Le donne comuniste per la liberazione dal capitalismo e dal patriarcato, per un’alternativa di sistema

Fermare la guerra, lo sfruttamento, il degrado ambientale e ogni forma di discriminazione e subordinazione

In un’Europa che si riarma, intrappolata in un’economia capitalistica sempre più finanziarizzata e militarizzata che piega al profitto e mercifica le relazioni umane e sociali, è in atto da tempo un massiccio trasferimento di risorse dalla vita alla morte: miliardi di euro sono sottratti al nostro futuro, alla sanità, all’istruzione, ai servizi sociali e alla cooperazione internazionale per andare ad arricchire i produttori di armi.

Le ricadute dell’economia di guerra sulla vita delle classi popolari sono pesantissime. I tagli alla spesa pubblica e il disinvestimento dal welfare a favore delle privatizzazioni ci sottraggono ogni giorno spazi di cure gratuite e garantite, possibilità di salute e benessere. E sottraendoci benessere, aumentano lo stato di dipendenza e ci costringono a una sopravvivenza precaria segnata dall’insicurezza.

Mentre il mondo affronta una crisi economica, sociale, eco-climatica senza precedenti, le destre iperliberiste, razziste e neofasciste che fanno? Agitano la demagogia e la retorica di una presunta minaccia ai supremi valori occidentali e sbraitano, per coprire il rumore dell’opposizione civile democratica e di classe, mentre mass media replicanti e testate giornalistiche addomesticate concorrono a seminare paura e insicurezza e ad alimentare uno stato permanente di emergenza che giustifichi ulteriori restrizioni e limitazioni delle libertà.

Ci raccontano che per avere sicurezza basta tenere la guerra lontana dai nostri confini: non è vero. Anche quando viene fomentata e uccide a distanza, la guerra entra nelle nostre vite quotidiane coi salari insufficienti e i diritti negati, la violenza s’istalla come condizione ordinaria nelle relazioni sociali.

Nel nostro Paese i dati reali e non camuffati dicono che la situazione delle donne, particolarmente nei ceti popolari e medi, è peggiorata da ogni punto di vista.  Quando ogni tre giorni una donna muore di “patriarcato mediterraneo”; quando il peso della disuguaglianza e dell’esclusione sociale si scarica prevalentemente sul corpo delle donne; quando denatalità e fuga all’estero delle risorse giovanili più determinate, depauperamento dei territori e degrado ambientale risultano essere gli esiti catastrofici delle scelte politiche attuate, il rischio che questo Paese sia destinato al declino economico, sociale, culturale, etico e civile è stringente.

Da parte sua, l’opposizione del cosiddetto “campo largo”, imprigionata in una visione sostanzialmente subalterna al modello del capitalismo tecno-finanziario dominante e priva di una visione strategica alternativa al paradigma della guerra, balbetta limitandosi a contestare che “in quattro anni la destra al governo non ha fatto niente”. Non è vero che la destra “non sta facendo”. Sta facendo quello per cui è stata chiamata a governare: criminalizza le proteste sociali, reprime le mobilitazioni giovanili contro guerre e genocidi, erode i diritti sociali, alimenta paure e senso di impotenza, per autorizzare il circolo vizioso di risposte esecutive securitarie e anticostituzionali e per allontanare cittadine e cittadini dall’esercizio dei loro diritti e poteri.

A tutto questo, come donne comuniste opponiamo la proposta di una grande alleanza per un’azione intransigente contro la guerra quale esito inevitabile del dominio patriarcale e capitalistico, iperliberista e imperialista, che fomenta e riproduce barbare ideologie suprematiste, razziste, neofasciste, misogine e colonialiste.

Il movimento di liberazione delle donne si è caratterizzato fin dai suoi primi passi come movimento contro la guerra e, oggi come ieri, si batte per uscire dal paradigma della violenza e della guerra, per affermare una visione del mondo protesa alla pace, alla solidarietà, alla cura del territorio e degli esseri viventi, alla liberazione di donne e uomini dal capitalismo, dal patriarcato e dal rischio concreto di veder finire la vita sul pianeta.

Non abbiamo bisogno di più armamenti. Non abbiamo bisogno di prepararci ad altre guerre. Abbiamo bisogno di un Paese e un’Europa che, invece di riarmarsi, acquisiscano un ruolo positivo in un mondo multipolare, finalmente liberato dal colonialismo e le sue secolari nefandezze, e promuovano negoziati e pace, conversione ecologica e solidarietà internazionale.

Abbiamo bisogno di sicurezza sociale condivisa, di più investimenti in welfare, scuola, sanità, casa e trasporti pubblici. Abbiamo bisogno di aprire una grande vertenza per il lavoro e il salario con quello sguardo intersezionale – di genere, classe, etnia e generazione – che consente di cercare le soluzioni giuste ai problemi sociali più complessi.

Abbiamo bisogno di un ritorno alla sanità pubblica basata sulla prevenzione e la cura in una visione universalistica; della diffusione di servizi sociali ed educativi pubblici, di qualità e gratuiti; dell’applicazione piena della legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza in strutture pubbliche e convenzionate sottratte al ricatto dell’obiezione di coscienza; del rilancio dei consultori come servizio pubblico di base e gratuito a sostegno della maternità e genitorialità libere e responsabili.

Abbiamo bisogno di strategie efficaci di contrasto ai femminicidi e alla violenza sulle donne con più prevenzione, più educazione alla sessualità, più risorse per i centri antiviolenza e risposte collettive all’altezza dell’emergenza.

Abbiamo bisogno di promuovere per il 2027 – nel Paese e nei territori – un voto unitario per un terzo polo alternativo al bipolarismo centrodestra/centrosinistra, che sarà utile non solo nell’immediato per ottenere un’alternativa di governo, ma anche per costruire in futuro, con gli strumenti della lotta collettiva, un’alternativa di sistema.

Assemblea delle Donne Comuniste – PCI

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