Partito Comunista Italiano
28/02/26: L’ADoC-PCI alla manifestazione nazionale contro il “decreto Bongiorno”

Perché NO significa NO!
Il 28 febbraio l’ADoC – PCI aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale convocata da movimenti femministi, centri antiviolenza, sindacati e numerose realtà politiche e associative, a Roma, in risposta all’ennesimo colpo di mano legislativo del governo Meloni, questa volta in merito alla legge sulla violenza sessuale.
Apparentemente uno scontro terminologico, giocato su due parole: “consenso” e “dissenso”. Ma dietro la terminologia c’è una questione sostanziale che va esplicitata.
Una proposta di modifica della legge sugli stupri era stata esaminata nel novembre scorso dalla Camera dei Deputati, concordata fra maggioranza ed opposizione insieme, incentrata sull’introduzione del concetto di “consenso libero ed attuale”, che intendeva far proprie la normativa e le raccomandazioni internazionali.
Sulla base dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (2000), la violenza sessuale è infatti definita non sono dalla presenza dell’uso della forza, di minacce e coercizione da parte di chi la perpetra, ma anche dall’assenza di “autentico consenso” da parte di chi la subisce. Spostando il focus del reato su chi perpetra la violenza, fino a quel momento centrato sulla resistenza opposta dalla vittima, il concetto di “autentico consenso” apre la strada alla configurazione dello stupro come crimine contro l’umanità. Ai sensi dell’art. 36 della Convenzione di Istambul (2011), ratificata dal Consiglio d’Europa nel 2014, gli Stati sono tenuti a perseguire come reati i rapporti sessuali non consensuali e «il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona». In tal senso già hanno legiferato paesi come Spagna, Francia, Belgio e Germania. E in questo senso era stato concordato il testo del DDL alla Camera fra maggioranza e forze di opposizione. Doveva essere il completamento di un progresso giurisprudenziale, ma soprattutto di un percorso di civiltà sostenuto internazionalmente dai movimenti di liberazione delle donne.
Ma quando il testo del DDL governativo, lo scorso gennaio, è stato presentato in Commissione Giustizia al Senato, la parola “consenso” era stata sostituita con “dissenso”. Una furbata del governo, di cui si è fatta portatrice l’avvocata Bongiorno, per far tornare indietro la storia e riaprire la strada alla vecchia prassi dell’onere della prova a carico della persona che ha subito la violenza, la quale deve dimostrare di aver opposto sufficiente “dissenso” e resistenza.
Un vergognoso sotterfugio per aggirare il testo pattuito e segnare un arretramento rispetto al diritto. Ma soprattutto un altro colpo inferto alla dignità delle donne italiane e all’azione pluridecennale da esse sostenuta per una modifica dell’art. 609-bis del codice penale, che introduca esplicitamente nella definizione del reato di stupro l’assenza di un “consenso libero e attuale”, oltre che la presenza di minacce e coercizioni, o di abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima.
Una necessità che affonda le radici in una storia antica. La legge n.66 del 1996 aveva infatti riformato il reato di violenza sessuale, spostandolo dai “delitti contro la moralità pubblica” ai delitti contro la persona. Una conquista di civiltà ottenuta dalle donne italiane a prezzo di dure e sofferte lotte. Tuttavia, la legge non aveva prodotto alcuna modifica dell’articolo in questione riguardo all’esigenza della prova da parte della vittima di violenza: retaggio di una vecchia cultura patriarcale e misogina, che presupponeva l’esistenza di una sorta di “violenza gradita alla vittima”, la cosiddetta vis grata puellae. Solo più recentemente, e sempre dietro la spinta delle mobilitazioni delle donne, la giurisprudenza ha iniziato a interpretare il reato di violenza sessuale sulla base del consenso esplicito, fino all’affermazione della Corte di cassazione, meno di un anno fa, secondo la quale «nei reati contro la libertà sessuale il dissenso è sempre presunto, salva prova contraria».
L’indignazione dei movimenti femministi, dei centri antiviolenza, dei sindacati e altre realtà politiche e associative contro l’escamotage delle destre si è espressa subito con forza in numerose e diffuse iniziative convocate per affermare che “senza consenso è stupro”. Un’ondata di protesta che va a convergere nella manifestazione nazionale convocata a Roma per il 28 febbraio e oltre.
La protervia misogina delle destre al governo nel voler restaurare una mentalità patriarcale e un presunto “ordine naturale e tradizionale” dei rapporti interpersonali e sociali va battuta, costruendo una risposta collettiva da parte delle donne e di tutte le forze progressiste del Paese.
Come ADoC – PCI ci siamo.



