Reggio Calabria: la vera sconfitta è la democrazia

Meno di un elettore su quattro alle urne. E i professionisti della politica fanno finta di non vedere.

A Reggio Calabria il centrodestra vince le elezioni supplettive; il centrosinistra arriva secondo. Futuro Nazionale di Vannacci discute se considerare il 10,94% un successo o una delusione.

Tutto secondo copione.

Quello che invece sembra non interessare quasi nessuno è il dato più importante: ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto.

Su 345.486 elettori, soltanto 77.165 sono andati alle urne. I voti validi sono stati appena il 21,7% degli aventi diritto.

Quasi otto cittadini su dieci sono rimasti a casa.

E la politica cosa fa? Discute di chi ha vinto, di chi ha perso e delle percentuali dei singoli partiti poi liquida l’astensione dicendo che «nelle suppletive succede».

No, non è normale; è un problema politico enorme perché quando un’elezione presentata come importante test nazionale porta alle urne poco più di un cittadino su cinque, la prima domanda da porsi non è chi abbia vinto ma perché la stragrande maggioranza delle persone non ritiene più il voto uno strumento utile per cambiare la propria condizione?

La risposta dovrebbe interrogare soprattutto chi governa e chi, da decenni, si alterna nelle istituzioni.

Salari, precarietà, sanità, casa, servizi, pensioni, disuguaglianze: mentre la vita concreta delle persone peggiora, la politica appare sempre più distante, autoreferenziale e incapace di offrire una prospettiva.

Si pretende persino di chiamare «stabilità» un sistema elettorale che rischia di rendere ancora più difficile l’accesso alle elezioni per le forze non già presenti in Parlamento attraverso la raccolta di centinaia di migliaia di firme in tempi strettissimi.

Questa non è stabilità: è il rischio di blindare l’esistente mentre cresce il distacco dal popolo.

Il dato di Reggio Calabria dovrebbe far suonare un allarme invece i «lorsignori» preferiscono festeggiare il proprio 51%, discutere del 36% degli avversari e interpretare il 10% di Vannacci.

Peccato che quel 51% rappresenti appena l’11,10% degli aventi diritto.

Il problema, dunque, non è soltanto chi abbia vinto, è che quasi l’80% non ha votato.

Continuare a far finta di niente significa non voler vedere una realtà precisa: la crisi della partecipazione è anche il risultato del fallimento di una politica che non riesce più a rappresentare, né tantomeno a dare speranza, alle classi popolari.

Quando il popolo smette di votare la politica dovrebbe fermarsi e interrogarsi. Non festeggiare!

Partito Comunista Italiano

Condividi