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ALCUNE IDEE SULLA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA  

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(@lucia-mango)
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15/06/2018 12:15 pm  

   di Fosco Giannini

 

Il Partito Comunista rappresenta, oggi come ieri e per molti versi ancor più che nel passato, il “motore” centrale, indispensabile ed insostituibile, del processo di trasformazione sociale e del progetto per il socialismo, e ciò per un’apparente paradosso: da una parte il consolidarsi delle strutture di potere generali del capitale, che chiedono che sia in campo una forza dotata di un pensiero rivoluzionario e di una prassi rivoluzionaria e, d’altra parte, l’aumento delle contraddizioni strategiche interne al capitale stesso, innanzitutto quella relativa, e di portata storica, tra l’aumento esponenziale della capacità produttiva del sistema macchinico capitalistico, che espelle sempre più vaste aeree di forza – lavoro dai cicli produttivi, e la conseguente necessità di un “ripensamento” della condizione generale stessa della forza-lavoro, in senso anticapitalistico e liberatorio (a cominciare da una drastica riduzione, a livello di massa,  dell’orario di lavoro a parità di salario, inevitabile soluzione che non può che poggiarsi su di un attacco al profitto).

Il PCI fa di nuovo proprio e rilancia l’assunto della necessità storica del Partito Comunista non sulla base di una dogmatica, scolastica “coazione a ripetere”, ma sulla base stessa del concreto “stato presente delle cose”, sulle esperienze politiche e sociali che in Italia, come in altri Paesi del mondo - capitalistici, socialisti o in “transizione al socialismo”- si stanno manifestando.

In tutta Europa abbiamo assistito, negli ultimi trent’anni, alla crisi profonda dei partiti socialdemocratici e socialisti, alla loro involuzione liberista, allo svelarsi della loro natura essenzialmente consustanziale al potere e agli interessi del grande capitale e della grande borghesia. Queste forze d’ispirazione socialdemocratica, che avevano svolto un ruolo di mediazione tra capitale e lavoro e di redistribuzione del reddito nella fase storica segnata, nel secondo dopoguerra, dalla forte influenza positiva del vincente socialismo sovietico, sono state poi travolte dall’onda d’urto liberista conseguente alla scomparsa dell’URSS e allo scatenarsi degli spiriti animali imperialisti e capitalisti sul piano europeo e mondiale. Il sollevarsi impetuoso dell’onda neoliberista ha così ratificato una verità politica e teorica, già peraltro conosciuta: le socialdemocrazie non godono di una loro autonomia politica e ideologica, ma sono varianti degli assetti capitalistici di fase. La resa delle forze socialiste e socialdemocratiche alla pressione liberista, assieme ad alcuni veri e propri tradimenti storici (come la trasformazione del PCI, in Italia, in una forza prima “radical”, poi “liberal” ed infine liberista come l’attuale PD) hanno consegnato brutalmente la bandiera della difesa degli interessi del mondo del lavoro e del welfare ai movimenti e ai partiti di destra o “populisti” costituitosi in Italia e nell’area dell’Unione europea in questi ultimi decenni, forze che peraltro hanno già svelato, o stanno svelando, la loro natura politica e culturale “interna” al potere capitalista nazionale e sovranazionale , assieme alla loro inclinazione essenzialmente atlantista, subordinata all’imperialismo USA e alla NATO. Quando in alcune forze “populiste”, come oggi nella Lega di Salvini, emerge una posizione meno antirussa e meno anti Putin di quelle che segnano i partiti più subordinati a Washington e a Bruxelles (come lo è il PD), questa posizione, tuttavia, non libera le forze come la Lega dalla loro collocazione essenzialmente atlantista.

Solo i partiti comunisti conseguenti, come il PCI in Italia, hanno mantenuto, pur nelle grandissime difficoltà di fase, il loro orientamento antimperialista, anticapitalista e rivoluzionario, diretto, sul piano strategico, sia alla trasformazione sociale che ad un processo di mutazione dei rapporti di forza volto al socialismo.

E’ la stessa concezione di “partito”, intanto, ad essere rilanciata dall’oggettività delle cose: la furibonda e vastissima propaganda “anti partito” degli ultimi tre decenni (propaganda che ha trovato le proprie basi materiali e ideologiche nella totale contrarietà dell’intellettualità borghese di fine ‘700 al formarsi storico dei partiti, specie dei partiti del proletariato) si è schiantata di fronte ai processi di centralizzazione totale e antidemocratica del potere politico dei “movimenti” fattisi partiti, alla loro assoluta mancanza di dibattito politico interno e di sintesi, alla mancanza totale di collegialità nella gestione e di meritocrazia quale unica via per selezionare i quadri dirigenti e gli eletti nelle istituzioni. Lo stesso Movimento 5 Stelle, nato in un’euforia “democratica”, nell’apologia della “democrazia della Rete”, è degenerato ben presto in una dittatura gestionale (quanto politicamente e ideologicamente ambigua) che probabilmente, nella storia dei partiti italiani aventi un vasto consenso di massa, non ha precedenti.

Il rilancio oggettivo del senso ultimo, della concezione stessa del partito, assieme all’aggettivazione “comunista” quale unica indicazione rimasta rivoluzionaria, fa sì che il Partito Comunista sia oggi, appunto, più necessario ed attuale che mai. Si tratta di lottare nel tumultuoso flusso sociale e storico “delle cose” affinché ciò che il Partito Comunista è in potenza si trasformi “in atto”, in un soggetto sociale e politico capace di riconsegnare a se stesso e alla “classe” senso politico generale e un’accumulazione di forze atta alla promozione e al sostentamento del mutamento, della “krisis” verso il socialismo. Un compito immane, per il quale occorre innanzitutto possedere qualità primarie che ancora il PCI non possiede: gruppi dirigenti nazionali e territoriali segnati da un alto livello politico, culturale e ideologico; una forte capacità di iniziativa politica e sociale funzionale al radicamento e alla popolarizzazione del Partito; un’autonomia finanziaria. Senza questi tre prerequisiti – che assurgono dunque a questioni centrali – una stessa, “giusta” linea politica non basterebbe a garantire la tenuta e lo sviluppo del Partito. La costruzione di un partito di quadri, conseguentemente, si pone come questione essenziale e imprescindibile anche per dotare il Partito di una linea e di una prassi di massa.

