.
Al lavoro ed alla lotta!
Nelle “Linee strategiche del nuovo PSSR” sugli impatti negativi del privato in sanità si preferisce glissare: un breve cenno al fatto che si può andare avanti senza problemi continuando con le politiche avviate dal centro sinistra e mantenute dalla destra. Abbondano idealistiche proposizioni su molteplici e diffuse “reti cliniche” e percorsi assistenziali, idee buone che devono avere una base materiale forte per funzionare nella realtà.
Alcune valide ragioni per non affidarsi ai privati
Le evidenze scientifiche disponibili sugli impatti del privato in sanità depongono per pesanti effetti negativi sulla qualità delle cure offerte al paziente (sicurezza, efficacia pratica, appropriatezza, continuità assistenziale, accessibilità, convenienza….) e sulle principali leve funzionali ed organizzative del SSN a partire da un “modello in cui paga la malattia” fino al finanziare con le convenzioni la concorrenza con il servizio pubblico per una risorsa scarsa come il personale o le minori garanzie contrattuali almeno per il personale del comparto (vedi quadro concettuale nella figura).
In Umbria lo sviluppo del privato accreditato raggiunge livelli tali da impattare pesantemente la funzionalità del SSR: già nel 2022 il 60% delle specialistiche e diagnostica, l‘80 % dei servizi residenziali risultavano in mano al privato accreditato, mentre per la quota dell’offerta ospedaliera dove servono investimenti più consistenti ci si ferma al 15%. Una espansione che si è affermata negli anni che vanno dalla controriforma sanitaria del 1992 quando alla aziendalizzazione si accompagno l’avvio del sistema di accreditamento, basato su una serie di tecnicismi – autorizzazione, accreditamento e accordo contrattuale – che avrebbero dovuto governare l’equiparazione tra servizi pubblici e privati volta fare “sistema” integrandone i ruoli e le virtù, nonostante non esistesse allora come oggi un solo studio epidemiologico serio a sostegno della equivalenza tra pubblico e privato in sanità da un punto di vista di popolazione.
Si è così creato un sistema di convenienze che ha modificato la disponibilità di ampi settori di professionisti ed operatori socio sanitari a lavorare eticamente con il pubblico, trasformato in un sistema che fa politiche di servizio al privato e impone lacci e laccioli a se stesso ad a chi ha un bisogni di salute: i cittadini che vanno dai servizi pubblici informati che “oggettivamente” non c’è modo di dare loro la risposta per cui pure hanno versato per tutta la loro vita contributi allo stato e bisogna quindi mettere le mani in tasca, tirare fuori i soldi e pagare per avere la prestazione: con più del 60% della diagnostica e specialistica in mano al privato (cui va sommato l’esborso per visite intramoenia) che come è noto produce incessantemente iper-prescrizione, ci si chiede perché non si riesce a venire a capo delle liste di attesa.
Programmiamo la de privatizzazione
Dobbiamo orientare in questa direzione il nuovo Piano sanitario regionale.
Per de-privatizzare occorre agire sinergicamente sugli obiettivi del triennio, prevedendo:
- sistematica e profonda revisione delle convenzioni nella specialistica e diagnostica con riduzione nel primo anno dal 60 al 40%, il secondo dal 40 al 20, il terzo dal 20 a livelli residuali;
- contrasto alla ulteriore privatizzazione della rete ospedaliera (clinica Bandecchi) e revisione delle convenzioni con cliniche private accreditate a PG;
- nuovo modello assistenziale per la residenzialità che superi l’approccio fordista (concentrare nello stesso luogo di vita persone con gli stessi problemi assistenziali) a favore di modelli che puntino alla diluizione;
assegnare la quota capitaria ai distretti sviluppandone le funzioni di indirizzo programmatico per evitare che la centralizzazione dei servizi continui a produrre spoliazione delle “aree interne” a favore della rendita fondiaria nelle città;
Quanto sopra richiamato è solo un primo tentativo di dare concretezza al percorso di de privatizzazione e rilancio della programmazione partecipata; non vado oltre perché è proprio della programmazione partecipata che abbiamo bisogno per uscire dal buco in cui ci troviamo.
Servono percorsi condivisi, una ampia coalizione politica e sociale ed una buona dose di realismo sui limiti delle deleghe elettorali per venirne fuori: è chiaro che votare per chi ha promesso la Sanità pubblica come priorità di governo non è stato sufficiente e occorre impegnarsi, soprattutto in questi mesi in cui la programmazione sociosanitaria può essere modificata, per darle la direzione necessaria.
Ecco perché l’articolo ha come soggetto il noi: solo l’unità di chi ci crede (e siamo in tante ed in tanti) può salvare il nostro SSR, un’unità che ora deve diventare assertiva: il privato in sanità crea problemi di assistenza e di salute ed il Piano sanitario deve affrontare e risolvere questi problemi.
Contrastare l’ulteriore privatizzazione del nostro servizio sanitario e promuoverne la ripubblicizzazione partecipata, queste sono le linee politiche su cui occorre muoversi con decisione.
Un evento pubblico con chi ci sta da realizzare entro la seconda metà di febbraio potrebbe dare avvio al processo di costruzione condivisa di quanto qui si propone, un processo che ha bisogno dei saperi di tutte e tutti, forze politiche, Comitati locali, realtà associative, forze sindacali….
Carlo Romagnoli
Responsabile nazionale Dip. Welfare, Salute, Sanità
e Servivi sociali del Partito Comunista Italiano



