Partito Comunista Italiano
L’universalismo concreto del conflitto di classe, per una ricomposizione materialista e organizzata

Il dibattito estivo sulla cultura woke e sui diritti civili, alimentato dagli interventi di Giuseppe Conte, dalle repliche di Matteo Renzi e dalle oscillazioni del Partito Democratico, richiede un’analisi comunista seria e priva di opportunismi elettorali. Per comprendere cosa stia accadendo, dobbiamo unire le tessere di un unico mosaico politico, partendo da un esame profondo delle contraddizioni del progressismo borghese.
𝟏. 𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 “𝐰𝐨𝐤𝐞” 𝐞 𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐨𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞
La stagione del progressismo identitario d’oltreoceano è entrata in crisi per i suoi stessi limiti strutturali. Come evidenzia acutamente Mimmo Cangiano, questo modello ha preteso di combattere le discriminazioni concentrandosi quasi esclusivamente sui simboli, sulle accademie e sulla modifica dei vocabolari, dimenticando chi lavora, chi non arriva a fine mese e chi subisce il crollo del salario reale. Ma l’autocritica non può fermarsi alla superficie di una “strategia comunicativa sbagliata”. Bisogna comprendere il paradosso strutturale: il neoliberalismo ha scientemente incoraggiato gli individui a percepirsi come soggetti unici e autonomi sul piano simbolico, riducendo contemporaneamente, attraverso le privatizzazioni e la precarizzazione, il loro potere materiale sul mondo. Si è consolidato così un “neoliberalismo progressista” (teorizzato da Nancy Fraser), un’alleanza in cui il capitalismo flessibile e dinamico non ha alcun bisogno di conservare le gerarchie tradizionali: incorpora selettivamente le istanze di inclusione e le trasforma in strategie di marketing, in branding e in dispositivi di gestione della forza-lavoro. Una società può avere più donne o minoranze ai vertici manageriali, ma se la ricchezza non viene redistribuita, quelle figure finiranno solo per rappresentare e legittimare un rapporto sociale di sfruttamento. La sproporzione di quella stagione è stata tra la radicalità discorsiva e l’assenza di capacità organizzativa. La moltiplicazione delle connessioni sui social non produce automaticamente un soggetto collettivo. L’egemonia non è una vittoria di opinione su Internet, ma la costruzione paziente di istituzioni, strutture decisionali e alleanze capaci di sostenere il conflitto nel tempo.
𝟐. 𝐋’𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐢: 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐱
Su questo terreno di fragilità politica, Massimo Cacciari ha gioco facile nello svelare l’ipocrisia del centrosinistra contemporaneo: «Al centrosinistra mancano totalmente i programmi… farebbero bene a ripassare i fondamentali, ad esempio le analisi di un certo Karl Marx», cosa che peraltro riuscirebbe particolarmente feconda grazie alla rinnovata analisi di Roberto Fineschi. Non si costruiscono partiti di massa parlando solo a pochissimi eletti o arroccandosi nel perimetro del politically correct. Mentre i leader borghesi litigano tatticamente sulle regole delle primarie in chiave elettorale, le urgenze reali del Paese sono drammaticamente materiali: la guerra, l’arretramento del potere d’acquisto dei salari, la sicurezza sui posti di lavoro, la difesa e il rifinanziamento della sanità, della scuola e dell’università pubblica. La destra reazionaria cavalca le guerre culturali solo perché la finta sinistra ha abbandonato ogni progetto di redistribuzione strutturale della ricchezza.
𝟑. 𝐋𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭: 𝐥𝐨 𝐬𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞
Ma attenzione: la fretta con cui oggi l’intera classe politica – da Washington fino a Renzi – ordina la ritirata dalla cultura identitaria deve insospettirci, come suggerisce Vincenzo Costa. Sotto l’esca della giusta critica agli asterischi o alle derive dissolutive del legame sociale, si nasconde un veleno liberale. L’obiettivo profondo di questa retromarcia non è redistribuire la ricchezza, ma imporre un universalismo astratto di stampo settecentesco. Si vuole far credere che la soluzione sia azzerare ogni differenza, riducendo l’essere umano a un atomo isolato, a un mero “soggetto consumatore”. Questo disegno si sposa con quanto altrove denunciato: l’attacco frontale e sistematico del capitalismo avanzato contro la cultura popolare. La cultura popolare è storicamente il patrimonio vivente di valori, linguaggi, conflitti e storie comuni attraverso cui i gruppi umani hanno sempre costruito la propria complessa identità e la propria resistenza contro l’oppressione. È quella lezione che il PCI storico ha appreso da Antonio Gramsci e dalle ricerche antropologiche di Ernesto de Martino nelle nostre terre: la cultura delle classi subalterne non è folklore passivo, ma il terreno vivo su cui si costruisce l’egemonia e il riscatto sociale. Le multinazionali dell’intrattenimento e le grandi piattaforme digitali impongono oggi un “pensiero unico” standardizzato e privo di radici, azzerando le specificità locali e obliterando ogni conflitto. Distruggere la cultura popolare significa recidere un ulteriore, profondo nesso sociale e politico, rendere incapaci quegli stessi gruppi umani di difendere i propri diritti, prepararli a subire la guerra.
𝟒. 𝐏𝐞𝐫 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐚
Non cadremo nella reazione prevedibile che gli algoritmi del sistema hanno calcolato per noi. La risposta alla guerra culturale non è una guerra culturale più elegante, ma nemmeno il ritorno al grigio individualismo liberale. La vera proposta politico-militante per il futuro non è un’alleanza moderata di centro, né l’abbandono nostalgico delle lotte antirazziste o femministe. Deve essere una ricomposizione materialista capace di ricollegare ciò che il neoliberalismo tende continuamente a separare: classe e identità, produzione e riproduzione, riconoscimento e redistribuzione. La via d’uscita è il passaggio radicale dalla cultura isolata alla cultura come dimensione dei rapporti sociali. Il salario è una questione di genere; la casa e il caporalato sono questioni di migrazione; la scuola e la sanità sono questioni di classe e di territorio. Contro l’universalismo astratto dei padroni, che eredita una finta uguaglianza formale per nascondere lo sfruttamento reale nei rapporti di produzione e l’omologazione dei consumi, noi rivendichiamo l’universalismo concreto del conflitto di classe. Non cerchiamo l’inclusione individuale nello Stato borghese, ma l’organizzazione della forza collettiva.

La classe lavoratrice pugliese – frammentata tra l’industria, la logistica, i servizi e il precariato agricolo – condivide la medesima dipendenza dal salario e la stessa assenza di controllo sulle proprie condizioni materiali di vita. Il nostro compito è tenere ferma la lezione di Gramsci, De Martino, Pasolini, difendere e ricostruire i corpi sociali ridando voce e potere alle identità popolari, alla nostra storia di riscatto territoriale e alla solidarietà militante. Una politica emancipativa non può limitarsi a rendere il mondo diversamente dicibile; deve, prima di tutto, organizzarci per scardinare i rapporti di proprietà e renderlo diversamente abitabile.
Federazione PCI Puglia