Da dove ripartire, da quali punti cardinali, per assolvere a quel grande e indispensabile compito volto a riconsegnare al Partito Comunista una massa critica - sociale, politica, culturale, ideologica – necessaria al rilancio di una lotta sociale di massa e, quindi, di un processo di cambiamento?

Per punti essenziali:

-la natura, la spina dorsale ideologica del Partito Comunista è indubbiamente la prima ed essenziale necessità. Rispetto a ciò i comunisti e le comuniste del nostro Paese possono godere non solo del più grande, innovativo e contemporaneo sistema di pensiero che la storia del proletariato e dei suoi intellettuali abbiano prodotto: il marxismo-leninismo, ma possono anche godere dei grandi apporti che al marxismo-leninismo hanno portato Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Certo – è la lezione di tutta la storia del movimento operaio – affinché il pensiero rivoluzionario che dovrà sostenere la lotta ed il progetto strategico sia “sempre vivo”, non ci si dovrà mai rinchiudere nell’ossificazione filosofica e teorica, non si dovranno mai opporre i testi alla realtà in divenire, non si dovrà mai cadere nel paradosso hegeliano secondo il quale “se i fatti contraddicono l’assunto filosofico, tanto peggio per i fatti”. Ma occorrerà, attraverso la realtà dell’esperienza, dialettizzare il sistema di pensiero con la realtà concreta. Affermiamo con forza ciò poiché la nuova società che i comunisti e le comuniste vivono in Italia è in tumultuoso cambiamento e il loro primo compito è studiare, decodificare, comprendere, al fine di mettere a fuoco una “linea” che parta innanzitutto dalla piena adesione del Partito Comunista alle nuove e spesso incomprese realtà in divenire.

Mutamenti di straordinaria importanza avvengono nell’ormai variegatissimo mondo del lavoro, un mondo tenuto assieme dalla sempre più centrale spinta capitalistica allo sfruttamento della forza lavoro, ma che offre un sempre maggiore numero di “lati oscuri” sia nei molteplici e mutati processi produttivi che nella svalorizzazione e differenziazione generale del lavoro.

Fortemente emblematica, da questo punto di vista, è l’esperienza dei cosiddetti “rider”, i fattorini del cibo che per la prima volta, in Italia e in Europa, stanno organizzandosi in una lotta per conquistare diritti e salario. L’uso del “Just Est” è cresciuto, in poco tempo, in tante parti d’Italia (in tre anni è salito del 52% a Milano e del 1.482% a Bologna); sono già circa 4.000 i nuovi lavoratori e le nuove lavoratrici del “food delivery”, la loro paga oraria media è di 5/7 euro l’ora e gli italiani che ordinano regolarmente il cibo a domicilio portato dai “rider” in bicicletta e in motorino sono già 4,5 milioni. Tuttavia, al lavoro di infima qualità e di altissimo sfruttamento non corrisponde più (come negli opifici della prima rivoluzione industriale) una forza lavoro semi analfabeta e priva di cultura e coscienza politica e sociale. Al contrario, come le attuali, inaspettate, spontanee lotte dei “rider” dimostrano, a questa ultimissima forma di forza lavoro corrispondono una scolarizzazione medio alta e un livello culturale che può divenire coscienza di classe. Non debbono, anche qui, lavorare qui, i comunisti e le comuniste? E con quali forme di lotta, di accostamento ai lavoratori debbono lavorare? Temi nuovi, ma decisivi affinché il Partito Comunista aderisca alle nuove realtà e in esse si radichi.

 E mutamenti stupefacenti avvengono sul piano sociale, del senso comune di massa, cambiamenti, dettati anche da sempre più nuove tecnologie, che giungono a formare una nuova antropologia di massa, spesso improvvisa e sconosciuta. A tutto ciò deve prepararsi un Partito Comunista che voglia essere all’altezza dei compiti e dell’attuale scontro di classe. E tutto ciò richiede, come necessità prioritaria, lo studio, l’analisi scientifica dello “stato delle cose” presenti e in divenire. Affermiamo ciò poiché consapevoli che anche il nostro Partito sia stato, più volte, travolto dalla contingenza, dall’epifenomeno, dall’ultima tornata elettorale e su questi “spazi” superficiali abbia avviato irragionevoli, quanto inessenziali, scontri fratricidi. Contro queste degenerazioni vi è un’unica risposta: innalzare il livello della cultura politica dell’intero gruppo dirigente, del quadro intermedio, dei militanti. E’tra i compiti più importanti, come dimostra la difficile esperienza concreta che abbiamo vissuto nella discussione interna relativa all’alleanza elettorale con “Potere al Popolo”, sfociata in una scissione tanto minoritaria quanto priva di contenuti politici e teorici profondi e concreti, anzi: ultraminoritaria proprio perché priva di contenuti profondi;

-il Partito Comunista deve essere un’avanguardia. Anche in questo caso dobbiamo tenerci a debita distanza dalle parole scarlatte, ma dobbiamo recuperare il senso pieno della concezione d’avanguardia. E’lo stesso sistema di pensiero, marxista e leninista, è la stessa, storica, esperienza rivoluzionaria del comunismo, realizzato o che ha lottato per la vittoria, ad offrirci le basi materiali per svolgere il ruolo d’avanguardia, un ruolo, cioè, di soggetto politico e culturale in grado di decodificare i grandi moti carsici sociali e in relazioni ad essi mettere a fuoco una linea e una lotta adeguate. Anche in questo caso, l’esigenza di portare nella lotta, di sostenere la lotta di classe attraverso un surplus di sforzo intellettuale, da parte dei gruppi dirigenti del Partito Comunista, è di primaria necessità, se non si vuol correre il rischio di essere dominati dal tatticismo. Come, pure, è accaduto.

