Oltre la nostra soglia

Quello che negli scorsi giorni è accaduto nel Mar Mediterraneo a carico dei componenti della Global Samud Flotilla è molto più di un “incidente” esecrabile messo in atto dal governo israeliano, plasticamente tradotto con violenta tracotanza dal suo Ministro della Sicurezza Nazionale (!) Ben Gvir.

Quello che è accaduto, è una campana a morto non solo del diritto internazionale, ma del diritto in sé (peraltro da molti mesi calpestato e ferocemente sdrucito) che avrebbe dovuto rappresentare e sorreggere – quale comune diga politica, giuridica e di principio -, le ragioni di una condivisa coscienza democratica.

Così non è stato. Di fronte alle intimidazioni e violenze subite dai partecipanti, alle umiliazioni intenzionalmente perpetrate, alle minacce e agli atti di sfida al mondo lanciati dai governanti israeliani con la prepotenza tipica di chi da anni si nutre del convincimento di una sostanziale impunità politica e invulnerabilità militare, la risposta è stata sinora balbettante e inadeguata limitandosi a scaramucce tra cancellerie, a rimproveri formali, ad avvertimenti che non hanno – al momento – fermato una sola pallottola contro il Popolo Palestinese, né un solo colpo di bastone contro i civili, o sbarrato d’un passo una brutale occupazione di case e terre su cui da secoli i palestinesi hanno vissuto, lavorato, fatto figli, costruito famiglie.

Oggi ci stupiamo del duro trattamento riservato agli attivisti che tentano di portare pane, medicinali, coperte a Gaza. Un trattamento che ha procurato una ferita alla dignità con l’aggravante della derisione che rinvia all’atteggiamento del conquistatore che s’intende non solo forte ma anche in via legittima investito dalla missione (terribile e tragica!) del dover difendere “una terra promessa da Dio” e per questo stesso motivo, assolto da ogni nefandezza.

Messianismo religioso, nazionalismo e suprematismo s’intrecciano nel sionismo di cui la destra israeliana è oggi principale interprete, apparentemente senza controcanto politico all’altezza. Sì. Dobbiamo indignarci a gran voce senza arretramenti, ma non stupirci.

Questo, lo lasciamo alle anime belle o a quelle del tutto consapevoli e colpevoli che di giorno fanno finta di stracciarsi le vesti, piangono per la popolazione palestinese annientata, firmano vibranti petizioni; e di notte vendono armi ad Israele e vi fanno -a partire dal nostro Paese- affari d’ogni tipo; considerando dato relativo, minore quando non trascurabile, il fatto che a capo di quel Governo vi sia un uomo politico dichiarato criminale di guerra.

Per un esercito che è stato chiamato a sparare al bersaglio sui bambini che tentavano di prendere un tozzo di pane, a bombardare ospedali, a uccidere giornalisti e civili, a distruggere con le ruspe da anni case e villaggi, a lasciar marcire nell’inedia, nella malattia e sotto l’acqua i campi profughi dei disperati, a occupare il Libano e la Cisgiordania (con buona pace del contingente italiano e dell’Onu che subiscono attacchi e stanno a guardare sancendo, per l’appunto, il fallimento della politica e del diritto); fermare e malmenare democratici disarmati che dal mare cercano di portare un aiuto concreto, è poco più d’un rabbuffo, quasi un’esercitazione da ricreazione per le giovani leve.

Al risveglio ancora troppo flebile delle coscienze (onore alla Samud Flotilla e a chi ogni giorno combatte e ovunque resiste!) e alla nostra indignazione, si accompagna intanto la notte dei tempi che anche in Europa s’incupisce e cresce, nutrita da debolezze, sottovalutazioni, silenzi, connivenze geopolitiche e miserie di casa, dettate da opportunismo e interessi che non vanno disturbati.

È necessario che il mondo fermi Israele e affronti il suo scudo e mentore politico, gli Stati Uniti d’America. Punto. Il fatto è che quelle ruspe, le pallottole, le violenze e lo scempio d’umanità sono già oltre la nostra soglia di casa.

Sono qui.

Non vederlo, è già acconsentire alla tragedia.

Fermiamoli!

Nessuno taccia.

Nessuno si volti dall’altra parte.

Patrizio Andreoli
Comitato Centrale PCI

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