Partito Comunista Italiano
Quando il conflitto diventa la normalità

Negli anni è diventato famoso l’esperimento della rana bollita. Se si getta una rana nell’acqua già bollente, salta subito fuori. Ma se la si mette in acqua fredda e si alza lentamente la temperatura, la rana finisce per non accorgersi del pericolo e muore bollita.
È una metafora efficace per descrivere ciò che sta accadendo nelle nostre società.
Da tempo assistiamo a una progressiva normalizzazione della guerra nel discorso pubblico e nella vita quotidiana, un sistema che alza la temperatura poco alla volta, e proprio per questo molti finiscono per non accorgersene.
Prima sono arrivate le “missioni di pace”. Poi gli “aiuti militari”. Poi ancora l’aumento delle spese per gli armamenti, ma solo per la difesa, e quindi inevitabile.
Oggi si parla apertamente di riarmo, di economia di guerra, di preparazione ai conflitti come se si trattasse di una prospettiva normale, quasi naturale.
Nel frattempo la guerra entra nella quotidianità attraverso immagini, linguaggi e simboli. I bombardamenti scorrono nei notiziari come una routine, diventando un po’ come i fuochi d’artificio, un modo per fare audience.
I fronti diventano grafici da studio televisivo, le persone diventano numeri (150 bambine sono tranquillamente sacrificabili) un attacco ad un paese sovrano (con tutte le limitazioni culturali e sociali che si possono trovare) diventa “un vantaggio straordinario che può compensare i costi anche umani (riferito proprio alle 150 bambine)” cit. Brunetta.
Il linguaggio militare invade sempre più spesso la politica e l’informazione.
E intanto la normalizzazione passa anche attraverso episodi apparentemente innocui, e si scontra con la vita quotidiana del paese.
A Rimini, davanti al centro commerciale “Le Befane”, è stato esposto un elicottero militare.
Un mezzo da guerra (AH129 “Mangusta” del 7° Reggimento AVES “Vega”) dotato di equipaggiamenti reali, compreso il cannone rotante da 20 mm montato in punta. Attorno a questo velivolo si crea un clima quasi da attrazione: i bambini possono salire a bordo, farsi fotografare, vivere l’esperienza come un gioco. E la cosa assurda è che la sua presenza si inserisce nel contesto de “Le Befane Planet” evento dedicato alla conoscenza della Terra, alla tutela dell’ambiente e alla cultura scientifica, rivolto a famiglie, studenti e cittadini.
Si potrebbe ipotizzare che si trovi li per illustrare le moderne tecnologie militari italiane, se non fosse che l’età del mezzo (primo in volo nel 1983) e la tecnologia oramai obsoleta stanno favorendo la sua progressiva sostituzione.
Non si tratta di un dettaglio marginale. È un segnale, quindi, culturale.
Allo stesso tempo cresce la diffusione di attività come la “ginnastica dinamica militare”, proposta in contesti sportivi e talvolta anche in ambienti frequentati da bambini molto piccoli (come scuole dell’infanzia).
In sé si tratta di esercizio fisico, che poco a che vedere con la militarizzazione, ma l’uso sistematico della parola “militare”, associata a momenti di svago e attività ludiche, ed in ambienti di formazione come e scuole, produce un effetto preciso: rendere familiare e accettabile l’immaginario militare fin dall’infanzia.
Quando un bambino sale su un elicottero armato come fosse una giostra, quando il termine “militare” viene associato a un gioco o a un’attività divertente, si compie un passo ulteriore verso la normalizzazione della guerra nella cultura di massa.
È esattamente così che funziona la rana bollita: non con uno shock improvviso, ma con una lenta acclimatazione.
Quando diventa normale aumentare ogni anno le spese militari mentre si tagliano sanità, scuola e welfare; quando il linguaggio della diplomazia lascia spazio alla retorica della forza; quando l’idea stessa di pace viene ridotta a un auspicio retorico, significa che la temperatura dell’acqua sta salendo.
La storia del Novecento dovrebbe insegnarci che le società non entrano nelle tragedie all’improvviso: ci entrano gradualmente, attraverso piccoli passi che vengono presentati come necessari o inevitabili.
Anche il nazismo non irruppe improvvisamente col suo pensiero omicida.
Venne invece anticipato da una lunga fase di normalizzazione: la militarizzazione della società, l’esaltazione della forza e della disciplina, la presenza costante delle uniformi nello spazio pubblico, la propaganda che trasformava la guerra in destino nazionale.
Passo dopo passo, ciò che inizialmente poteva apparire estremo divenne familiare, accettato, perfino ovvio.
E se in una palazzina venivano allontanate con forza delle persone, semplici abitanti e vicini di casa, la cosa non faceva scalpore se erano Ebrei, perché era chiaro: era normale, erano ebrei!
Solo dopo questo processo culturale la Germania nazista poté trasformarsi in un apparato totale di sterminio, trascinando un intero paese dentro una delle più grandi tragedie della storia, e trasformandolo una “perfetta macchina di sterminio”.
Per questo oggi non possiamo permetterci di sottovalutare i segnali.
La normalizzazione della guerra non inizia nei campi di battaglia: inizia nelle parole, nei simboli, nell’immaginario collettivo, nella normalità della vita quotidiana.
Contrastarla è una responsabilità politica e culturale.
Difendere la pace significa opporsi alla logica del riarmo, rifiutare la trasformazione dell’economia in economia di guerra e impedire che la cultura militare diventi parte della normalità quotidiana, soprattutto per le nuove generazioni.
La storia insegna che quando la società si abitua alla guerra, il passo successivo è sempre la guerra stessa.
PCI Rimini