In alcune recenti esperienze del movimento comunista italiano (ad esempio, nel cosiddetto “bertinottismo” e nei sui attuali seguaci) si sono messe oggettivamente, e soggettivamente, in netta contrapposizione le due concezioni di “partito comunista d’avanguardia, leninista” e di “partito comunista sociale”. Questa contrapposizione è un errore fatale ed è stata perseguita da chi, in verità, voleva e vuole ancora cancellare il partito d’avanguardia, da chi voleva e vuole ancora consegnare “ai movimenti”, svuotando di senso il Partito Comunista, il ruolo gramsciano di “nuovo principe”. Non vi sono contrapposizioni tra l’una e l’altra concezione: il Partito Comunista è un’avanguardia e insieme, dialetticamente, è un partito sociale, una forza cioè, che organizza consenso e legami di massa, oltre che nella lotta quotidiana e nel progetto strategico del socialismo, anche attraverso una moltitudine di politiche e iniziative sociali che porti il Partito a legarsi ai lavoratori e alle lavoratrici, alla cittadinanza, alle popolazioni;

-il Partito Comunista è l’anticipazione della società per cui lotta, il socialismo. Quando Pier Paolo Pasolini definiva il PCI (quello che viene ben prima della degenerazione che l’avrebbe portato alla “Bolognina”) “un paese nel paese” intendeva dire che in quella “singolare” area del mondo, in quell’area italiana che era il PCI, crescevano e si mostravano i segni di una società nuova, di un mondo nuovo. Era un mondo i cui “cittadini” erano segnati dalla coscienza di classe, dall’internazionalismo, dall’antimperialismo, dalla solidarietà, dal senso del collettivo che tendeva a battere in breccia l’individualismo piccolo borghese, dalla fratellanza tra compagni e compagne, dal senso del sacrificio, dalla militanza. Certo, non pensiamo al PCI, anche a quel PCI, come ad un mondo idilliaco e privo di ombre e meschinità. Ma la vasta diffusione di questi “sentimenti” rivoluzionari, all’interno del Partito, era un dato di fatto. Nel PCI, nei molti punti alti della sua storia, si poneva, si concretizzava e si praticava la questione dell’etica comunista e rivoluzionaria e la questione della lotta contro “l’immoralità” era una lotta centrale, centrale nelle sue diverse forme: il carrierismo, il burocratismo, la lotta intestina e sorda, il dileggio dei compagni e delle compagne, il conformismo, l’inclinazione alla centralizzazione del potere, il rifiuto dell’autocritica.

Per ripartire, non possiamo non pensare ad un Partito Comunista così come storicamente è apparso, nei suoi anni migliori, anche in Italia. Un Partito all’interno del quale sia già possibile vivere un’evocazione del socialismo che vorremmo e che sia dunque in grado di “esportare” all’esterno da sé un sistema rivoluzionario di valori.

Tuttavia, proprio perché comunisti, materialisti, noi sappiamo che in buona parte, come afferma il più profondo pensiero teologico e la stessa storia del Diritto, “è la legge che crea la morale”, morale che, da sola, stenta a crescere e ramificarsi. Per un Partito Comunista come anticipazione della stessa società socialista e quindi dotato di più forza d’attrazione per “la classe”, per le donne, per i giovani, per gli intellettuali, occorre che siano in vigore, all’interno del Partito, alcune grandi “leggi”, politiche e morali: la sorveglianza severa contro ogni forma accentramento del potere e di pratica oscura del potere (dalle segreterie nazionali a quelle di sezione), la disciplina, il senso del collettivo, la stigmatizzazione dell’arroganza e della prepotenza nei rapporti tra compagni/e,  la capacità di lotta sociale; il radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori; il più alto livello possibile di cultura politica e di coscienza di classe dei propri militanti e dei propri dirigenti ( e dunque un investimento particolarmente importante sulle scuole quadri ); una lotta spietata contro il settarismo, per un Partito che non corra il rischio letale di rinchiudersi in sé ma sia capace, invece, di unirsi, compenetrarsi, ai movimenti di lotta, alle lotte sociali e a quelle del lavoro, innanzitutto alle lotte contro le guerre imperialiste; la lotta contro ogni pericolo di burocratizzazione interna, contro il culto di ogni personalità; per la conquista, da parte dei gruppi dirigenti e dei militanti, della capacità, anche antropologicamente rivoluzionaria, della critica e dell’autocritica; di una concezione delle forme gerarchiche interne come forme funzionali alla capacità di lotta del Partito e non come elementi di comando e di subordinazione tra compagni/e, sempre tra loro uguali. Per ultima, ma non ultima, la questione della democrazia interna.

Lenin, rompendo con “la scuola” della Seconda Internazionale, mise a fuoco la categoria di “centralismo democratico”, un “meccanismo”, volto alla costruzione della democrazia interna ad un Partito Comunista, sinora insuperato.

Il centralismo democratico deve essere l’asse interno al Partito Comunista attorno al quale far ruotare sia il dibattito che ogni atto decisionale.

Non è centralismo assoluto, ma democratico. Il che vuol dire, riassumendo Lenin, che devono essere gli stessi gruppi dirigenti (nazionali e territoriali) a sollecitare e sostenere una discussione aperta, franca, leale, su ogni punto: dalla linea nazionale alle scelte di urbanistica di un piccolo paese.

