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Cassazione: da una improbabile coesione ad una guerra certa agli sfruttati

di Nicola Paolino – PCI Salerno


La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 25201, depositata il 7 dicembre 2016, tre giorni dopo la data dell’eclatante vittoria dei No alla Controriforma della Costituzione Repubblicana, è una bomba ad orologeria innescata nel clima bonapartista inaugurato da Renzi. Un isperato soccorso alla completa restaurazione del comando borghese sull’intera Società. Questa Sentenza che richiama l’articolo 41 della Costituzione, articolo che riconosce all’impresa il diritto esclusivo dell’organizzazione aziendale, non è altro che un vero e proprio salto di qualità della controrivoluzione conservatrice in atto in tutto il mondo capitalista.

Di fatto, la Repubblica Italiana non è più fondata sul lavoro ma sul profitto delle imprese che possono licenziare senza dare conto a nessuno. Otto magistrati, salendo in cattedra, si ergono non a giudici super partes ma a difensori di una parte, quella dei possessori dei mezzi di produzione; di quelli che dal lavoro salariato traggono il profitto. Così che i salariati che vendono la propria forza lavoro per sopravvivere non sono più uomini ma tornano ad essere schiavi a cui non verrebbe più riconosciuto il diritto a concorrere alle decisioni della condizione aziendale. Ricattabili e costretti ad accettare semplicemente le condizioni dell’impresa, tornando ad una schiavitù feudale che prefigura la fine della civiltà del Lavoro e del Diritto e delle consolidate consuetudini della Contrattazione Collettiva delle condizioni di lavoro. Così decidendo la Cassazione, per via giudiziaria,  dando  ragione a una singola impresa, per la condizione di un singolo dipendente, mette tutte le salariate e i salariati del settore privato e del pubblico impiego in balia delle imprese. Il che non è senza conseguenze perché prevedibilmente scatenerà gli spiriti animali dei capitalisti. E poiché l’attuale società è fondata su un sistema in cui una parte svolge una funzione dominante, in quanto proprietaria dei mezzi di produzione, nata proprio per la ricerca del massimo profitto, dopo la sentenza in questione ottiene il dominio totale sull’intera Società Italiana. Gli sfruttati tornano ad essere nuovamente schiavi senza né tutele né diritti; senza autonomia e senza dignità. Chissà se Francesco e Mattarella continueranno a parlare di coesione, lavoro e dignità senza scadere in futuro nella retorica e basta. La classe dei capitalisti, soprattutto i più grandi, a partire da quelli della finanza, su cui ricadono per intere le responsabilità della crisi scoppiata nel 2007, diventa l’arbitro assoluto della vita e della morte della stragrande maggioranza del Popolo Italiano, in larga parte fatta di proletari, delle loro famiglie e dei loro figli. E’ iniziata una vera e propria crocifissione dei senza niente e dei senza futuro perché la piaga della precarizzazione del lavoro è estesa a tutti. Nessuno più è sicuro del proprio futuro! Stiamo passando dall’insicurezza dettata dalle guerre in corso e dal terrorismo all’insicurezza sociale generale delle nostre vite e dei nostri discendenti, attuali e futuri. In atto c’è l’accelerazione della controrivoluzione neoliberista iniziata come rivoluzione dall’alto per il dominio assoluto delle classi dominanti. Questa sentenza, dunque, ha un chiaro contenuto di classe, non è neutra, perché trasforma lo stato di cose presente, chiarendo come stanno veramente le cose: LA MINORANZA SFRUTTATRICE PUO’, ANZI DEVE, ESERCITARE LA SUA DITTATURA SENZA DOVER NULLA DELLA SUA INUMANA CONDOTTA. IL SINGOLO CAPITALISTA TORNA AD ESSERE SEMPLICEMENTE IL FUNZIONARIO DEL PROPRIO CAPITALE, MENTRE LO STATO NE E’ IL GARANTE DI ULTIMA ISTANZA. Ma non è tutto perché, senza dichiararlo, sono prese di mira la Politica quella vera e la Democrazia quella reale. Tutte le organizzazioni dei lavoratori sono destinate ad essere un orpello insignificante.

