La “Questione Sarda” e il Mezzogiorno: Analogie e Peculiarità di una Doppia Oppressione

  1. Un Falso Inquadramento: La Sardegna come Meridione “Diverso”
    L’analisi della cosiddetta “Questione Sarda” impone una riflessione preliminare sul suo
    rapporto con la più ampia “Questione Meridionale”. È essa una mera declinazione locale di un
    problema nazionale, o possiede caratteri di specificità tali da renderla non interamente
    sovrapponibile al destino del Mezzogiorno continentale? La tesi che qui si sostiene è che, pur
    condividendo con il Meridione la condizione di “colonialismo interno”, la Sardegna presenti
    una stratificazione storica, economica e antropologica che configura una questione a sé,
    irriducibile a una semplice variante regionale. Non si tratta di stabilire una gerarchia
    dell’oppressione, ma di riconoscerne la natura composita per poterla combattere
    efficacemente.
  2. Il “Colonialismo Interno” e l’Intensificazione dello Sfruttamento in Sardegna
    È ormai un dato acquisito che la politica economica dello Stato italiano post-unitario sia stata
    improntata a un meccanismo di “colonialismo interno”: un drenaggio sistematico di beni e
    risorse dal Sud al Nord, a beneficio della borghesia piemontese e settentrionale. Questo
    processo di spoliazione fu un dato generale per tutto il Mezzogiorno, ma in Sardegna assunse
    i connotati di una rapina particolarmente spietata e intensiva.
    Non si trattò solo di un più elevato prelievo fiscale pro-capite. La rapina fu qualitativa e totale.
    Le ricchezze del sottosuolo, i patrimoni boschivi secolari, le stesse concessioni ferroviarie
    furono letteralmente svendute per saldare il debito di guerra contratto dai Savoia con i
    Rothschild. I Sardi pagarono con le proprie risorse primarie il prezzo dell’unità dinastica,
    diventando di fatto creditori di uno Stato che li spogliava.
    Gramsci, con la consueta lucidità, denunciò questa rapina sull’Avanti! dell’aprile del 1919, in
    un articolo intitolato “I dolori della Sardegna”. Egli quantificò in 500 milioni di lire il tributo
    prelevato dallo Stato dai contadini e pastori sardi nel cinquantennio 1860-1910 e regalato alla
    classe dirigente non sarda, arrivando alla folgorante conclusione che la Sardegna fosse
    trattata “peggio della colonia eritrea”, poiché per la colonia lo Stato “spendeva”, mentre
    dall’Isola si limitava a “prelevare un tributo imperiale”.
    Un articolo successivo, sempre del 1919 e recentemente riemerso dalle carte d’archivio, ci
    restituisce la denuncia nella sua forma più cruda e completa, svelando il nesso profondo tra
    capitalismo di rapina e miseria delle masse sfruttate. Gramsci scrive:
    «I signori torinesi, la classe borghese di Torino, che nel 1898 ha seminato di lutti e rovine
    l’isola di Sardegna facendo perseguitare, dai carabinieri e dai soldati, come cinghiali, per
    monti e per valli, i contadini e i pastori sardi affamati; i signori di Torino e la classe borghese
    di Torino, che ha ridotto allo squallore la Sardegna, privandola dei suoi traffici con la
    Francia, che ha rovinato i porti di Oristano e Bosa e ha costretto più di centomila Sardi a
    lasciare la famiglia, i figli, la moglie per emigrare nell’Argentina e nel Brasile; i signori di
    Torino e la classe borghese di Torino, che ha sempre considerato la Sardegna come una
    colonia di sfruttamento, che ha rubato, nell’ultimo cinquantennio, più di 500 milioni di
    imposte, denaro sudato dai contadini e dai pastori rimanendo sotto la sferza del sole per 16
    ore quotidiane; i signori di Torino e la classe borghese di Torino, che si è arricchita
    distruggendo le foreste sarde, che ha riempito i suoi portafogli col sangue, la fame, la
    miseria del popolo di Sardegna».
    Questa intuizione gramsciana trova conferma nelle parole dello storico americano John Day,
    che definisce l’Isola come «una delle più antiche e costanti colonie del mondo».
  3. L’Equivoco Storico dei Moti Antifeudali e la Continuità del Dominio di Classe
    Questa condizione coloniale non nacque con l’Unità, ma affondava le radici in secoli di
    dominazione. La narrazione risorgimentale e borghese ha consegnato alla storia i moti
    antifeudali del 1793-96 come un’epopea gloriosa di un popolo che lottava contro le vecchie
    strutture feudali per affermare ideali di libertà. Una lettura più attenta, scevra dalla retorica
    patriottarda di cui anche certi filoni dell’indipendentismo si sono abbeverati, rivela una realtà
    ben più complessa.
    John Day, incrociando i dati dei censimenti e delle tassazioni con le aree in cui le ribellioni
    furono più violente, dimostra che i moti furono innanzitutto una «classica rivolta anti-fiscale
    di gente ridotta alla miseria e alla disperazione per le cattive annate». Fu solo in un secondo
    tempo che il movimento venne “recuperato” e diretto dai “democratici” filo-francesi come
    Cillocco, Mundula, Muroni e lo stesso Giovanni Maria Angioy: esponenti di quel ceto sociale
    borghese in gran parte esente dai tributi che avevano scatenato la rivolta. La prospettiva di
    classe capovolge la retorica: la spinta rivoluzionaria veniva dalla fame, dall’urgenza materiale,
    e solo in seguito fu imbrigliata in un progetto politico borghese.
    La politica della dinastia sabauda si pose quindi in netta continuità con quella dei precedenti
    dominatori. Come ebbe a dire Ruggero Grieco, dirigente comunista degli anni ’20-30, la
    storia ufficiale dell’Italia unita fu «essenzialmente dinastico-piemontese, quindi falsa dal
    principio alla fine». La borghesia italiana, lungi dal cercare l’appoggio delle masse popolari, si
    saldò prima con la nobiltà del Nord e i “galantuomini”, e poi con la nobiltà del Sud, sempre e
    comunque contro i contadini. Il risultato fu che i mali antichi, anziché essere risolti, vennero
    acuiti.
  4. La Nascita della “Questione Sarda”: Povertà, Identità e Percezione di Sé
    La specificità della Sardegna emerge con chiarezza se si analizza la sua reazione a questa
    oppressione secolare. Gli anni ’90 del XIX secolo furono drammatici: la guerra doganale con
    la Francia e la crisi bancaria provocarono una crisi agraria che decimò la piccola proprietà
    contadina. I fallimenti per debiti d’imposta diedero alla Sardegna il triste primato della
    devoluzione di patrimoni, portando alla riconversione forzata verso la pastorizia, pilotata dai
