PCI: 105° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA CINESE

Oggi, 17 luglio, si è tenuto, presso l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, un seminario organizzato in occasione del 105º anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. L’iniziativa ha rappresentato un’importante occasione di confronto franco e costruttivo tra i compagni cinesi e quelli italiani. Erano infatti presenti delegazioni del Partito Comunista Italiano, del Partito della Rifondazione Comunista, del Partito Comunista e dell’Associazione Marx21.

Partito Comunista Italiano WhatsApp Image 2026 07 17 at 21.52.12

Il Partito Comunista Italiano esprime piena soddisfazione per la riuscita dell’iniziativa e desidera rivolgere un sentito ringraziamento all’Incaricato d’Affari Li Xiaoyong e al Consigliere Yang Ruiguang per gli interventi e gli spunti di riflessione offerti nel corso del seminario. Per il PCI, il dialogo tra comunisti che operano in contesti politici, storici e sociali differenti non costituisce un mero esercizio formale ma rappresenta una preziosa occasione di reciproco apprendimento e di approfondimento politico. Un confronto che contribuisce a rafforzare la definizione di obiettivi comuni, a partire dall’impegno condiviso per la pace, la giustizia sociale e la cooperazione tra i popoli.

Di seguito, gli interventi tenuti per l’occasione dal Segretario nazionale Mauro Alboresi e dal compagno Francesco Maringiò del dipartimento esteri del partito:

Partito Comunista Italiano WhatsApp Image 2026 07 17 at 21.52.12 1

diMauro Alboresi

Il Partito Comunista Italiano desidera innanzitutto ringraziare per l’invito a partecipare a questa importante iniziativa inerente al 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Siamo tra coloro che hanno guardato e guardano con grande attenzione ed interesse alla sua esperienza, al suo dispiegarsi, da quel lontano Luglio del 1921 nel quale esso si costituì, al pari di altri, in altre parti del mondo, sull’onda dei sommovimenti conseguenti all’affermazione della Rivoluzione d’Ottobre, dei nuovi equilibri determinatisi a seguito degli esiti della prima guerra mondiale. Analizzando i molteplici salienti passaggi che hanno caratterizzato la storia del Partito Comunista Cinese, non si può non cogliere innanzitutto la sua crescente capacità di misurarsi con la realtà data, di affermarne una lettura originale, peculiare, di sapere tenere assieme teoria e pratica politica, ribadendo il primato di quest’ultima.

Da ciò, ne siamo convinti, è largamente derivato il suo successo, durante la lunga fase dell’occupazione straniera, della guerra civile, sino all’affermazione della Repubblica Popolare Cinese nell’Ottobre del 1949, e successivamente ad essa sino ad oggi. Una capacità di analisi, di critica, che gli ha consentito e gli consente di guardare avanti, misurando ed adeguando la linea del partito ai mutamenti di volta in volta impressi alla realtà. Siamo di fronte ad un’esperienza profondamente dialettica, che trova nell’opera di Mao Zedong una delle sue più alte espressioni, ad un’esperienza che sviluppandosi negli anni successivi ad opera dei diversi dirigenti succedutigli, centrale la figura di Deng Xiaoping, dal 2012, sotto la guida di Xi Jinping, si è ulteriormente qualificata, ponendo con sempre maggiore forza all’attenzione generale la Cina, e con essa la questione della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi, volta al massimo sviluppo delle forze produttive, anche attraverso l’utilizzo di forme e meccanismi di mercato, funzionali anche e soprattutto sul piano della allocazione di risorse. Una scelta, questa, pienamente dentro il pensiero marxista, che ha fatto tesoro della stessa storia dell’URSS, delle diverse esperienze concretizzatesi nel tempo, di quanto ha caratterizzato il movimento comunista internazionale.

Una scelta, quella del Partito Comunista Cinese, che nel contempo esprime la piena consapevolezza circa la centralità della proprietà pubblica nei settori strategici dell’economia, della pianificazione, della programmazione dello sviluppo, della sua finalizzazione. Ciò esprime la convinzione che socialismo e mercato, purché questi sia effettivamente regolato e controllato, non sono termini conflittuali, come, al contrario, lo sono in maniera irriducibile socialismo e capitalismo. Il benessere del popolo, obbiettivo primario di una società socialista, è l’orizzonte entro il quale dichiaratamente, concretamente, muove l’azione del Partito Comunista Cinese, ed i dati disponibili, che testimoniano il grande sviluppo economico e sociale raggiunto dalla Cina, la sua dimensione quantitativa e qualitativa, riconosciuti anche dai diversi organismi internazionali, ne evidenziano l’efficacia.

