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3 anni fa la prima sentenza Marlane-Marzotto: ‘tutti assolti’.

di Giorgio Langella, Direzione nazionale PCI

Il 19 dicembre 2014 veniva emessa, dal tribunale di Paola, la prima sentenza del processo Marlane-Marzotto. “Tutti assolti” era il titolo di un testo di dolorosa indignazione che, all’epoca, avevo scritto. Tutti gli imputati eccellenti erano stati assolti sostanzialmente perché il fatto non sussisteva. Fu, quella prima sentenza (confermata poi in appello), una chiara dimostrazione della “impossibilità” di trovare i responsabili delle morti per lavoro e sul lavoro. Il segno di come, difficilmente, il sistema riesca a individuare e condannare i colpevoli di tragedie piccole e grandi (e quella della Marlane-Marzotto è enorme) che vedono per protagoniste due classi: quella padronale e quella di chi vive del proprio lavoro.

Si ha l’impressione che i diritti costituzionali e la Costituzione stessa restino fuori dai cancelli dei luoghi di lavoro. Il mondo del lavoro viene diviso tra i “superiori” che comandano e gli “inferiori” che devono obbedire e subire. I privilegi dei primi cancellano i diritti dei secondi.

Questo è quello che è successo alla Marlane-Marzotto di Praia a Mare. Oltre 100 lavoratrici e lavoratori morti, uccisi da varie forme di cancro. Persone consumate dalla malattia, una alla volta. Le loro morti non fecero notizia. Erano qualcosa di “naturale”. Non si poteva individuare responsabilità personali e, così, tutti i dirigenti e padroni della Marlane-Marzotto, personaggi di un “certo livello”, furono tutti assolti.

Non importa se la Marzotto diede poche decine di migliaia di euro ai parenti delle vittime per farli desistere dal rimanere nel processo come parti civili per chiudere quella pratica diventata fastidiosa. Non importa che Gaetano Marzotto, nella la sua testimonianza, disse (e fu sincero) “noi ci occupavamo solo dei nostri soldi”. Non importa che si facessero firmare, secondo numerose testimonianze, le dimissioni a chi stava morendo. Non importa. Gli avvocati difensori, grandi principi del foro, dopo aver tentato in ogni modo di ostacolare e rinviare sine die il dibattimento, riuscirono a far assolvere tutti i loro assistiti.

Così non ci fu e non c’è nessun colpevole.

Quello della Marlane-Marzotto non è un “caso”. Succede spesso (o sempre) così. Quando si individua qualche responsabilità, arriva la prescrizione. Se questa non è possibile è facile che nessuno venga condannato.

Da pochi mesi è iniziato un nuovo processo per la morte di una trentina di operai che lavoravano alla Marlane-Marzotto. Da parte degli avvocati difensori si è ricominciato a chiedere i consueti rinvii e il trasferimento della sede del dibattimento. Gli aspetti procedurali sembrano frenare ancora una volta tutto. La cosa certa è che si hanno poche notizie, che tutto sembra “stanco”, quasi appassito, vecchio. Come sempre queste cose non fanno notizia.

È la solita storia, le notizie vengono taciute, nascoste, coperte dal velo dell’indifferenza. Un’indifferenza che uccide come e più delle malattie, come e più dei prodotti inquinanti e delle sostanze tossiche che le hanno prodotte. La stessa indifferenza che permette di non cercare la verità, di lasciare impuniti i responsabili, di non dare giustizia a chi ne ha diritto. E di non sentirsi in colpa perché si è girata la testa dall’altra parte.

E, allora, è un dovere anche solo ricordare quello che è successo alla Marlane-Marzotto. Perché anche se tre anni fa tutti gli imputati furono assolti e non fu individuato nessun colpevole, i morti non sono stati cancellati. Così come è rimasto un ambiente inquinato. Ed è rimasto il dolore e lo sgomento di fronte a una delle tante tragedie del lavoro che restano nell’ombra e nell’indifferenza anche di chi dovrebbe indignarsi. Che fanno notizia solo quando tutti vengono assolti.

Alle lavoratrici e ai lavoratori che hanno dovuto subire le condizioni e i ricatti di un lavoro che li ha uccisi va un ricordo sincero e dolente. Chi non vuole arrendersi all’indifferenza continuerà a lottare per scardinare un sistema spaventoso che permette che il lavoro non sia più un diritto di tutti ma sia diventato una condanna per ognuno. Questa è una promessa che si deve fare.

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