    caseifici laziali interessati alla produzione di pecorino romano per l’esportazione.
    La risposta delle masse rurali fu un ribellismo che sfociò in una recrudescenza del
    banditismo, represso militarmente con l’invio di un reggimento nel 1899 e centinaia di arresti.
    Gramsci denunciò con forza il clima di razzismo anti-sardo che ne conseguì, paragonando i
    Sardi ai “negri” e descrivendo i contadini e pastori “perseguitati dai carabinieri e dai soldati
    come cinghiali”. Questa percezione di essere trattati come esseri inferiori, come selvaggi da
    domare, non fece che rafforzare nei Sardi un senso di alterità, di non-appartenenza alla
    comunità nazionale.
    È in questo crogiolo che matura l’intuizione di Giovanni Battista Tuveri, il primo teorico del
    federalismo sardo e colui che coniò l’espressione “Questione sarda”. Per Tuveri, essa non era
    solo un problema di arretratezza e miseria, ma il drammatico risultato di secoli di politica
    colonialista (dal XV secolo in poi) che aveva impedito all’Isola di sviluppare una propria
    moderna borghesia e l’aveva ridotta a una condizione di subalternità totale. Lo stesso
    Gramsci, negli anni giovanili, subì l’influenza di questo pensiero federalista e repubblicano,
    arrivando a ipotizzare una “Repubblica sarda” all’interno di uno Stato socialista e federale,
    combinando l’ispirazione soviettista con l’autodeterminazione delle regioni.
    Da qui la differenza fondamentale. La Questione Meridionale, nella sua formulazione classica,
    fa sostanzialmente tutt’uno con la povertà e l’arretratezza. La Questione Sarda, invece, pur
    contenendo questo elemento, lo trascende. Essa riguarda la storia millenaria di un popolo, la
    sua lingua, la sua cultura, l’idea che i Sardi hanno di sé e il modo in cui si percepiscono
    rispetto a una comunità nazionale che li ha sempre trattati come una colonia. La povertà è la
    conseguenza, ma la causa profonda è la condizione coloniale, che ha generato un’alterità che
    nel Mezzogiorno continentale, pur presente, non ha la stessa profondità storica e
    antropologica. Si è sviluppata, quasi per una sorta di ripulsa antropologica, un’identità non
    solo distinta, ma contrapposta al resto del Continente.
  5. Dalla Spoliazione Classica all’Oppressione Contemporanea e il Travaglio del PCI
    Dal secondo dopoguerra a oggi, il meccanismo di spoliazione ha cambiato forma, divenendo
    più pervasivo e omologante, ma non meno oppressivo. La distorsione capitalistica si è
    innestata su una società in cui non si era compiuta l’accumulazione primitiva, creando un
    coacervo di aspettative deluse e speranze di riscatto tradite.
    L’approdo del PCI alla specificità sarda non fu né immediato né lineare. Figure come Laconi,
    Spano, Dore, Dessanay dovettero affrontare un travaglio interno, un dibattito talvolta aspro,
    per superare un retaggio centralista e “terzinternazionalista” che vedeva nell’autonomia
    regionale un possibile fattore di frammentazione della lotta di classe. Fu la ferma indicazione
    di Togliatti a indicare che l’autonomia della Sardegna non doveva essere una rivendicazione
    tra le tante, ma il principale terreno di lotta per la rinascita dell’Isola.
    Tuttavia, questo riconoscimento fu poi mortificato dallo sbocco politico. La battaglia per la
    “specialità” fu debole sin dall’inizio, frenata dall’insipienza dei partiti in seno alla Commissione
    consultiva regionale e dall’azione delle forze moderate. La nascita dello Statuto Speciale, con
    la sua autonomia mutilata e umiliante, premiò le forze del vassallaggio verso lo Stato centrale
    e soffocò le spinte più avanzate verso l’autodeterminazione.
    Oggi, la Questione Sarda riaffiora con forza, come un fiume carsico. La lotta di massa contro
    la speculazione energetica, il “No” massiccio al progetto di fare dell’Isola un collettore per
    profitti altrui, è la nuova, potente reviviscenza della lotta per l’autodeterminazione.
  6. La Sfida Politica: Oltre l’Identitarismo Velleitario
    In questo nuovo scenario, le risposte che provengono dal variegato mondo
    dell’indipendentismo e dell’autonomismo si rivelano inadeguate, quando non regressive.
    L’esperienza delle recenti elezioni regionali è emblematica: dopo mesi di estenuanti trattative,
    personalismi di bottega e sparate roboanti, la maggior parte di queste forze ha finito per
    accodarsi al carro elettorale di Soru, in buona compagnia col peggiore liberismo (Calenda, Più
    Europa) e atlantismo, dimostrando tutta la loro debolezza politica e il loro carattere
    interclassista.
    L’indipendentismo non può racchiudersi in un mero nazionalismo fine a sé stesso. Sulle
    masse popolari sarde grava una doppia oppressione e subalternità: quella nazionale
    (l’assenza di un reale autogoverno) e quella di classe (lo sfruttamento capitalistico e
    l’arretratezza sociale). Esse sono l’intreccio di un unico problema politico. Ignorarne una
    significa condannare l’altra alla sconfitta.
    Spetta a una forza comunista raccogliere questa sfida. Il compito è quello di condurre come
    un tutt’uno la battaglia per l’autodeterminazione politica e culturale dei sardi e quella per la
    loro emancipazione economica e sociale dallo sfruttamento capitalistico.
    L’insegnamento di Gramsci è qui la bussola. Il suo distacco dal sardismo storico risiede
    nell’aver posto al centro le relazioni di classe, non la mera forma politica dello Stato. Per i
    lavoratori sardi, egli vedeva necessaria un’alleanza di classe con gli operai e i contadini
    continentali, piuttosto che una generica opposizione interclassista. Il conflitto sociale interno
    alla Sardegna è inscindibile dal conflitto esterno. L’emancipazione dell’Isola avverrà attraverso
    una politica di alleanze con le forze antagoniste in Italia e in Europa, contro l’oligarchia sarda e
    il capitale internazionale.
  7. Il Compito del Partito: Egemonia e Autodeterminazione di Classe
    Compito dei comunisti è quindi essere l’ago della bussola che impedisca alla legittima lotta
    per l’identità di degenerare in un identitarismo velleitario e inconcludente. Sta a noi
    raccogliere la bandiera dell’integrale autodeterminazione dei Sardi, consapevoli che questa
    non può significare altro che la piena liberazione di ogni sardo dallo sfruttamento di classe e
    dall’indigenza.