La concretizzazione del 14°Piano Quinquennale, definita a ragione come una fase di straordinaria crescita, di grande significato nello sviluppo del Paese, consente di guardare con ottimismo al 15° Piano Quinquennale, quello avente valenza 2026/2030.

I principi guida sottolineati per lo sviluppo economico e sociale nel periodo considerato sono oltremodo emblematici, gli obbiettivi principali che ne discendono evidenziano ciò che la Cina si propone, ossia un passo in avanti significativo verso la modernizzazione socialista alla quale tende entro il 2035. Siamo quindi di fronte ad un’esperienza originale ed allo stesso tempo incisiva volta alla costruzione di una moderna società socialista, resa possibile grazie al ruolo di direzione, di governo del Partito Comunista Cinese, anch’esso chiamato a più riprese a riformarsi, ad essere sempre più adeguato, funzionale alla sfida del socialismo che entra in una nuova era.

Condividiamo il tanto che Xi Jinping ha detto, dice a riguardo della necessità della solidità interna del partito, che ha visto crescere progressivamente il numero dei propri aderenti sino a superare oggi la cifra di 101 milioni, una solidità funzionale a garantire la stabilità della Cina. Governare il partito in modo rigoroso è un’esigenza a fronte delle sfide che la Cina ha davanti a sé, e giustamente si attribuisce grande importanza nel processo di costruzione dello stesso alla disciplina interna, un forte e coeso partito è infatti condizione fondamentale per affermare gli obbiettivi perseguiti. Come più d’uno ha sottolineato, tale esperienza, il suo futuro, si misura con una situazione internazionale sempre più complessa, problematica, aperta a molteplici sbocchi. Siamo di fronte al declino del sistema unipolare atlantico governato dall’imperialismo affermatosi dopo il crollo dell’URSS, all’irrompere sullo scenario internazionale di un insieme di Paesi che pur assai diversi tra loro rivendicano un mondo multipolare.

L’imperialismo ha dimostrato e dimostra di non essere disponibile a rinunciare pacificamente alla propria egemonia, si propone con sempre maggiore aggressività, come testimonia quanto accade, l’azione dell’alleanza euro atlantica a guida statunitense, della quale la NATO rappresenta il braccio armato, dichiaratamente volta a contrastare la Cina. Come da più parti sottolineato i prossimi anni saranno segnati da un confronto sempre più marcato tra questi due scenari, tra queste due prospettive, da una sempre più stringente alternativa tra pace e guerra.

Siamo di fronte ad un insieme di questioni che connotano la sfida globale (pace, sviluppo, ambiente, diritti, etc.) e che impongono innanzitutto un cambio di prospettiva, un diverso approccio culturale e politico assieme. Gli sforzi del Partito Comunista Cinese, della Cina, sono orientati alla pace, alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali, all’affermazione di uno stabile ordine internazionale. L’obbiettivo della costruzione di un’umanità dal futuro condiviso, sulla quale insiste la leadership cinese, è la giusta risposta, essa indica la strada della collaborazione, della solidarietà tra gli Stati, i governi, i popoli per rispondervi. Le quattro grandi iniziative globali proposte dalla Cina su sviluppo, sicurezza, civiltà, governance muovono nella giusta direzione. L’approccio della Cina, sotto la guida del Partito Comunista Cinese, di Xi Jinping, guarda all’interesse dell’umanità intera.

Quanto messo in campo dal Partito Comunista Cinese, dalla Cina nello scorso e nell’attuale secolo, costituisce un’esperienza di assoluto rilievo, che ha contribuito e contribuisce al rilancio degli ideali e della prospettiva del socialismo su scala planetaria, che ha riproposto tale questione all’attenzione generale. Il Partito Comunista Cinese da tempo promuove importanti innovazioni teoriche, vivificando per quella via la cultura marxista, offrendo al movimento comunista internazionale nuova linfa.

La capacità della leadership cinese di integrare i principi fondamentali del marxismo con la realtà concreta del Paese è sotto gli occhi di tutti, quanto in tale ambito il pensiero di Xi Jinping si sia dimostrato decisivo è del tutto evidente.