Anche nel nostro Partito, l’attuale PCI, non sempre è stato così e troppo spesso casi di centralizzazione dei momenti decisionali, con conseguente esclusione dalla discussione di parti del Partito, si sono manifestati. Occorre recuperare e rilanciare appieno lo spirito leninista del centralismo democratico, che altro non è che dibattito aperto, sintesi, formazione della linea di maggioranza e rispetto, da parte di tutti, dell’esito politico del dibattito. Con un impegno particolare, specie da parte dei gruppi dirigenti, di comprendere sino in fondo e nelle sue diverse sfaccettature l’essenza di una critica interna, di un’opposizione alla linea vigente, nell’obiettivo di non risolvere rapidamente e con forte rischio di errore le controversie, ma di tentare sempre, sino in fondo, la sintesi, la comprensione ed il recupero dei compagni e delle compagne. Il centralismo democratico non può comprendere in sé la mitologia, per nulla rivoluzionaria, della lotta sorda e spietata contro i dissensi interni; non può contemplare la cecità e l’autismo della gestione politica, essendo esso – il centralismo democratico - solo uno strumento di gestione della democrazia e della convivenza di uomini e donne, compagni e compagne, diversi tra loro, in un’unica comunità. Nulla è più importante della militanza attiva e consapevole e nulla è più importante, dunque, che lo sforzo di ogni gruppo dirigente – nazionale e territoriale – volto alla comprensione profonda della natura del dissenso, base materiale, la comprensione, per ogni progetto di ricucitura del filo dell’unità.

Un dibattito nel Partito che tuttavia mai deve sfociare, pena il cambiamento stesso della natura politica del Partito, che da leninista correrebbe il rischio di assumere connotati socialdemocratici, nella cristallizzazione delle posizioni e delle aree politiche. E’per questo motivo che, sulla base dell’esperienza storica, un Partito leninista e gramsciano rifiuta che la discussione politica si organizzi sulla base della costruzione di aree strutturate, contrapposte al Partito e dotate di gruppi dirigenti autonomi. La storia, anche recente del comunismo italiano, (ad esempio la storia del PRC) ci dimostra come l’accettazione, all’interno del Partito, di aree contrapposte, di vere e proprie correnti organizzate, abbia sempre rappresentato l’inizio di grandi e mortali lacerazioni interne.

Certo, non tutto è riducibile all’interno di regole scritte. Quando non è più la moralità diffusa a sorreggere l’unità del Partito, possono determinarsi casi in cui la richiesta di osservanza rigida di una regola può portare fuori dal “buon senso”, può trasformare chi richiede insistentemente l’applicazione della regola in un leguleio, che non si batte più per il bene della comunità-partito ma per i propri fini.

Dobbiamo essere chiari: ciò è accaduto, nel nostro Partito, nella fase di discussione sulla questione di Potere al Popolo, quando alcuni compagni, impugnando in Comitato Centrale un articolo palesemente deficitario del nostro Statuto, hanno chiesto che passasse la linea dell’alleanza elettorale con PaP con una maggioranza altissima, oggettivamente molto difficile da raggiungersi. Questi compagni, coprendosi dietro lo Statuto, hanno rivendicato la giustezza della loro lotta, che invece non era affatto giusta nel momento in cui paralizzava e metteva in grandissima difficoltà, anche all’esterno, il Partito nel suo insieme. Non si trattava più di una legittima lotta politica, ma di un espediente che, partendo da una lacuna oggettiva presente nello Statuto, diveniva funzionale alla vittoria di una linea politica palesemente minoritaria nel Partito.

La democrazia interna, lo diciamo a partire anche da questa negativa esperienza interna al PCI, non può poggiare solo sull’osservanza chiesastica dei codicilli, ma soprattutto sul senso profondo del centralismo democratico, che punta all’obiettivo che sia la maggioranza reale del Partito a delineare la linea politica e sulla coscienza, sulla moralità, sul senso del Partito dei comunisti e delle comuniste;

-gran parte del successo politico del Partito poggia sull’Organizzazione e cioè sul braccio operativo in grado non solo di disseminare e mettere a valore una linea politica, ma in grado, soprattutto, di rafforzare il corpo del Partito e radicarlo all’esterno di sé, nei luoghi di lavoro, di studio e nei territori. Un compito grande, centrale, quello dell’Organizzazione. Che troppo spesso, tuttavia, nella storia comunista italiana successiva al migliore PCI, si è ridotta ad espletare compiti di ordine interno e a far rispettare, nei territori, la linea politica vigente. Non sempre sollecitando la discussione democratica – come richiede il centralismo democratico- ma, spesso, attraverso infastidite imposizioni politiche “dall’alto”, azione deprecabile e inevitabilmente foriera di lacerazioni, politiche e personali tra compagni/e.

Occorre un salto di qualità: per la ricostruzione di un legame di massa occorre investire molta energia politica e culturale nella costruzione del Partito nei luoghi di lavoro e di studio. Quest’affermazione non può essere più una sorta di ornamento politico-teorico di un documento congressuale, un’indicazione scarlatta a cui non va dato mai seguito (è elegante affermarlo ma non si fa). E’tempo di spostare energie politiche ed intellettuali verso “l’altro” tipo di organizzazione comunista: quella leninista e gramsciana, che, assieme alle sezioni territoriali, vede nelle “cellule”, nelle presenze, anche micropresenze, nei luoghi di produzione e di studio l’altra metà, attiva, del Partito. Privo di questo tipo di organizzazione il Partito Comunista non riuscirà a radicarsi nel mondo del lavoro, non potrà comprenderlo, non potrà interloquire col movimento operaio complessivo, non potrà far conoscere la propria linea e la propria strategia sia nei punti alti della produzione capitalistica, dove potenzialmente potrebbe costituirsi l’avanguardia operaia e del lavoro, che nelle aree dei nuovi sfruttamenti, della precarizzazione e persino delle nuove schiavitù; non potrà, il Partito, beneficiare delle nuove energie, politiche e intellettuali, che il lavoro, nelle sue tante nuove forme, produce. Il PCI aveva cancellato da sé, almeno nei suoi ultimi vent’anni di vita, la struttura organizzativa leninista-gramsciana e nessuna forza politica comunista successiva al PCI ha recuperato questa istanza organizzativa, che per questa lunga rimozione è uscita persino dal senso comune, dalla cultura e dalla prassi dei comunisti e delle comuniste. A partire da ciò, da questa grave deficienza, il compito dell’Organizzazione sarebbe innanzitutto quello di disseminare di nuovo, prima sul piano politico-teorico (preparare i quadri e i militanti, farli studiare, far conoscere loro la storia organizzativa comunista!)  e poi su quello pratico, la concezione di un Partito leninista-gramsciano. L’alternativa a quest’azione (all’azione complessiva del radicamento del Partito) per il dipartimento Organizzazione, è, appunto, una gestione del Partito da ministero degli Interni, volta solamente al mantenimento della disciplina interna e alla “difesa della linea”.