Il richiamo, emerso nel 2° Congresso Nazionale del partito, a «inserire la specificità sarda nel
progetto politico complessivo» e a introdurre «nell’indirizzo politico la peculiarità
riconosciuta» rimane a oltre due anni di distanza un monito inascoltato. Quella richiesta è
caduta nel vuoto.

È necessario e urgente riprendere l’iniziativa. Si convochi un Comitato regionale per un
cambio di paradigma, per adeguare la linea politica e organizzativa, anche statutariamente, al
principio della “specialità sarda”. Occorre tradurre l’analisi in una proposta politica chiara e in
un’azione organizzativa che sappia cogliere il fenomeno ormai esteso a grandi masse popolari
dell’identità e dell’aspirazione all’autodeterminazione.

La lotta per la conquista del consenso e dell’egemonia, in senso gramsciano, delle grandi
masse popolari in Sardegna passa oggi attraverso questo crinale. Il Partito, in Sardegna e a
livello nazionale, deve dimostrare di esserne pienamente consapevole e di saper tradurre
questa consapevolezza in azione politica concreta. Il cammino è lungo e non lineare, ma
senza questa consapevolezza, la nostra presenza tra le masse popolari sarde è destinata
all’irrilevanza.

Gian Carlo Portas, segretario regionale PCI della Sardegna

Condividi