A 50 anni da Seveso: che fare?

Il 10 luglio è stato il cinquantenario del disastro dell’Icmesa, fabbrica chimica produttrice di triclorofenolo, di Meda, in Brianza, sotto forma di una grande nube di un tipo di diossina particolarmente tossica che nel 1976 si era diffusa nell’aria e poi era ricaduta sul terreno di vari Comuni brianzoli e in particolare di Seveso: 700 persone costrette a lasciare le proprie case, la vegetazione in gran parte morta, migliaia di animali abbattuti, quasi la metà dei bambini della zona A, la più colpita, affetti da cloracne, patologia cutanea deturpante. Numerose donne incinte avevano scelto, molto opportunamente, di abortire ed era stato loro consentito, anche se allora l’interruzione volontaria di gravidanza non era ancora legale in Italia.

Gli effetti a lungo termine della diossina fuoriuscita dall’Icmesa sono stati l’aumento di tumori (linfomi, leucemie e mielomi), in particolare fra le donne, di patologie respiratorie croniche e di diabete mellito, ed effetti negativi sulla salute riproduttiva: riduzione della fertilità, alterazione del rapporto tra i sessi nei neonati (con più elevata nascita di femmine), aumento degli aborti spontanei e, soprattutto, di malformazioni neonatali, l’aspetto più tragico in assoluto.

Il rilascio della nube tossica, che aveva evitato lo scoppio dell’impianto, era stato causato da accorgimenti di processo per aumentare il rendimento dell’impianto e accelerare i tempi di produzione, uniti a sistemi di sicurezza assai carenti: un disastro, quindi, non solo prevedibile, ma voluto, tanto è vero che il numero della rivistaSaperedel dicembre 1976, a ciò dedicato, aveva titolato: “Seveso, un crimine di pace”.

Le alterazioni introdotte da parte padronale nel processo produttivo erano state individuate, come causa di un fatto che si voleva far passare per “incidente”, dal Gruppo di prevenzione e igiene ambientale della Montedison di Castellanza insieme al Consiglio di Fabbrica della stessa Icmesa e alla neonata Medicina Democratica Movimento di lotta per la Salute, nel periodo in cui erano più attive le lotte per la salute e per la sicurezza nei luoghi di lavoro generate dall’autoorganizzazione operaia.

Questo disastro criminoso fu studiato anche da scienziati e tecnici: in particolare da Laura Conti (1921-1993), comunista, partigiana, medica, scienziata, scrittrice, che nel 1978 pubblicòVisto da Seveso(Feltrinelli) e che trasse spunto da questa analisi per introdurre in Italia l’ecologia scientifica e poi fondare la Lega per l’Ambiente (1980), l’attuale Legambiente. Sempre nel 1978 Laura Conti dedicò alla tragedia di Seveso, e in particolare ai bambini e alle bambine colpite da cloracne, anche il romanzoUna leprecon la faccia da bambina.

A due mesi di distanza da quel luglio 1976 si verificò un altro crimine padronale: a Manfredonia (Foggia), poi chiamata “Seveso del sud”, sempre per inadeguatezza degli impianti ma con l’arsenico come veleno al posto della diossina. Successivamente, nell’ottobre 1978 e nel dicembre 1980, vennero alla ribalta incendi di prodotti fitosanitari alla Farmoplant di Massa, anch’essa tristemente nota come uno degli impianti industriali italiani più dannosi ad ambiente e salute.

La manomissione degli impianti e/o di singoli macchinari per accelerare la produzione ha accompagnato fino a oggi anche una lunga scia di assassini sul lavoro.

La portata del disastro brianzolo fu tale da impressionare non solo in Italia, ma in tutta Europa, tanto che fu poi emanata la Direttiva Seveso, in varie versioni (oggi Seveso III, Dir 2012/18/UE) e cioè la normativa europea che impone alle imprese di tutta l’Unione di prevenire e di gestire i rischi di incidenti rilevanti che coinvolgono sostanze chimiche pericolose.