Ma vi sono altri spazi vasti ove il Partito non può esimersi dall’operare: nei territori, ove si moltiplicano le lotte sociali per l’ambiente, per l’acqua, contro i diversi e sempre più minacciosi pericoli di inquinamento, contro lo sfruttamento del suolo, contro l’abusivismo, solo per citare alcune delle decine e decine di contraddizioni sociali di cui è fatta la lotta complessiva, nella quale il PCI, se davvero nutre ambizioni politiche ed egemoniche, deve essere obbligatoriamente presente. E vi sono gli spazi immensi (territorialmente e politicamente) delle periferie metropolitane, dove milioni di “dannati della terra” sopravvivono e soffrono in condizioni a noi comunisti spesso sconosciute. Se questi milioni di sottoproletari non li organizza il Partito Comunista, saranno le destre fasciste e la mafia ad organizzarle.

Ha compiti nuovi ed enormi, l’Organizzazione del Partito. Ed è per questo che un errore clamoroso sarebbe quello di lasciare l’Organizzazione a sé stessa. Per i compiti che la fase impone, occorre che sia tutto il gruppo dirigente del Partito ad interessarsi e a dialettizzare con l’Organizzazione, attraverso una riformulazione politicamente e teoricamente alta dei problemi relativi al radicamento e all’insediamento del Partito;

-il Partito Comunista, come forza più conseguente nella lotta strategica per il socialismo ha bisogno, come bene assolutamente prioritario e non scambiabile, di una propria e assoluta autonomia ideologica, teorica, politica, organizzativa ed economica. La lotta per la transizione al socialismo, che il Partito Comunista sceglie come propria lotta assoluta, pone allo stesso Partito compiti immani, non risolvibili nella speranza positivista e meccanicistica secondo la quale “il socialismo comunque verrà”. Il socialismo potrebbe non venire e solo la scelta di una lunga lotta segnata anche da rotture rivoluzionarie traumatiche potrebbe aprire la strada alla costruzione di una società socialista.

E’ per questa serie di motivi che l’autonomia del Partito Comunista (ideologica, politica, organizzativa, economica) è il suo bene supremo: l’eventuale diluizione dell’autonomia ideologica e politica comunista (per un’alleanza elettorale protratta sino allo snaturamento comunista, ad esempio, o per la costruzione di un nuovo soggetto politico “di sinistra” che come richiesta ai vari soggetti avesse quella di cedere pezzi di sovranità culturale, politica e organizzativa) sarebbe, per il Partito, l’inizio della fine.

Tutto ciò è stato dimostrato dalla stessa storia recente, europea e internazionale, di diverse “coalizioni di sinistra” entro le quali i partiti comunisti, cedendo mano a mano sovranità e iniziativa politica autonoma, hanno aperto una loro crisi profonda, persino irreversibile. Quando, nella prima metà degli anni ’70, l’Izquierda Unida spagnola sancì per Statuto che i soggetti componenti l’Izquierda – compreso, dunque, il Partito Comunista di Spagna, il PCE – non potevano esprimere una loro posizione autonoma sulle questioni internazionali e su quelle dell’organizzazione e del radicamento, per il PCE fu l’inizio di un percorso che lo portò a peggiorare di molto la propria crisi politica.

Autonomia piena, dunque, come questione centrale del Partito Comunista, specie per un Partito come il nostro, il PCI, che è ancora fragile e ha bisogno di un forte impianto politico e teorico che sorregga la ricostruzione.

Tuttavia, l’autonomia nulla ha a che vedere con il settarismo, l’autoreferenzialità, l’isolamento sociale e politico del Partito Comunista. Il settarismo ed il rifiuto della lotta comune con le forze più avanzate, anche se non uguali, è uno dei mali più gravi di cui possa ammalarsi una forza comunista. E’l’isolamento ed il rinsecchimento politico e ideale.

Nelle scorse elezioni politiche nazionali del 4 marzo il PCI ha fatto parte di una coalizione elettorale chiamata Potere al Popolo. Il risultato elettorale (circa l’1%) non è stato certamente positivo e per le condizioni oggettive e per diverse, proprie, lacune soggettive e debolezze del gruppo dirigente il PCI, attraverso l’esperienza di Potere al Popolo, nulla ha potuto guadagnare nemmeno in termini di impatto popolare.

A partire da ciò: è stato un errore, per il PCI, la scelta di Potere al Popolo?

Dobbiamo ragionare: il PCI veniva da una breve esperienza organizzativa, quella successiva all’Assemblea Costituente del giugno 2016, a Bologna. Il poco tempo avuto a disposizione (e i diversi errori commessi dalla Costituente in poi, che non dobbiamo censurare) non ci hanno certo portato all’appuntamento elettorale nelle condizioni migliori. Tutto era molto difficile e l’unica alternativa possibile a Potere al Popolo era, per il PCI, andare da solo: strada non impossibile né certo condannabile, ma certo parecchio impervia. Chi parla di un cartello di forze comuniste come alternativa alla linea di Potere al Popolo mente sapendo di mentire (come ancora fanno gli scissionisti): il PRC aveva già scelto la strada di Potere al Popolo e mai avrebbe scelto la strada di una coalizione di soli comunisti; la Rete dei Comunisti era già una colonna di Potere al Popolo, così come “Sinistra Anticapitalista” di Franco Turigliatto. Rimaneva solo il Partito Comunista di Marco Rizzo, lontanissimo dalle posizioni internazionali del PCI e dalla sua elaborazione politica complessiva. Un Partito, quello di Rizzo, che peraltro ha poi ottenuto solo uno 0,3% e che, dunque, non poteva certo garantire un risultato migliore di quello di Potere al Popolo. Resta il fatto che la “lista comunista”, per le elezioni del 4 marzo, non era nell’ordine praticabile delle cose e chi ancora sostiene questa linea è in malafede, o privo di altri forti argomenti politici.

