Partito Comunista Italiano

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Che ne sarà di noi?

Dipartimento Nazionale Scuola e Università FGCI

Facciamo nostra una riflessione di Jack London sull’uomo, il presentismo e il perché del socialismo.

Un fotogramma abbiamo davanti agli occhi e da spettatori lo fissiamo non sapendo la scena successiva. Guardando questo fermo immagine non abbiamo una prospettiva, non sappiamo come si svilupperà il film, quali accadimenti si succederanno, come evolverà la storia. Ecco, questa è la vita per la nostra generazione: siamo sintonizzati su una frequenza statica, viviamo un presente permanente che non ci mostra risposte concrete per il futuro, siamo inadatti a progettare, plasmati a subire la flessibilità come se fosse un dato fisiologico, un normale corso degli eventi, l’unica realtà immutabile e la sola che si possa avere. Non abbiamo certezze di dove saremo, dove lavoreremo da un mese all’altro quando e come prepareremo valigie e pacchi. Da studenti e/o lavoratori, da disoccupati ci troviamo a fare i conti con una trama cucita sui nostri corpo la quale, bisogna accettare che così va, le leggi del mercato ci impongono.

Ecco, forse è proprio su questo che dovremmo soffermarci, il Mercato, un mantra che viene posto al centro di tutto e dove gli uomini prendono un posto secondario, subalterno a esso. Un Mercato che pretende la prospettiva di fine ultimo, mentre gli uomini divengono un mezzo per il soddisfacimento dei bisogni del Mercato. Ripeto, gli uomini sono un mezzo e non il fine; il mercato viene posto al centro di tutto in questa società, il dato di fatto è questo. Nei talk show, nei dibattiti politici si parla sempre di mercato e mai di persone. Ponendolo al centro di tutto è inevitabile che la vita materiale delle persone decada, non abbia valore: così un morto sul lavoro diviene solo un numero che non combacia più con un corpo, ma diviene esclusivamente un’unità di produzione da sostituire con un’altra che avrà contratti sempre più precari, flessibili e privi di tutele. Anzi negli USA la morte di un operaio diviene addirittura fonte di guadagno per l’impresa che ha stipulato una polizza sulla vita dei propri lavoratori.

Il contesto che ci viene dato è questo, prendere o lasciare. Va così. Una storia scritta che ci tange, nella quale non siamo protagonisti dei nostri eventi ma solo delle comparse.
Noi, da giovani, avendo le forze per sostenere tanti mini lavori restiamo a galla con non poca fatica; ma restiamo a galla: facciamo le cose tanto per campare, ce la possiamo fare, basta l’impegno. In questo presente permanente si ha la sensazione di potercela fare, nonostante i tanti rospi da ingoiare. Il problema è che il presentismo cui assistiamo è una concezione sbagliata: il lavoro è usurante e noi invecchieremo, i nostri fisici saranno meno possenti, perderemo forza: “lavorare stanca, lavorare uccide”. Sarcopenia e assenza di tutele sul lavoro sono due cose che stridono molto. Non possiamo rincorrere il lavoro in eterno, non avremo gamba. Assenze di tutele e pensioni, il Welfare State negato a questa generazione può essere la pietra tombale per essa e quelle successive, che dovranno fare i conti con una società sempre più imbruttita e pronta a sostituire i lavoratori con altri che avranno sempre meno tutele come nei primi del Novecento, un secolo descrittoci bene nei racconti e romanzi di Jack London.

Proprio oggi, 22 novembre, nel giorno della sua scomparsa, riprendiamo una bellissima riflessione di London sul perché è diventato socialista; e a molti raccomandiamo di leggerlo.
Egli, un giovane rampante, un perfetto individualista come si definì, era dotato di un fisico possente che gli consentiva di svolgere i tanti lavori pesanti. Nessuna barriera dinanzi a essi era insormontabile. Durante i suoi tanti viaggi si imbatté nel “decimo sommerso”, lavoratori che venivano reclutati con un salario da fame, ridotti ad accettare i più vili e pesanti lavori perché non avevano altra scelta per poter vivere. Questi lavoratori un tempo erano come lui, forti e giovani, ma scesi sempre più giù nell’imbuto dal quale ormai non potevano risollevarsi, mancando di forze.
Dall’interazione con questi uomini ai piedi della piramide sociale London iniziò a riflettere sul suo futuro: “che ne sarà di me quando invecchierò e non avrò più forze”. Fu così che iniziò ad avvicinarsi al movimento operaio, iniziò a studiare, capì che il socialismo era il solo modello a cui aspirare, l’unico che poneva l’Uomo al centro e quindi l’unico sistema che può permettere all’uomo la sua emancipazione, la sua miglior tutela.

Facciamo nostra la riflessione di Jack London: tocca a noi spezzare il presentismo e conquistare sempre più diritti e tutele. Non dobbiamo arrenderci alla prospettiva di non avere una pensione: questa idea va osteggiata fortemente. Dobbiamo agitarci contro questo stato di cose presenti: accettandolo, ci comporteremmo come servi, come esseri che sbagliano perché sempre agiscono secondo il volere degli altri. Il volere degli altri in questa società divisa in classi è espressione di contrapposizione, di interessi: da una parte quella dei padroni e dall’altra quella dei lavoratori. E’ semplice lotta di classe, questione mai chiusa e con la quale bisogna tornare a fare i conti. E Jack London in questo può darci una grande chiave di lettura.

A Jack London, nel 105esimo anniversario della sua scomparsa.

Un commento su “Che ne sarà di noi?

  1. bello e toccante articolo.Piacevole da leggere.Brav*
    Lydia Mastrantuoni compagna della federazione di Napoli

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