Un grande apporto, un grande contributo alla causa del socialismo, ieri come oggi, un bel modo di celebrare il proprio 105° anniversario.


diFrancesco Maringiò

Eccellenza, Ministro Consigliere Li Xiaoyong,
Egregi consiglieri Yang Ruiguang, Liu Qi e Zhao Chenlin,
cari compagni,

ringrazio l’Ambasciata per l’invito a questo convegno e per offrirmi così l’occasione di condividere il ricordo di un recente viaggio che ho compiuto in Cina sulle tracce della Lunga Marcia.

Per la delegazione che ha preso parte al viaggio – e qui vi ringrazio per avermi dato questa opportunità e per avermi indicato come capo delegazione, una responsabilità ed un onore unico – è stata un’esperienza straordinaria, un viaggio che ha cambiato il modo in cui comprendiamo questo paese, e in qualche misura anche il modo in cui comprendiamo noi stessi. Desidero portare qui il ricordo di quei giorni, e condividere alcune riflessioni che ne sono scaturite. Prima di entrare nel merito, vorrei condividere un dato che credo meriti attenzione. Un recente sondaggio Pew Research indica che il 51% degli italiani ha oggi un’opinione favorevole della Cina, con un incremento di venti punti rispetto al 2022; tra i più giovani la percentuale sale al 63%. Non è un numero che nasce dal caso. È, credo, la prova che il lavoro culturale, gli scambi, le occasioni di incontro diretto — come quelle che l’Ambasciata promuove continuamente — producono un effetto reale, silenzioso ma misurabile, sulla percezione reciproca tra i nostri popoli. Permettetemi allora di tornare all’origine di tutto questo.

Nel luglio del 1921, tredici delegati si riunirono clandestinamente a Shanghai. Quando la polizia fece irruzione, si trasferirono su una barca sul lago Nanhu e lì approvarono il primo statuto del Partito Comunista Cinese. Rappresentavano poco più di cinquanta membri provenienti da tutto il Paese. L’obiettivo era preciso: spezzare il ciclo iniziato con «il secolo delle umiliazioni» che aveva ridotto una delle grandi civiltà del pianeta a una delle nazioni più povere. Ci vollero ventotto anni di guerra civile, resistenza contro l’aggressione giapponese e lotta contro i nazionalisti prima che quel ciclo si chiudesse definitivamente, nel 1949.

Oggi siamo qui per ricordare dove tutto questo ebbe inizio. Durante il nostro recente viaggio abbiamo visitato lo Jiangxi, da dove ebbe inizio la Lunga Marcia, di cui ricorre quest’anno il 90 anniversario. Nata come risposta militare all’accerchiamento nazionalista, essa si trasformò, nel corso di diecimila chilometri, in qualcosa di diverso. Il Partito Comunista Cinese imparò a fare cose che nessuna battaglia insegna: dirigere soviet, amministrare territori, gestire scuole, organizzare la vita civile mentre infuriava la battaglia. L’Esercito Rosso non si limitava a combattere. Trasmetteva nuove norme — igiene, relazioni familiari, etica collettiva — alle comunità rurali che non erano mai state raggiunte da alcuna forza modernizzatrice. Si stava costruendo un nuovo tessuto sociale nel vivo degli eventi. Ecco perché la Lunga Marcia occupa ancora oggi il posto che le spetta nella storia del PCC: non come episodio epico, ma circoscritto, bensì come momento fondante di una nuova cultura politica. Il Segretario Generale Xi Jinping ha affermato che è essenziale che tutti, all’interno del Partito, non dimentichino mai la propria aspirazione originaria e la propria missione fondativa, e che mantengano sempre modestia, prudenza e spirito di lavoro, con il coraggio e la capacità di proseguire la propria battaglia. Osservando il Partito comunista cinese dall’esterno, c’è un elemento che emerge su tutti gli altri.