Tuttavia, il punto politico centrale che ha determinato l’alleanza con Potere al Popolo era altrove: risiedeva cioè in una politica di alleanze (di lotta ed elettorali) con altre forze comuniste, di sinistra di classe e con movimenti di lotta di natura anticapitalista. Una direttrice che certo non tradisce la nostra linea volta ad un’accumulazione di forze sul versante della lotta anticapitalistica (che nulla ha a che vedere con precedenti “arcobaleni”) e rivolta alla messa in campo di un Fronte Popolare anticapitalista con tendenza di massa.

Dovremo ancor più indagare i motivi profondi dell’insuccesso elettorale di Potere al Popolo, al netto del davvero breve lasso di tempo che PaP ha avuto per farsi conoscere. Tuttavia, già ora ci sentiamo di asserire che un punto negativo di Potere al Popolo, durante la campagna elettorale, è emerso: si è manifestata cioè, in questa coalizione, una sorta di elitarismo, di giovanilismo di maniera, di massimalismo che ha contraddetto infine, allontanandosi dal sentire popolare e probabilmente dai bisogni più stringenti delle popolazioni, il suo stesso nome di Potere al Popolo, trasformatosi, nella sua impotenza, nel manifesto stesso di un urlo scarlatto e non di un programma  concreto per il  popolo. O, molto meglio, per “la classe”.

Il PCI non ha potuto, non ne ha avuto le forze, per correggere in corsa questa tendenza di PaP. E forse, questa tendenza, non l’ha riconosciuta in tempo, sbagliando. Il punto politico centrale, tuttavia, ci pare il seguente: il PCI ha provato, con Potere al Popolo (dopo aver giustamente e accuratamente evitato ogni scorciatoia di centro sinistra, antico o rinnovato) di uscire dall’isolamento e dalle immense difficoltà date dalla vigente legge elettorale. Non si è rivelata una scelta vincente. Ma alternative molto migliori e sicure non erano certo a portata di mano. Da questa constatazione oggettiva occorre partire per affermare con forza che coloro, all’interno del PCI, che ora sparano contro Potere al Popolo e, soprattutto, contro lo stesso PCI per quella scelta elettorale, enfatizzano speculativamente su di una sconfitta che non aveva, però, molte alternative praticabili e certe. Di certo c’è solo che vi è uno scarto profondissimo tra la critica (legittima e sostanziata da diversi elementi politici) alla scelta del PCI di praticare un’alleanza elettorale con Pap e quella di una scissione dal PCI per “abbandono dell’identità comunista”. E’quest’ affermazione, alla luce della realtà delle cose e dall’intento generale del PCI, che appare davvero surreale, sino al punto di apparire come rozza e sbrigativa sostituzione di un’analisi e di una linea politica.

Altra è la discussione: ora, a partire dall’esigenza assoluta dell’autonomia ideologica, politica e organizzativa di cui ha bisogno il PCI per costruirsi, occorre analizzare, capire ciò che sta accadendo dentro Potere al Popolo.

Ciò che sta accadendo (che non è ancora accaduto pienamente, ma sta accadendo) è che forze interne a Potere al Popolo stanno accelerando per trasformare PaP in un nuovo soggetto politico organizzato e strutturato, un nuovo soggetto che chiederà inevitabilmente ai partiti e alle forze che lo costituiscono di cedere sovranità, di aderire con ogni probabilità ad un nuovo “ordine“ statutario interno. Ecco: su questa strada il PCI non potrà esserci, poiché sente il bisogno profondo di avviare la propria ricostruzione, il proprio radicamento, sulla base di un proprio disegno conseguentemente antimperialista, internazionalista, comunista.

Un conto è – lo ribadiamo – la scelta di costruire vasti fronti unitari di lotta in senso anticapitalista, una linea che sempre vedrà il PCI in prima fila; altra cosa è che da questi fronti si parta spegnendo l’autonomia dei soggetti (compreso la soggettività comunista), per costruire un ennesimo e vago “soggetto di sinistra”. Qui non possiamo starci e non ci stiamo.

Peraltro, anche le coordinate ideologiche, culturali e politiche sulle quali sembra si vorrebbe strutturare Potere al Popolo come “nuovo soggetto” (un basismo assoluto, un mutualismo assoluto che cancella Lenin, Gramsci e Togliatti, un movimentismo spesso assoluto, il rischio forte di un’egemonia trotzchista) non ci convincono affatto, anche perché riecheggiano posizioni che tanto hanno contribuito a consumare drammaticamente Rifondazione Comunista. Ciò significa che il PCI debba prontamente recidere i legami con Potere al Popolo? Questa sarebbe una sciocchezza politica e una pericolosa caduta verso il settarismo: il PCI continua a lavorare, da posizioni autonome e insieme unitarie, con tutte le forze più avanzate, compreso Potere al Popolo, al fine di costruire un Fronte anticapitalista, di sinistra e di popolo. Il PCI non si scioglie nell’eventuale partito di Potere al Popolo, cosa ben diversa dell’unità nella lotta.

Nell’attuale e tumultuosa fase politica italiana, segnata da nuove composizioni politiche e partitiche di massa che ancora non garantiscono affatto una lunga tenuta e da scomposizioni dagli esiti imprevedibili, crediamo che il PCI debba essere come un solido adulto, che con i piedi ben piantati per terra analizza accuratamente e pazientemente ciò che attorno gli sta accadendo, puntando soprattutto ad un proprio rafforzamento, ad un proprio radicamento, ad una propria e forte iniziativa sociale e politica, alla ricostruzione di un proprio e autonomo legame di massa.

