Le elezioni in Bulgaria

Nelle giornate del 19 e 20 aprile scorso si sono tenute le elezioni per il rinnovo del parlamento
bulgaro.

L’affluenza alle urne, di poco superiore al 50% , è stata sottolineata da più parti come un risultato assai positivo, anche in considerazione del fatto che i cittadini bulgari, negli ultimi cinque anni,
sono stati chiamati al voto ben otto volte, a conferma della notevole instabilità politica del Paese, e
che la stessa nel 2024 era scesa al 39%.

L’esito del voto ha assegnato la vittoria a Rumen Radev, leader di PB (Bulgaria Progressista) che
con il 44,7% ottiene ben 130 seggi sui 240 disponibili, ossia la maggioranza assoluta.

Le altre forze politiche che superano la soglia di sbarramento del 4% e sono rappresentate in
Parlamento sono: GERB-UDF (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria) partito di centrodestra guidato da Boyko Borissov, per molto tempo tra i principali artefici della politica
bulgara, che dal precedente 26% è sceso al 13,5%; APS (Movimento per i Diritti e la Libertà),
partito della minoranza turca, guidato da Delyan Peevski, per oltre dieci anni alleato di Boyko
Borissov, sceso al 6,6%; Continuare il Cambiamento-Bulgaria Democratica, un partito
liberaldemocratico europeista, con il 12,8%; Vazrazhdane (Rinascita) formazione nazionalista di
estrema destra con il 4.3%.

Resta fuori, con il 3,1%, il BSP (Partito Socialista Bulgaro).

Il vincitore Rumen Radev, generale dell’aeronautica militare, per due mandati Presidente della
Repubblica, ha vinto le elezioni promettendo una serrata lotta alla corruzione e politiche attente alle
fasce più deboli della popolazione, colpite dell’inflazione dopo l’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona ad inizio anno.

Contrariamente a quanto accaduto la settimana precedente, in occasione dell’esito del voto in
Ungheria, che ha sancito la sconfitta di Viktor Orban dopo sedici anni, ben poche ed assai sottotono sono state le dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea a fronte del cambiamento politico intervenuto in Bulgaria.

Le stesse prese di posizione dei principali leader europei, quando presenti, sono state di basso
profilo.

Pesa al riguardo la politica estera che Rumen Radev, da presidente, ha tenuto nei confronti della
Russia, una posizione consapevole della “relazione storica” tra i due Paesi, e che dopo lo scoppio
della guerra tra Russia e Ucraina lo ha portato a sostenere la necessità del dialogo tra il Cremlino e l’Unione Europea, a contrastare la deriva bellicista di quest’ultima, a rimarcare l’interesse del suo
Paese ad acquistare dalla Russia le necessarie risorse energetiche.

Le prese di posizione delle forze politiche italiane di maggioranza, quando presenti, si evidenziano
in linea con quelle espresse a livello europeo.

Da parte del centrosinistra, prodigo di commenti positivi, per non dire entusiasti, nei confronti della
vittoria di Tisza, partito della destra conservatrice in Ungheria, poco o nulla è stato detto, eppure ha vinto una forza politica dichiaratamente progressista, il cui programma, contrariamente a quello del leader ungherese, è tale.

Ancora una volta si conferma la sovrapponibilità delle politiche del centrodestra e del centrosinistra, la scelta pro Unione Europea e pro Nato, la condivisione delle loro politiche, che allontanano la pace ed avvicinano la guerra, politiche delle quali continuano a fare le spese i ceti popolari.

Serve ben altro, serve un’Europa confederale, “dall’Atlantico agli Urali”, di stati sovrani ed
indipendenti, come fattore di pace, uguaglianza e solidarietà tra i popoli, per un mondo multipolare.

Il Partito Comunista Italiano

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