La Politica e la Costituzione Repubblicana vengono drasticamente ridimensionate nei loro aspetti principali. Così, “otto alti magistrati”, con un sol colpo, sono diventati artefici e carnefici di un intero Popolo. Con un colpo vibrato, nel chiuso di una Camera di Consiglio, pensano di aver trovato la quadratura del cerchio, caricaturalmente presentandosi come gli ennesimi salvatori della patria. Mentre, in realtà, non sono altro anch’essi figli della personalizzazione della politica scaturita da inique leggi elettorali di stampo maggioritario. Siamo di fronte alla riproposizione elitaria di una nuova vandea restauratrice, di un capitalismo più simile al feudalesimo che a quella parte di storia rivoluzionaria e progressista che lo stesso capitalismo ha rappresentato fino alla decimazione della Comune di Parigi. Chissà se hanno messo in conto che questa aberrante sentenza sociale potrà scatenare l’ira popolare che sarà furente e duratura. Di sicuro il 16 novembre giorno della fatidica sentenza non potevano prevedere la portata dirompente dei NO alla controriforma costituzionale. Avranno pensato che dandone pubblicazione il 7 dicembre scorso avrebbero completato l’opera di demolizione della Costituzione che nei, PRINCIPI FONDAMENTALI, all’art. 1 recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Con i seguenti articoli la Costituzione ha fissato, a chiare lettere, la griglia con cui vincola la Repubblica all’integrale rispetto del Primo articolo allorquando regolamenterà tutti gli aspetti legislativi: all’art. 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. All’art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. All’art. 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…”. All’art. 41 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’art. 46 “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Invece, la “civile” sentenza – si fa per dire – recita così: <<l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell’impresa, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa…>>. Così motivando, la Corte “licenzia” il lavoratore licenziato. E così facendo disattende tutti gli articoli della Costituzione citati, con la loro coerenza imperativa, ordinamentale e inviolabile! Qui non solo è riconosciuta impropriamente la centralità dell’impresa che, per il suo egoismo e a suo piacimento, può liberamente licenziare, ma riduce e riconosce la figura dell’impresa a dominus unico e a funzionario disumano dell’<effettivo mutamento dell’assetto organizzativo> di cui i lavoratori dipendenti sono i protagonisti principali. Ci troviamo di fronte a un giacobinismo borghese rovesciato che, da rivoluzionario, diventa reazionario. Eppure quel giacobinismo fu determinante alla vittoria borghese della Rivoluzione Francese del 1789. Questa sentenza si vuole sostituire all’incapacità della Repubblica di portare l’Italia fuori dalla crisi, portando fino in fondo la rivoluzione dall’alto ora interpretata dal bonapartista renziano. La forzatura innescata è figlia della seconda Repubblica cosiddetta che, abolendo il proporzionale, ha portato la personalizzazione della politica al massimo dell’estremizzazione possibile. Essa è contro la politica con la P maiuscola e contro il sistema dei Partiti e dei Sindacati dei salariati. E’ una vera e propria sfida culturale e politica che vuole suscitarne altre in tutti i campi della vita civile perché spiana la strada alla barbarie delle relazioni sociali, evocando una sorta di resa dei conti di tutti contro tutti. L’intero Popolo Italiano si trova a un nuovo bivio. Ad un vero tornante della Storia più insidioso del Referendum Costituzionale.