Per evitare di irrigimentarsi e per restare fedele alle proprie aspirazioni originarie, il PCC ha messo in campo una pratica: 自我革命 — zi wo gé mìng: l’auto-rivoluzione. Non come formula retorica, ma come pratica concreta: disciplina interna, campagne sistematiche anti-corruzione, la volontà di confrontarsi con le proprie contraddizioni anziché evitarle. È questa, credo, la ragione principale per cui questo Partito è ancora in piedi dopo centocinque anni. La stessa logica vale per il marxismo. Il Partito Comunista Cinese non lo ha considerato un dogma da custodire, ma uno strumento da applicare: alla realtà concreta della Cina, alla sua storia, alla sua cultura. Le due integrazioni formalizzate nell’ultimo Congresso — il marxismo e la realtà concreta della Cina, il marxismo e la cultura tradizionale cinese — non sono eclettismo teorico. Sono il risultato di decenni di pratica politica che hanno prodotto analisi e profonde innovazioni. Nel discorso tenuto in occasione del 105° anniversario della fondazione del Partito, Xi Jinping ha descritto lo spirito del PCC attraverso sei capacità funzionali. Questi sono gli elementi che aiutano chi non è cinese a comprendere come il PCC vede sé stesso e come opera.

1. Capacità di apprendimento — Il marxismo viene continuamente adattato alla realtà: viene prima «sinizzato» e poi adattato ai tempi moderni. È uno spirito di innovazione che non abbandona i principi fondamentali, ma li rende vivi e li radica nella realtà concreta, consentendo loro di evolversi di pari passo con i cambiamenti storici e sociali.

2. Capacità di radicarsi profondamente nella società — come ha affermato Xi: «Il Paese è il popolo; il popolo è il Paese». È attraverso questo legame che il PCC esercita la propria governance. Il risultato è una forma di modernizzazione che non è né un’imitazione del modello occidentale né una rottura con la propria storia: è — come ha detto Xi — una nuova forma di civiltà umana.

3. Capacità di governo — il PCC coniuga tattica e strategia, obiettivi a lungo termine e compiti a breve termine. Sa in quale fase storica si trova, quali sono i compiti centrali del presente e come adattarli a una prospettiva storica di liberazione umana.

4. Capacità di essere all’avanguardia — il PCC non si limita a reagire ai cambiamenti. È un partito proattivo che interpreta le trasformazioni in atto, anticipa i problemi emergenti e formula risposte in anticipo. Non segue le correnti della storia: le guida.

5. Capacità di lotta — lo spirito di lotta come pratica costante. Un partito che non considera conclusa la propria missione una volta conquistato il potere, ma rimane sempre pronto ad affrontare le sfide e ad avanzare verso l’obiettivo finale.

6. Capacità di autoriforma — esercitata attraverso l’autodisciplina interna, campagne anticorruzione e la determinazione ad affrontare e risolvere le proprie contraddizioni anziché eluderle.

Ed a proposito di legami col popolo, attingo ancora dal diario di viaggio. A Ruijin abbiamo visto il pozzo che Mao scavò perché la popolazione locale soffriva la mancanza di acqua potabile. Non fu un gesto simbolico: fu una risposta concreta a un bisogno quotidiano. Oggi, in quella provincia, il principio del popolo al centro si esprime attraverso la telemedicina e i big data, strumenti che portano l’assistenza sanitaria e i servizi pubblici fin dentro le comunità più remote. Dal pozzo ai data center, gli strumenti cambiano; l’obiettivo resta identico.

Abbiamo visto come l’Armata Rossa, negli anni Trenta, insegnasse alle famiglie contadine a preparare le tagliatelle dalle patate. Quello stesso spirito, quell’esercito di maestri e di missionari laici, non è scomparso: ha semplicemente cambiato forma. Negli ultimi decenni, oltre 800 milioni di persone sono state sollevate dalla povertà assoluta perché il Partito, attraverso i suoi comitati locali, ha continuato a fare esattamente ciò che faceva negli anni Trenta: guidare cooperative, selezionare e formare quadri, organizzare le famiglie, intervenire dove il bisogno è più acuto. I metodi cambiano. La funzione no. Prima di chiudere, vorrei dire qualcosa di personale. Sono stato in Cina molte volte negli anni.

Ma esistono viaggi che sono diversi. Perché sono viaggi dai quali si torna, ma che non ti riportano davvero a casa. Viaggi di sola andata, perché ti consegnano a una dimensione permanente, a un’esperienza dalla quale non è possibile uscire del tutto. Questo è stato uno di quei viaggi, perché una parte di ciò che ho visto e compreso resta lì, e resta con me, ovunque io sia. Cento e cinque anni fa, a bordo di una barca, tredici uomini decisero che il ciclo delle umiliazioni doveva finire. Avevano ragione.

Buon anniversario al Partito Comunista Cinese.

万岁!Wàn suì

Partito Comunista Italiano

Condividi