Attorno al PCI, da analizzare, non vi è solo Potere al Popolo: per un Partito Comunista di quadri ma con una linea di massa è oggi centrale l’analisi di classe del nuovo governo M5S-Lega. Sinteticamente: le due forze che compongono questo governo hanno organizzato un vasto consenso di massa essenzialmente sul tema che il PD (nuovo partito di riferimento dell’Ue, degli USA e della NATO) e la sinistra moderata hanno abbandonato: la critica radicale alle politiche antisociali e neo imperialiste dell’Ue. Tuttavia, le nature politiche e culturali del M5S e della Lega (né anticapitaliste, né antimperialiste ed essenzialmente filo atlantiste) ci dicono che questo governo giallo-verde non potrà, oggettivamente, andare sino in fondo nella lotta contro l’Euro e l’Unione europea e sarà allineato con le politiche militari degli USA della NATO. Però – questo è il punto – il governo Conte, quantomeno per le proprie evocazioni programmatiche e politiche, potrebbe aprire spiragli nuovi nella lotta contro l’Ue. Ed è all’interno di queste contraddizioni eventuali che sia il PCI che le forze della sinistra di classe dovrebbero fortemente intervenire, al fine di allargare queste contraddizioni, trasformandole in un nuovo terreno di lotta, fecondo per la ricostruzione dei legami di massa. Mai come in questa fase, segnata da un governo che, a parole, si pone su di un fronte critico all’Ue, sarebbe importante lo scatenamento di un’iniziativa e di una lotta di massa contro l’Ue liberista, sia per la questione in sé che per disvelare la vera e subordinata natura del governo M5S – Lega. E mai come in questa fase sarebbe centrale -di fronte alle politiche filo atlantiste del governo giallo-verde- il rilancio di una lotta per l’uscita dell’Italia dalla NATO e contro le politiche di guerra e di riarmo dell’imperialismo USA. Questa sì che sarebbe una piattaforma unificante per l’intero fronte comunista e della sinistra di classe, non una nuova precipitazione organizzativistica che porti i comunisti, la sinistra di classe e i movimenti a suicidarsi in un “nuovo”, quanto politicamente e ideologicamente vago, partito politico.

La lotta, da posizioni radicalmente critiche verso l’Ue, l’imperialismo USA e la NATO, contro il governo giallo-verde di Conte, aiuterebbe notevolmente, peraltro, a dare concretezza e forma politica ad un obiettivo oggi centrale per i comunisti e le forze di classe italiane: allargare le contraddizioni già apertesi all’interno del M5S nell’obiettivo di “liberare”, portandole sul terreno della sinistra di classe, le posizioni più avanzate del M5S.

Non può essere, infatti, priva di interesse, per i comunisti e per il Fronte comunista, di sinistra e di popolo che vogliamo costruire, la lotta già cruenta che si è scatenata all’interno del Movimento 5 Stelle tra una linea “di sinistra”, più anticapitalista, antimperialista, antieuropeista (che, più o meno, può rappresentare 4 / 5 milioni – quindi, circa un 11/12% sul piano percentuale -  degli 11 milioni di voti ottenuti  complessivamente dai “grillini”) e una linea “di destra”, già governista, istituzionale, moderata e per molti aspetti già succube della Lega. L’esito di questa battaglia, specie se essa libererà una significativa accumulazione di forze molto più spostata sul fronte di sinistra, potrebbe essere decisiva al fine di ricostruire il Fronte che i comunisti perseguono. E anche da ciò occorre mettere a fuoco la linea per l’oggi, per l’immediato: il PCI si fa forza trainante di un’opposizione di classe e di massa contro le posizioni parolaie del governo Conte, contro le sue subordinazioni al grande capitale italiano, all’Ue, agli USA e alla NATO, contro le politiche razziste sostenute da Salvini. E nella lotta favorisce sia la costruzione di un Fronte comunista, di classe e di popolo (che, ripetiamo, è cosa ben più seria della trasformazione dei soggetti presenti in PaP nell’ennesimo e vago partitino), che l’allargamento delle contraddizioni interne al M5S.

Se il PCI vorrà assumersi questo ruolo di motore della lotta unitaria, la questione centrale sarà ancor più quella di rafforzare il PCI, mettendo a fuoco, per superarli, quelli che sono stati e rimangono i propri limiti e le proprie deficienze.

Se questo fosse, il I° Congresso Nazionale del PCI non potrà non partire, non rimuovendoli ma mettendoli a valore, dagli errori commessi dall’Assemblea Costituente di Bologna del 2016 in poi.

Proprio l’interruzione del processo costituente è stato il primo di questi errori. Dopo Bologna e dopo le 70 iniziative che, in un anno e mezzo, l’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista aveva messo in campo, coinvolgendo comunisti/e provenienti dal PdCI, dal PRC, dalla Rete dei Comunisti, coinvolgendo accademici, intellettuali, sindacalisti e operai comunisti (con tessera di partito e meno) , questo lavoro di “apertura” non è proseguito, e per ciò abbiamo pagato un prezzo in termini di rafforzamento ed estensione del Partito. Occorre rilanciare, assieme alla costruzione del Partito, il processo costituente, il processo di allargamento dei confini del Partito, a partire dal fatto che il processo di ricerca, politica e teorica, volta alla costruzione di un Partito Comunista all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, non può, burocraticamente, essere definito come terminato, come non terminato è il processo di unità dei comunisti e come molto lontana dall’essere prosciugata è l’ancora vasta diaspora comunista italiana.

Diversi Dipartimenti non hanno lavorato al meglio e ciò ha fortemente nociuto al progetto di ricostruzione del Partito.

E’ mancata, da Bologna in poi, una politica ed un’iniziativa sociale, politica e culturale adeguata sul fronte del lavoro, un grave deficit che andrà immediatamente colmato dai prossimi gruppi dirigenti.

Così come è mancata l’iniziativa e la lotta sulle questioni ambientali, oggi uno dei punti nevralgici centrali e una possibilità straordinaria di organizzazione del consenso e della costruzione di vaste relazioni sociali e politiche.

E’mancata un’adeguata iniziativa sulla questione centrale dell’immigrazione, verso la quale, anche attraverso l’azione e lo studio serio del problema, dobbiamo uscire da una oscillazione che va dalle posizioni alla Papa Francesco ad alcune che sfiorano quelle della destra. Non possiamo regalare alla destra la concezione della sicurezza: essa rappresenta un cardine sociale e civile positivo, non reazionario. Anche i comunisti sono per la sicurezza sociale, ma al contrario delle destre contemplano tale concezione all’interno di un quadro di solidarietà sociale e, soprattutto, all’interno di un quadro che preveda l’unità sociale e politica, di classe e rivoluzionaria del proletariato “bianco e nero”.

