Partito Comunista Italiano
Lavoro, una strage continua. In Liguria incremento delle vittime del 46%

𝗨𝗡 𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢 𝗔𝗥𝗧𝗜𝗖𝗢𝗟𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗟𝗘𝗚𝗚𝗘𝗥𝗔’ 𝗡𝗘𝗦𝗦𝗨𝗡𝗢?
In una società anestetizzata dal rumore di fondo e dal cinismo di sistema, questo scritto appartiene, con ogni probabilità, alla categoria degli articoli che non leggerà nessuno. Non farà notizia, non scalerà i trend dei social media, non aprirà i salotti televisivi né troverà spazio tra i titoli dei grandi quotidiani nazionali. E il motivo è tragicamente semplice: parla dei morti sul lavoro. Parla di quella classe lavoratrice – italiana e straniera – che ogni singolo giorno esce di casa per guadagnarsi da vivere e si ritrova stritolata dagli ingranaggi di un capitalismo rapace, nell’indifferenza pressoché totale delle istituzioni e dell’opinione pubblica.
Siamo di fronte a una strage continua, sommersa e sistematica. Eppure, nessuno si indigna davvero. Quando un operaio muore schiacciato da una pressa o travolto da una lastra nei nostri cantieri, la notizia scivola via nel giro di poche ore. Diventa una statistica fredda, un trafiletto di cronaca locale prima che si torni a parlare di altro. L’unico posto in cui quella morte non si cancella è dentro le case delle famiglie travolte dal dramma: per le madri, le mogli, i mariti, i figli, la perdita di un caro non è una notizia da scorrere, ma un vuoto incolmabile, una tragedia che si porteranno addosso per tutta la vita.
Ieri a Marcinelle, oggi nei nostri campi e nei nostri cantieri
Per noi comunisti, la questione della sicurezza e della dignità del lavoro non è scindibile dalla nostra memoria e dalla storia di classe. Settant’anni fa, l’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, morivano 262 lavoratori, di cui 136 italiani. Erano i nostri emigrati: uomini spinti dalla miseria e dalla disoccupazione a scendere a centinaia di metri sotto terra in cambio di pane e carbone. Trattati da “musi neri”, marchiati dalla diffidenza e costretti ad accettare ritmi e norme di sicurezza da incubo pur di spedire qualche rinfusa a casa.
Oggi la storia non è cambiata; ha solo invertito le rotte. Gli emigrati eravamo noi ieri; oggi gli emigrati sono i lavoratori bengalesi nei cantieri navali, i braccianti agricoli nei campi arsi dal sole, gli operai nei ponteggi delle nostre città. A mutare sono le nazionalità, ma il meccanismo di sfruttamento è identico: ricatto economico, assenza di diritti, salario di sussistenza e ritmi di produzione anteposti alla salute e alla vita stessa.
L’emblema disumano di questa barbarie del nostro tempo è la vicenda di Satnam Singh, il bracciante indiano di trentuno anni che lavorava in nero nelle campagne dell’Agro Pontino. Il 17 giugno 2024, un macchinario artigianale privo delle più elementari protezioni gli amputò un braccio. Anziché chiamare immediatamente i soccorsi, il padrone lo caricò agonizzante su un furgone e lo abbandonò sul ciglio della strada, davanti a casa, riponendo l’arto reciso in una cassetta di plastica per la frutta. Satnam è morto due giorni dopo per emorragia. Solo recentemente la Corte d’Assise di Latina ha condannato il datore di lavoro a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale. Ma quante altre vite si consumano nel silenzio del lavoro invisibile e senza contratto, dove perfino la vita umana viene considerata un intralcio alla produzione?
La Liguria maglia nera: la contabilità del sangue nella nostra regione
Non occorre guardare lontano per scorgere i frutti amari di questa logica di profitto. Come Partito Comunista Italiano della Federazione Ligure, denunciamo con forza i dati tragici che riguardano la nostra terra.
La Liguria è la maglia nera del Nord Ovest per mortalità sul lavoro. Nel solo primo semestre del 2026 si registrano già 19 vittime, con un drammatico incremento del +46,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Mentre la media nazionale registra una lieve flessione, la Liguria va in controtendenza: tre decessi nella provincia della Spezia, due nella Città Metropolitana di Genova, uno a Savona. Tra di loro, lavoratori come Massimiliano Delfino, travolto da un pannello a Voltri, e Paolo Gaggero, schiacciato da una pressa a Bolzaneto.
A questo quadro di sangue si aggiunge un aumento del +21,1% delle denunce di malattie professionali e una realtà ispettiva spaventosa: secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, il 71% delle aziende ispezionate in Liguria è risultato irregolare. Più di sette aziende su dieci violano le norme sull’inquadramento, sulle protezioni o sui tempi di lavoro. Quando la sicurezza viene considerata dalle imprese un mero “costo” o una “palla al piede” per il margine di profitto, l’infortunio e la morte non sono tragiche fatalità, ma conseguenze dirette del sistema produttivo.
Rompere il muro del “Tanto non cambia nulla”.
Per quale motivo l’opinione pubblica rimane inerte di fronte a questa strage quotidiana?
Da anni, le posizioni e la linea d’analisi del Partito Comunista Italiano indicano chiaramente le cause e i responsabili di questa deriva: la deregolamentazione dei contratti, il sistema della subappalto a cascata, il ridimensionamento dei controlli, la precarizzazione della vita lavorativa e le leggi sul caporalato prive di reale forza sanzionatoria e preventiva. Spesso si deve riconoscere che le nostre analisi e le nostre previsioni erano corrette.
Tuttavia, quando si tratta di agire, il dibattito politico viene scientificamente orientato verso la retorica del “voto utile” o anestetizzato dalla rassegnazione del “tanto non cambia nulla”. Si dice che non ci sono alternative, che bisogna competere sul mercato globale, che non si possono mettere “lacci e lacciuoli” all’impresa. E così, mentre la politica di palazzo si rigira in discussioni di facciata, si continua a morire sui cantieri, nei campi e nelle fabbriche, e milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese.
Da comunisti, rifiutiamo categoricamente la logica dell’indifferenza e della resa. Non possiamo e non dobbiamo accettare che il lavoro, invece di servire al riscatto dell’essere umano, continui a trasformarsi in una condanna a morte o al massacro sociale.
Pretendere un cambio radicale significa:
- L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro;
- L’assunzione massiccia di ispettori del lavoro per garantire controlli a tappeto in tutte le aziende;
- Il blocco e il superamento dei subappalti a cascata e della precarietà selvaggia;
- Il rispetto assoluto e la tutela di tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal possesso di un permesso di soggiorno.
Forse questo articolo non lo leggerà nessuno. Ma finché ci sarà anche un solo lavoratore costretto a rischiare la vita per un pezzo di pane, la voce dei comunisti continuerà a denunciare questa barbarie e ad organizzare la lotta per un lavoro dignitoso, sicuro e libero dallo sfruttamento di classe.
Silvano Chierotti
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
Dipartimento lavoro
Segreteria regionale Liguria



