Partito Comunista Italiano
Il caso Ranucci è solo la punta dell’iceberg

Quello che sta accadendo in Rai con Sigfrido Ranucci non riguarda soltanto Report. Riguarda tutti noi e, soprattutto, l’idea stessa di servizio pubblico.
Prima la sospensione delle repliche estive di Report, poi le verifiche interne sul lavoro della redazione, infine la decisione di togliere a Ranucci la conduzione della trasmissione. Una sequenza che arriva dopo mesi di attacchi, polemiche e pressioni politiche nei confronti di uno dei pochi programmi della televisione pubblica che ha fatto dell’inchiesta, anche scomoda, la propria ragione d’essere.

Ed è proprio questo il punto. Non occorre essere d’accordo con ogni servizio di Report, né considerare Ranucci infallibile, per capire che qui è in gioco qualcosa di molto più importante: l’indipendenza dell’informazione dal potere politico.
La Rai non è la televisione del Governo, né della maggioranza di turno. È il servizio pubblico, finanziato dai cittadini, e proprio per questo dovrebbe garantire pluralismo, autonomia e libertà ai giornalisti, soprattutto quando fanno domande scomode a chi governa. Se invece il destino di programmi, direttori e giornalisti sembra dipendere dagli equilibri della politica, il problema non è più soltanto televisivo: diventa un problema democratico.
Lo abbiamo visto anche nel modo controverso con cui la Rai ha raccontato la tragedia palestinese. All’interno della stessa azienda non sono mancate denunce e prese di posizione dei giornalisti sulla necessità di raccontare Gaza senza reticenze, così come non sono mancati tentativi di mettere in discussione chi quel racconto ha cercato di farlo fino in fondo. È significativo che proprio il sindacato dei giornalisti Rai abbia dovuto ricordare più volte che informare su Gaza è parte della missione del servizio pubblico.
È questo clima che dovrebbe preoccuparci: non necessariamente una censura dichiarata, con qualcuno che ordina apertamente “questo non va in onda”, ma qualcosa di forse ancora più insidioso. Il progressivo restringimento degli spazi di autonomia, il messaggio che arriva alle redazioni, la consapevolezza che alcune inchieste possono avere conseguenze e che certi argomenti è meglio trattarli con prudenza.
La libertà di stampa non scompare necessariamente da un giorno all’altro. Può essere erosa poco alla volta, attraverso nomine, pressioni, spostamenti, delegittimazioni e condizionamenti. Ed è proprio per questo che bisogna difenderla prima che diventi normale accorgersi della sua assenza.
Un servizio pubblico davvero tale non deve essere comodo per chi governa. Deve essere libero da chi governa.
Perché una televisione pubblica indipendente non appartiene alla destra, alla sinistra o a un partito. Appartiene ai cittadini. E quando la politica mette le mani sull’informazione, a perdere non è un giornalista o una trasmissione: perdiamo tutti un pezzo di democrazia.
PCI Federazione di Roma



