Con il popolo Bolivariano del Venezuela

Nel novembre dello scorso anno gli Stati Uniti hanno messo in atto un blocco navale e mobilitato migliaia di soldati con l’esplicita intenzione di farla finita con la Rivoluzione e di strappare ai venezuelani la gestione del proprio petrolio.

La montatura ideata a giustificazione del successivo attacco militare che ha portato al sequestro del legittimo Presidente Nicolas Maduro e della compagna Cilia Flores, avvenuti il 3 gennaio di quest’anno, è stata l’accusa di cospirazione narco-terroristica e traffico di cocaina.

Trump, dopo il 3 gennaio e contrariamente alle aspettative non ha favorito l’ascesa al potere dell’opposizione di estrema destra guidata dalla Premio Nobel per la Pace (verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere) Corina Machado. Al contrario ha permesso che Delcy Rodriguez fosse investita della carica di Presidente ad Interim, secondo quanto prevede la Costituzione e che il PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) rimanesse al potere. Ma questo potere è stato messo immediatamente sotto controllo, con l’avvertimento che gli USA possono in qualsiasi momento intervenire di nuovo e abbatterlo.

L’esportazione del petrolio del Venezuela è stata posta sotto il controllo degli USA, che naturalmente hanno subito impedito la continuazione delle forniture a Cuba.

Sono stati istituiti dei fondi di gestione degli introiti derivanti dal petrolio venezuelano, che sono formalmente proprietà del Governo di Caracas ma depositati in conti statunitensi a titolo di “custodia e gestione governativa”.

In questi mesi l’Amministrazione USA ha ricavato più di 13 miliardi di dollari da questo furto istituzionalizzato. La crescita economica del Venezuela con i proventi assegnati allo Stato caraibico è stata più modesta del previsto e il disastroso terremoto del mese scorso l’ha azzerata. Il tutto in un quadro di non chiarezza sulla destinazione dei fondi da parte degli USA.

Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha avviato fin da gennaio una politica di “pacificazione” interna e con gli USA. Sono stati liberati oppositori dell’estrema destra, in carcere per episodi di violenza; è stato sostituito il Ministro della Difesa con una figura meno invisa agli USA; sono stati ristabiliti i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti; è stato arrestato ed estradato Alex Saab, artefice delle misure del governo bolivariano contro il blocco commerciale USA (l’estradizione è stata permessa dalla falsificazione a lui imputata del certificato che attestava la nazionalità venezuelana di Saab e dalla Costituzione che impone allo Stato di estradare gli stranieri con carichi giudiziari pendenti in altri Stati); è stato permesso a militari USA di entrare nel Paese dopo il terremoto, per portare aiuti; militari e tecnici israeliani sono stati accolti dal governo e hanno presentato piani per la ricostruzione delle zone terremotate (il Venezuela bolivariano ha rotto da anni i rapporti diplomatici con Israele ed ha sempre sostenuto la resistenza palestinese). Va aggiunto che il governo di Delcy Rodriguez ha dichiarato che uscirà dalla Corte Penale Internazionale, adducendo motivazioni dubbie e favorendo di fatto l’attacco alla CPI condotto in primo luogo da Israele e USA.

È inoltre un fatto che durante l’attacco USA del 3 gennaio siano stati i militari cubani a resistere (provocando probabilmente perdite agli aggressori) e a scrivere una incancellabile pagina di dignità, pagata con 32 morti. Ci sono state anche vittime venezuelane, militari e civili, ma una resistenza armata venezuelana organizzata non c’è stata.

L’attacco USA, pur condotto con armi tecnologicamente avanzatissime e al quale non è seguita un’invasione, ha visto nei militari cubani incaricati della sicurezza presidenziale dei combattenti la cui preparazione ed efficacia è stata riconosciuta anche dall’Amministrazione Trump.

La politica governativa del Venezuela dopo il 3 gennaio si è svolta nel quadro dichiarato di una “ritirata strategica”, che ha permesso (per ora) il mantenimento di un governo bolivariano guidato dal PSUV, partito di Chavez e Maduro.

