Il “piano casa” del governo Meloni: mistificazione ed ennesimo attacco ai ceti popolari

All’inizio di questo luglio bollente il cosiddetto “Piano Casa” del governo Meloni è diventato legge: ennesimo attacco ai ceti popolari e totale mistificazione.

Una casa dignitosa è il primo bisogno di ogni essere umano, prima ancora del lavoro e della famiglia, e il bisogno di case popolari di milioni di persone nate in Italia e immigrate è il principale problema dell’abitare nelle grandi città. Non si tratta di una emergenza, come continuano a dire e a scrivere governo e media a esso asserviti, ma di un fatto strutturale che dura da molti decenni: alloggi popolari tenuti vuoti perché inagibili e altri occupati per mancanza di alternativa nonostante siano antiigienici e di fatto inagibili, sgomberi da case popolari, sfratti per morosità incolpevole da case private e la minaccia  di rendere ancora più veloce e feroce la procedura di sfratto, condizioni disumane nei dormitori pubblici per senzatetto, molti dei quali dormono sulle panchine e  sotto i portici centrali e periferici, anche in inverno.

Tutto questo in un quadro di attacco multiplo alle classi lavoratrici e in particolare, al loro interno, alle persone a reddito minimo. Attacco comprendente la continua perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni più basse d’Europa, il peggioramento dei fondamentali servizi pubblici quali sanità, scuola e previdenza sociale e l’aumento delle bollette energetiche, che sarebbe stato evitato se da anni fosse stata agevolata la produzione di energia da fonti rinnovabili.

A tutto ciò si aggiunge la speculazione immobiliare favorita dalla detassazione dei capitali esteri che vengono a investire nelle città italiane: investimenti in edilizia di lusso che occupano suolo sottratto al verde pubblico e fanno lievitare il costo della casa per i ceti medi, e in particolare per quelle categorie di lavoratori e lavoratrici dei servizi pubblici che fanno vivere le città (insegnanti, operatori della sanità e del trasporto pubblico locale, ecc.).

Il cosiddetto “Piano Casa è un attacco in particolare alle 650.000 famiglie già in graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare, il cui diritto alla casa è stato riconosciuto perfino dalle leggi regionali dopo l’espletamento dell’apposita trafila burocratica.

Il cosiddetto “Piano Casa” è anche una totale mistificazione: anche se è presentato dal governo come un provvedimento storico  che in 10 anni risolverà il bisogno casa in Italia ( 10 miliardi in 10 anni per 100.000 alloggi) è in realtà la consegna dell’edilizia residenziale pubblica alla finanza, mediante una privatizzazione e una finanziarizzazione che  operano su due livelli: da un lato rendono il patrimonio abitativo pubblico che sarà  recuperato/ristrutturato  in buona parte “valorizzabile” e cioè vendibile, e dall’altro trasformano risorse pubbliche destinate  alla solidarietà e alla coesione sociale in quote di fondi immobiliari privati.

Le risorse stanziate, che secondo il governo dovrebbero servire a recuperare 60.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica attualmente inagibili e vuoti (che in realtà sono oltre 100.000), bastano a recuperarne solo la metà e anche questa metà verrà quasi tutta sottratta all’assegnazione a canone sociale con i limiti di reddito attuali o perché venduta  agli attuali assegnatari non morosi o perché trasformata in edilizia residenziale sociale ( o housing sociale, come più spesso viene chiamata per intortare il popolo con la lingua anglosassone), cioè in alloggi a canoni calmierati per quella fascia  di popolazione non così povera da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica ma non in grado di sostenere i canoni di mercato.

Il risultato finale non potrà che essere una netta diminuzione del patrimonio abitativo di proprietà pubblica a canone sociale destinato alla popolazione a reddito più basso, peraltro in continuo aumento proprio a causa delle politiche socioeconomiche governative.

È pure prevista la costruzione di nuovi alloggi, ma da realizzare attraverso fondi immobiliari privati partecipati da Cassa Depositi e Prestiti e destinati alla vendita o alla locazione a canoni ridotti del 30% rispetto a quelli del libero mercato, che resta completamente privo di regole e di controllo pubblico. I programmi di questa nuova edilizia abitativa dovranno infatti essere destinati per il 70% a edilizia convenzionata e per il 30% a libero mercato. E, aspetto ancora più grave, i programmi che raggiungeranno il miliardo di euro otterranno facilitazioni e deroghe rispetto alla legislazione attualmente vigente: costi di bonifica scomputati dagli oneri di urbanizzazione, cambi di destinazione d’uso in deroga, incrementi volumetrici fino al 35% e la possibilità di prevedere fino al 15% della volumetria per attività commerciali e di servizi privati, possibilità di edificare senza piani attuativi e semplificazioni riguardanti i vincoli ambientali e paesaggistici.