A 50 anni da quel tragico luglio 1976 due compiti toccano alla sinistra di classe che agisca unitariamente nelle sue varie forme (partiti, sindacati, associazioni di lotta per la salute, ambientalismo anticapitalistico):

1) analizzare dal punto di vista tecnico e normativo la normativa prodotta da allora con specifico riferimento all’industria chimica (oltre alla Direttiva Seveso, la Convenzione di Stoccolma, adottata nel 2001 ed entrata in vigore nel 2004, per proteggere ambiente e salute dagli effetti nocivi degli inquinanti organici persistenti, e il Regolamento europeo REACH (CE n.1907/2006) per la gestione sicura dei prodotti chimici, basata su registrazione, valutazione, autorizzazione, restrizione) per rilevare analogie, differenze, eventuali sovrapposizioni, lacune, contraddizioni, mancanza di aggiornamento tecnico, e, se del caso, proporre modifiche; e imporre ai soggetti pubblici preposti di verificare l’applicazione della normativa vigente in ogni unità produttiva del settore;

2) riconquistare da parte di lavoratori e lavoratrici e delle loro rappresentanze a ogni livello la conoscenza e il controllo sui processi produttivi oggi determinati da algoritmi e dalla intelligenza artificiale, in modo da poter contrattare nuovamente organizzazione del lavoro e modulazione degli orari e ottenere tutela della salute e della sicurezza.

Nella zona colpita dalla diossina era stato successivamente realizzato il Bosco delle Querce, a ricordo del disastro e a risarcimento della martoriata popolazione brianzola, ma da molti anni a questa parte il crimine diossina è stato riproposto dal sciagurato progetto di costruire una autostrada – la Pedemontana Lombarda – che in un suo tratto passerebbe sopra terreni che cinquant’anni fa erano stati infestati dalla diossina cancerogena.

La Pedemontana Lombarda, il cui primo progetto preliminare risale al 1963 come collegamento autostradale Dalmine – Como – Varese – Valico del Gaggiolo, risponde all’esigenza di decongestionare l’autostrada A4 e di migliorare il collegamento est / ovest a nord di Milano. Senonchè tale obiettivo può essere ottenuto riqualificando la viabilità ordinaria, senza ingente spreco di nuovo suolo, senza alterare il Bosco delle Querce e senza far riemergere dal sottosuolo la pericolosissima diossina.

La lotta contro la costruzione della Pedemontana come autostrada, fortemente voluta da Regione Lombardia e dalle sue giunte di destra, è in corso dalla fine degli anni ‘90 del secolo scorso sul piano della mobilitazione sociale, che successivamente si è organizzata in modo strutturato a partire dal 2006, in concomitanza con l’approvazione del progetto definitivo ed è divenuta una sorta di mobilitazione permanente, con l’ultima manifestazione dei comitati locali contro l’”ecomostro” nel marzo di quest’anno.

Parallelamente i sindaci del Vimercatese avevano intrapreso la lotta giudiziaria presso il TAR Lazio, ostacolati dal fatto che Concessioni Autostradali Lombarde (C.A.L.), società concedente controllata da Regione Lombardia, negava con motivazioni pretestuose l’ accesso alla documentazione completa relativa all’opera. Da qui il deposito di un’istanza al TAR Lombardia per ottenere tale documentazione. Proprio questo 22 luglio 2026 il TAR Lombardia ha riconosciuto l’illegittimità del comportamento adottato da C.A.L., che dovrà fornire l’intera documentazione richiesta, le cui informazioni serviranno a proseguire il contenzioso presso il TAR Lazio.

Spetta alla sinistra di classe nel suo insieme – a tutti i livelli territoriali e in ogni contesto – anche il compito di lottare contro lo spreco di suolo, che ha nella proliferazione autostradale una delle maggiori cause. I benefici che tale proliferazione dovrebbe, secondo le imprese e le istituzioni proponenti, apportare sono ottenibili con la riqualificazione della rete stradale ordinaria, che però consente assai minori profitti e assai più contenute tangenti.

Maria Carla Baroni

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