Siamo di fronte ad una guerra civile contro i salariati e la Democrazia Repubblicana che si pensa incruenta ma che non ne esclude una cruenta. Guai a sottovalutarla, facendo finta di niente o riconducendo il tutto a un mero atto di ordinaria giurisprudenza. Al contrario tutte le classi sociali, nessuna esclusa, sono chiamate a dare prova di saggezza e di fermezza prendendo posizioni chiare e nette, rilanciando le trattative in corso per consolidare e rilanciare una fase nuova delle relazioni sindacali in tutti i settori, dopo anni di massacro sociale, di insuccessi, di divisioni e di veti governativi. La parte onesta dei Partiti e di tutte le Istituzioni dello Stato, di Governo e di opposizione, di fatto, espropriati dei poteri programmatici e legislativi, battano un colpo, prendendo le giuste distanze e dimostrino di essere all’altezza della situazione prima che degeneri nell’arbitrio e nell’assolutismo degli spiriti selvaggi del capitalismo. E’ l’occasione per una profonda autocritica e per dimostrarsi ancora capaci di essere in buona fede. Ma deve essere, altresì, chiaro che il compito principale, cioè sconfiggere sia il disegno palese che quello occulto, spetta ai diretti interessati: i salariati e all’intero Popolo Italiano. Il confronto/scontro tra i SI’ e i NO è poca cosa difronte all’attacco contenuto nella Sentenza della Corte di Cassazione n. 25201 Anno 2016! Ora si tratta di un vero attacco alla democrazia repubblicana e al suo pilastro fondamentale: la classe operaia, ossia al moderno proletariato. Ancora una volta i salariati dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi, a partire dai più coscienti, sono chiamati a svolgere la loro funzione dirigente, congiuntamente con le nuove generazioni a cui l’attuale capitalismo e i loro comitati stanno negando da lungo tempo il futuro. Non serve una semplice fiammata ma un movimento popolare cosciente e diffuso che sappia saldare in un solo fronte unico le lavoratrici e i lavoratori, fissi e precari o senza lavoro. Va esercitata, inoltre, una pressione fortissima sulle proprie Organizzazioni Sindacali per organizzare momenti di chiarificazione, informazione, confronti per arrivare alla proclamazione di scioperi unitari, se necessario, anche spontanei. Questo per ribaltare l’odioso verdetto della Cassazione per non arrivare poi a dovere affrontare isolatamente i propri datori di lavoro. La sottovalutazione del pericolo innescato, il pressapochismo e l’attendismo non giocano a favore degli sfruttati. Anche perché sulla micidiale sentenza potrebbe coagularsi un fronte capace di pericolosissime accettazioni o finte critiche che sarebbe anche la rivincita sulla strepitosa vittoria dei NO.  Nessuna e nessuno può pensare di essere al sicuro dalla bufera che si scatenerà lentamente ma inesorabilmente. Oramai tutti i posti di lavoro sono a rischio e più di prima. Molto di più. Questo è un vero e proprio allarme sociale. Non è propaganda infondata ma una vera e propria ripresa dell’agitazione comunista. Sappiamo bene, per esperienza diretta, che fuori da ogni posto di lavoro regolare, irregolare o a nero c’è una pressione crescente di un numerosissimo esercito industriale di riserva e non solo. Un vero e proprio ricatto diventato permanente. La Storia del capitalismo ha dimostrato all’intera umanità che dopo ogni crisi c’è stata la cancellazione di tutti i miglioramenti e i diritti che il Popolo aveva conquistato, precedentemente, con lotte lunghe, prolungate e ripetute. Talvolta anche aspre. Ad ogni marea calante segue una nuova marea montante. Questa è una legge insita nei rapporti capitalistici di produzione. L’effervescenza pre-referendaria ci ha portati alla ribellione e al successo dei NO. Questo successo ha dato vita ad una nuova marea montante che sommata al verdetto della Corte di Cassazione, formata da otto persone, può diventare una irresistibile e travolgente onda anomala capace di sconfiggere definitivamente la controrivoluzione neoliberista, nata con la Thatcher e Reagan, oggi rappresentata, drammaticamente, da Trump (I^ parte).
Salerno, lì 4 gennaio 2017

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