Partito Comunista Italiano
Taranto, l’ex ILVA e la responsabilità dello stato: il tempo delle illusioni è finito

La vicenda dell’ex ILVA di Taranto non riguarda soltanto una fabbrica né esclusivamente il futuro di una città. Essa rappresenta uno dei più grandi fallimenti della politica industriale italiana e pone una domanda decisiva sul ruolo dello Stato, sul significato della sovranità economica e sulla capacità della Repubblica di governare il proprio sviluppo.
Per oltre trent’anni il nostro Paese ha affidato il destino di un’infrastruttura strategica alle logiche del mercato e della finanza internazionale. Le privatizzazioni sono state presentate come una scelta inevitabile, capace di garantire efficienza, investimenti e innovazione. La realtà ha raccontato una storia completamente diversa.
La privatizzazione dell’ILVA non ha assicurato né il risanamento ambientale né la modernizzazione degli impianti. Non ha eliminato il conflitto tra lavoro e salute e non ha garantito la continuità produttiva. Al contrario, ogni cambio di proprietà ha aumentato l’incertezza, mentre lo Stato è stato chiamato sistematicamente a intervenire con risorse pubbliche per evitare il collasso dello stabilimento, senza però esercitare il controllo sulle decisioni strategiche.
Si è così consolidato un modello nel quale le perdite vengono socializzate e i profitti rimangono privati: lo Stato paga, ma non decide. I fondi pubblici destinati alle bonifiche rischiano continuamente di essere stornati a favore dell’azienda privata, mentre le multinazionali trattano con il Governo da una posizione di forza. Nel frattempo, lavoratori, cittadini e imprese dell’indotto subiscono le conseguenze di una crisi permanente.
Il Partito Comunista Italiano ha denunciato questa contraddizione fin dal 2012, sostenendo costantemente e con coerenza la necessità della piena nazionalizzazione dell’acciaieria anche all’interno della coalizione di Puglia Pacifista e Popolare nelle ultime elezioni regionali. Non come un ritorno nostalgico al passato, ma come l’unica condizione per sottrarre l’intera area agli interessi e alle speculazioni del capitale privato, restituendo alla politica la responsabilità di programmare, investire e governare una produzione strategica nell’interesse collettivo.
Abbiamo sempre sostenuto che lavoro e salute non sono diritti contrapposti. Rifiutiamo radicalmente il ricatto occupazionale e l’insufficienza di strumenti come l’ultima Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), che garantisce la continuità della produzione fino a 6 milioni di tonnellate annue a scapito della trasparenza sul reale consumo di carbon coke. È la rinuncia della politica alla propria funzione di indirizzo ad aver costretto migliaia di lavoratori e di cittadini a vivere questo falso e drammatico conflitto. La Costituzione afferma che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la sicurezza e la dignità umana. L’ex ILVA dimostra quanto questo principio sia stato progressivamente svuotato.
Per anni il dibattito pubblico si è limitato a cercare il “compratore giusto”, come se il problema fosse scegliere quale multinazionale dovesse gestire Taranto. Noi abbiamo sempre sostenuto che la questione fosse un’altra: permettere ai lavoratori e ai cittadini di Taranto di determinare democraticamente il futuro degli impianti, decidendo se un settore strategico debba essere subordinato agli interessi privati oppure governato nell’interesse della collettività.
L’esperienza di Taranto dimostra che quando la politica abdica non nasce un mercato più efficiente, ma un vuoto di governo occupato da grandi gruppi economici. È il fallimento di un’intera stagione politica, fondata sull’idea che lo Stato dovesse limitarsi a riparare i danni prodotti dal mercato. Oggi, tuttavia, la riflessione deve compiere un passo ulteriore: quattordici anni di rinvii e di decreti emergenziali hanno profondamente modificato la realtà materiale dell’acciaieria e, con tutti e tre gli altoforni autorizzati (compreso il n. 4) segnati da gravi criticità strutturali, sarebbe irresponsabile ignorare il degrado degli impianti.
La nostra analisi resta valida: la privatizzazione ha fallito e la nazionalizzazione rappresenta la condizione necessaria affinché la Repubblica possa tornare a decidere. Ma la nazionalizzazione non è il punto di arrivo. È il punto di partenza. Una volta restituita allo Stato la piena proprietà – operazione legittima secondo l’Articolo 345 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – nessuna soluzione dovrà essere esclusa per ragioni ideologiche.
In un impianto completamente pubblico lo Stato si farà carico interamente dei costi multimiliardari di ricerca e riconversione tecnologica, assorbendo il rischio finanziario e sfruttando le deroghe ecologiche e i progetti IPCEI concessi da Bruxelles. Se le verifiche tecniche dimostreranno che la produzione può essere resa compatibile con la vita umana, allora sarà compito dello Stato attuare una reale decarbonizzazione: dall’uso di energia rinnovabile e idrogeno verde fino all’introduzione di tecnologie d’avanguardia, azzerando l’uso del carbone e fermando immediatamente le emissioni cancerogene, neurotossiche e genotossiche.
Allo stesso tempo, l’azione pubblica dovrà formulare nuovi scenari integrati con la Valutazione di Danno Sanitario (includendo i lavoratori) e con la Valutazione di Impatto Sanitario, coinvolgendo in misura rafforzata l’Istituto Superiore di Sanità per rispondere con l’urgenza imposta dai dati epidemiologici del territorio Taranto-Statte. Se, invece, quattordici anni di incuria avranno ormai compromesso ogni transizione ecologica degli impianti, sarà ancora lo Stato a dover progettare un nuovo futuro industriale per Taranto, garantendo la piena occupazione attraverso la riconversione produttiva totale dell’area ionica e l’impiego immediato dei lavoratori nei massicci piani di bonifica territoriale.
Questa non sarebbe una sconfitta della politica, ma finalmente il suo ritorno. Governare non significa difendere l’esistente a qualsiasi costo, ma orientare le trasformazioni nell’interesse della collettività, decidendo quali produzioni siano strategiche, quali tecnologie sviluppare e quali attività riconvertire. Forse nel 2012 sarebbe stato ancora possibile salvare l’acciaieria nelle condizioni in cui si trovava. Forse oggi non lo è più. Ma proprio il tempo perduto dimostra quanto sia stato devastante l’immobilismo dei governi che si sono succeduti.
Per questo il tema non è più trovare un nuovo proprietario. Il tema è restituire alla Repubblica il diritto e il dovere di decidere il proprio destino economico. Perché una democrazia che rinuncia a governare la propria siderurgia finisce inevitabilmente per rinunciare a governare anche l’energia, le infrastrutture, la tecnologia e il proprio sviluppo. Il futuro di Taranto dipenderà dalla capacità dello Stato di ritrovare la propria funzione di guida e di programmazione. Solo una politica che torni a perseguire insieme lavoro, salute, ambiente e interesse nazionale potrà restituire un futuro a Taranto e all’Italia. Questa è la sfida che abbiamo davanti. Ed è una responsabilità che nessun mercato potrà mai assumersi al posto della Repubblica.
Maurizio Romanazzo
(Comitato Regionale PCI Puglia)