Ma per quanto tempo e a quale prezzo?

Il fronte popolare organizzato che ha sorretto la Repubblica Bolivariana e le sue istituzioni in tutti questi anni è oggi attraversato da dubbi e contrasti, ma non in una misura tale (almeno per ora) che possa far parlare di una spaccatura di massa al suo interno. Va anche rilevato che la partecipazione popolare al voto in Venezuela è tradizionalmente bassa e che solo in poche consultazioni ha superato il 50%. Quando si parla di partecipazione al processo rivoluzionario occorre quindi avere ben presente che stiamo parlando di una “minoranza di massa” ben organizzata.

Il Venezuela non è Cuba. Una transizione ad una economia socialista non c’è mai stata. I tentativi di diversificazione economica si sono scontrati con le sanzioni USA e con la tradizionale mentalità interna secondo la quale è più conveniente importare utilizzando i proventi petroliferi che produrre.

L’asse della politica bolivariana è stato l’utilizzo del petrolio come strumento di politica internazionale per l’unificazione dell’America Latina e la costruzione di un asse mondiale antimperialista in primo luogo con l’Iran.

Sul piano interno è stata attuata una massiccia redistribuzione del reddito attraverso le “Missioni” (per la costruzione di case popolari, l’istruzione, cure mediche garantite a tutti, e con l’aiuto massiccio di Cuba e del suo personale sanitario).

Il Venezuela rivoluzionario ha dato dignità sociale ed esistenza politica a milioni di persone native che prima non disponevano nemmeno di carta di identità e diritto al voto.

Ma il Paese resta uno Stato capitalista. L’economia, tranne la produzione petrolifera e poco altro è privata.

Non a caso il referendum indetto da Chavez durante la sua Presidenza, che prevedeva la proclamazione della Repubblica Bolivariana Socialista, venne bocciato. Il Movimento Bolivariano non ha mai avuto una connotazione di classe ben precisa e al suo interno è presente una borghesia nazionale favorita dall’aumento del potere d’acquisto generato dalla redistribuzione del reddito (oltre che una ufficialità militare bolivariana proveniente in gran parte dal ceto medio).

Se Delcy Rodriguez e il gruppo dirigente che le sta intorno non avessero accettato di scendere a patti con gli USA, cosa sarebbe successo? Probabilmente avrebbero subito la sorte di Maduro o peggio, segnando comunque la fine della Repubblica Bolivariana, il cui popolo (le milizie bolivariane sono state più che altro uno strumento di mobilitazione interna, senza equipaggiamento né addestramento in grado di sostenere una guerra di guerriglia e comunque inutili in caso di attacco aereo) ed esercito non sono in grado di contrastare efficacemente un attacco USA.

Detto questo è tutt’altro che probabile che una “ritirata strategica” sia in grado di salvare la Rivoluzione Bolivariana e purtroppo molti segnali (come quelli enumerati sopra) sembrano profetizzare il contrario.

Ciò che deve essere chiaro è che spetta al popolo bolivariano del Venezuela mantenere o riprendere in mano le redini del suo destino.

Da parte nostra continueremo a sostenere il processo di emancipazione dei popoli dell’America Latina dal ruolo di “cortile di casa” degli USA in cui Trump e la sua Amministrazione vorrebbero riportare i Paesi che ne fanno parte. In questo processo la Rivoluzione Cubana continua ad essere parte essenziale e dall’esito della lotta per la sua difesa dipenderà in larga parte e per decenni il futuro dell’America Latina.

La liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores è una rivendicazione fondamentale per tutti coloro che ritengono imprescindibile il diritto dei popoli all’indipendenza nazionale e all’autodeterminazione politica e sociale.

Crediamo che questa lotta e quella per la difesa di Cuba socialista debbano essere assi portanti della politica internazionalista dei comunisti e degli antimperialisti.

PCI Dipartimento Esteri

Condividi