La concezione privatistica e immobiliaristica di tutta l’operazione del cosiddetto “Piano Casa” è accentuata da altri quattro elementi: 1) non si tratta di un “piano” basato sulla rilevazione dei bisogni territoriali in vista di una risposta, ma del via libera ai privati più intraprendenti e danarosi;  2) il ruolo che in essa svolge  proprio Cassa Depositi e Prestiti, che era nata come istituzione pubblica a sostegno di opere di interesse pubblico, in particolare comunali, e che poi era stata trasformata in società per azioni, cioè in soggetto che, pur rimanendo partecipata all’83% circa dal Ministero  dell’Economia, agisce per il profitto;  3) è prevista la creazione di un Fondo Housing Coesione istituito da Invimit SGR , società di gestione del risparmio controllata dal Ministero dell’Economia, in cui confluiranno risorse prelevate da fondi pubblici per la coesione; 4) l’attuazione del “Piano “  è affidata a una figura estranea alle istituzioni rappresentative, appositamente creata e nominata dal governo a sua somiglianza, in modo da garantire le  reali finalità dell’intera operazione.

Si tratta in sostanza della stessa logica – perfino peggiorata – del “Salva Milano”, il disegno di legge che avrebbe voluto sbloccare i progetti immobiliari bloccati dalle inchieste giudiziarie nel capoluogo lombardo ed estendere a tutti i Comuni della penisola le modalità edificatorie contrarie alla normativa urbanistica e all’interesse pubblico attuate in questi anni a Milano.

Che cosa occorrerebbe in Italia, caratterizzata da un patrimonio pubblico del 2,3% sul totale del patrimonio abitativo esistente, rispetto al 29% dell’Olanda, al 24% della Svezia e al 17% della Francia, tutti Paesi capitalistici?

Per ribaltare questo ennesimo primato negativo del nostro Paese servono il blocco per legge della vendita e della trasformazione dell’edilizia residenziale pubblica e un piano pluriennale di recupero/ristrutturazione/efficientamento energetico di tutti gli oltre 100.000 alloggi pubblici inagibili, con fondi pubblici e certi, gestito dal Ministero dell’Economia  e attuato mediante il coinvolgimento delle Città Metropolitane e dei Comuni, cui spetta la riqualificazione urbanistico/estetica e la rigenerazione socioeconomica dei contesti in cui l’edilizia pubblica è situata, mediante i servizi pubblici e privati  e le attività a ciò necessari.

Nell’ambito dell’edilizia pubblica devono rientrare gli studentati universitari a canoni accessibili a tutte le fasce di reddito, soluzioni temporanee dignitose per i casi di emergenza abitativa che tengano insieme i nuclei familiari e una procedura certa e ufficiale di rilascio da parte dei Comuni della residenza anagrafica (inclusa quella fittizia per chi ne ha necessità), in quanto indispensabile all’ottenimento dei servizi fondamentali, a partire da quelli sanitari.

Nel settore privato è indispensabile la riforma della legge sulle locazioni a uso abitativo (legge 431/1998) che ponga un tetto ai canoni, limiti drasticamente gli affitti brevi, specialmente nei centri storici, e blocchi l’espulsione degli abitanti dalle aree centrali e in generale dalle città principali. A tal fine occorre il controllo e l’intervento pubblico sugli immobili a uso abitativo tenuti sfitti: i Comuni devono censire sistematicamente il vuoto abitativo privato, poter attuare la messa in sicurezza degli stessi quando inagibili, con rivalsa dei costi sui proprietari, e requisire gli alloggi abitabili tenuti sfitti dopo due anni di abbandono consecutivo.

La nuova legislazione deve pure prevedere il blocco degli sfratti per morosità incolpevole e decadenza dei contratti e in ogni caso il passaggio da casa a casa, e un adeguato rifinanziamento del Fondo Sostegno Affitti per gli inquilini privati.

Occorre dunque ottenere – nelle leggi e nei fatti – per tutti e tutte non solo il diritto alla casa come tetto e pareti, ma il diritto all’abitare, alla qualità urbana, alla città che dir si voglia e per questo è da rivendicare anche una effettiva partecipazione popolare alle scelte comunali in campo urbanistico e abitativo, come già avviene in altri Paesi europei, pur sempre capitalistici.

Maria Carla Baroni

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