Europa e Italia senza voce

Stretto di Hormuz. Dare voce e concreta tutela ai lavoratori marittimi italiani. 

I lavoratori marittimi, stretti tra venti di guerra e crisi della libera navigazione. Unione Europea, attore politico smarrito dinanzi alla crisi internazionale. Governo italiano, del tutto latitante dalla scena circa il destino dei lavoratori italiani coinvolti nel blocco navale.

Da settimane la crisi segna in maniera grave (per l’economia) e pericolosa (per le sorti della pace), lo “stretto di Hormuz”. Una crisi prodotta da una guerra a trazione israele-statunitense che nega in radice il diritto internazionale nutrendo in via brutale la politica e logica “del più forte”, condizionando in modo pesante l’economia mondiale e la vita dei popoli su cui si scaricano i costi del conflitto; la vita e condizione dei lavoratori, innanzitutto di quelli marittimi (si stima tra 15 e 20000) coinvolti nel pericoloso impasse e vicolo cieco determinato dall’interruzione dei traffici marittimi in quell’area del mondo. Una crisi rispetto a cui l’Unione Europea ancora una volta conferma la propria irrilevanza sul terreno geopolitico e diplomatico, incapace com’è di determinare passi in avanti reali. Una UE che appare attore smarrito quanto inefficace ed impreparato circa l’individuazione di una soluzione avanzata in merito ai nodi posti dalla crisi energetica rapidamente acuitasi che ha sollevato legittime preoccupazioni riguardo al “caro carburante” e al lievitare dei prezzi al consumo accompagnati vergognosamente da tentativi di speculazione e da nuove spinte inflattive. In questo contesto, quasi fosse “nodo e dramma minore”, né i politici, né i media accennano alla condizione che vivono le famiglie e i lavoratori marittimi bloccati nello stretto di Hormuz dai pasdaran e dalla flotta militare Usa. 

Come comunisti, avvertiamo innanzitutto la necessità di dare visibilità a questi lavoratori abbandonati al loro destino. Sul totale dei lavoratori di fatto ostaggio del braccio di ferro politico e militare in atto, risulterebbero circa 2500 i marittimi italiani (fonte Fit Cisl Liguria) bloccati da settimane su superpetroliere, portacontainers, bulk carrier. Oltre all’impossibilità di garantire la rotazione degli equipaggi, molti di questi, imbarcati su navi vicine o parte del cuore dell’area di crisi, soffrono ormai la mancanza di forniture alimentari adeguate e la possibilità -al bisogno- delle cure indispensabili. Senza contare la condizione materiale e psicologica che al momento coinvolge i lavoratori marittimi i cui cargo sono stati sequestrati in armi da pasdaran sui quali incombe in via permanente un incerto destino. Serve uno scatto della comunità internazionale. Serve che questo Governo inerte e arreso dinanzi alla prepotenza internazionale, che spesso in via del tutto retorica e strumentale fa riferimento ad una supposta “italianità” da tutelare, reclami la difesa dei propri connazionali, la difesa dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori presenti nell’area coinvolti nella crisi. Lavoratori marittimi che non possono essere stritolati da logiche belliciste, da interessi economici internazionali speculativi, dalla follia della guerra.

Come ieri i lavoratori non potevano e dovevano essere “carne da cannone” da sacrificare nelle guerre imperialiste, oggi non possono esserlo nei nuovi scenari di guerra neocoloniale dettati da una minoranza di “poteri forti” e Paesi del mondo. Serve un’iniziativa politica forte. Serve la solidarietà dei lavoratori tutti, ed in primis di quelli marittimi, su scala globale. Il PCI è con il dolore e il sacrificio quotidiano dei marittimi coinvolti.

Dipartimento Nazionale Lavoro del PCI

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