A partire da quest’esigenza di lotta volta all’unità del proletariato, dobbiamo spingere affinché nelle sezioni del Partito, nelle Federazioni, nei territori si favoriscano incontri politici tra lavoratori italiani e lavoratori immigrarti, al fine di costruire un’iniziale coscienza di classe attraverso la quale unificare la lotta e sanare alla radice la frattura razzista tra lavoratori, sulla quale insiste l’azione razzista di Salvini.

E’mancata quasi del tutto un’iniziativa forte per il Mezzogiorno: essa avrebbe permesso una vasta unità d’azione con le forze sindacali meridionali, con i lavoratori e le lavoratrici, con gli operai e i contadini, con le accademie, con le università, con gli intellettuali, con gli artisti del Meridione e con le forze comuniste e della sinistra del Sud d’Italia. Occorrerà, dopo questo I° Congresso, colmare questo vuoto.

Andrò rafforzata la politica del tesseramento, che dovrà essere “sentita” come questione generale da tutto il gruppo dirigente e non solo dell’Organizzazione. Sarebbe sbagliato proseguire un lavoro sul tesseramento che, ad esempio, contempli che solo a fine anno (o, addirittura, nei primi mesi dell’anno nuovo) si faccia una “radiografia” dello stato delle cose. Occorrerà, invece, che a metà anno, a giugno, si sappia già com’è lo stato delle cose per ciò che riguarda il numero degli iscritti. Il quadro messo a fuoco sarebbe fortemente utile poiché se, ad esempio, a giugno, nelle Marche o in Puglia, si fosse sotto la media dei tesserati, il Partito nel suo complesso potrebbe intervenire per rilanciare e sostenere il tesseramento in quella regione, fino alla conquista dell’obiettivo.

Partendo dalla necessità prioritaria della presenza costante (a costo zero) del Partito nelle piazze e di fronte ai luoghi di lavoro, occorrerà aprire un’“inchiesta” seria nel Partito, nei territori: quante sezioni, quanti territori possiedono i mezzi materiali minimi per stare in piazza? Le sezioni, le Federazioni, sono provviste di bandiere, gazebo, per stare in piazze? Quante sezioni possono stamparsi i volantini? La questione dei gazebo, con la falce e il martello stampati sui lati, è molto importante: con un semplice gazebo in piazza per due volte la settimana il Partito è conosciuto, in breve, da tutta la cittadinanza di una città di provincia, o di un’area metropolitana. E l’intero Partito potrebbe dotarsi dei gazebo in modo semplice: i territori comunicano all’Organizzazione quanti gazebo intendono comprare; il tesoriere, una volta conosciuto il numero complessivo dei gazebo richiesto dai territori, fa un ordine complessivo ad una sola ditta, abbattendo il costo complessivo, che viene saldato dai territori. E il Partito si costruisce a partire dalla presenza visibile nelle piazze e di fronte alle fabbriche, alle scuole, agli uffici.

Assieme all’esigenza di organizzare il consenso di massa attraverso le lotte e la presenza nelle piazze, c’è il problema dell’organizzazione del consenso di massa attraverso la Rete: da questo punto di vista scontiamo un forte arretramento. Occorrerà che il nuovo gruppo dirigente lavori intensamente a colmare questa grande lacuna. Sarà uno dei compiti prioritari da risolvere.

C’è, inoltre, la questione seria e per molti versi drammatica, dell’autofinaziamento. Ancora non ci siamo e il Partito, nel suo complesso, non vive appieno il problema, che se non si risolverà si rischierà molto sul piano dell’autonomia e dell’indipendenza politica e culturale del Partito.

Si può sempre cominciare dalle cose più semplici: come fanno altri partiti comunisti nel mondo, occorrerà che ogni nostro iscritto chieda alla banca ove è depositato il proprio conto corrente di “spostare” due o tre euro al mese presso l’Iban del Partito. Della perdita di due euro nessuno se ne accorgerà, mentre al Partito potrebbe giungere “un mensile” importante.

Come diceva Mao Tse Tung, anche  la lunga Marcia è iniziata da un primo, semplice,  passo.

 


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alecpa
(@alecpa)
New Member
Registrato: 7 mesi  fa
Post: 1
15/06/2018 6:46 pm  

mi sono iscritto nel pci perchè ho sempre pensato che la parola comunista in un partito non potesse appartenere solo a quella fogna di rifogna, che esistesse un alternativa agli aperitivi equi e solidali a km zero per afrin e che si potesse fare qualcosa per i disoccupati italiani e per coloro che hanno dimenticato, se mai lo hanno saputo, di appartenere alla classe sociale del proletariato, in questo primo congresso mi sento di dire che l inizio è stato entusiasmante ma abbiamo perso fascino e attrattiva quando l'ennesima accozzaglia radical chic è nata, ovvero PAP, occorre mettere per iscritto chiaramente che abbandoniamo questi personaggi e questi partiti dei bei tempi andati oggi falliti e diamo vita alla svolta sovranista, è con il sovranismo che possiamo andare in europa a chiedere e a no offire come sempre la massima disponibilità, è con il sovranismo che possiamo rivendicare l'uscita dalla nato senza apparire antiamericani e basta, il sovranismo è di sinistra, se pensiamo alle frontiere annullate, all invasione di migranti che l europa nn si prende, vedremo al governo salvini per 30anni.


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Marco
(@marco)
New Member
Registrato: 7 mesi  fa
Post: 1
02/07/2018 2:59 pm  

Il PCI deve correre da solo e comunque MAI rinunciare al proprio simbolo, solo  questo è il senso vero del recupero del nome e simbolo di oltre 25 anni fa.

E semmai meglio alleanze coi 5 stelle di una certa parte e che si rifanno alla richiesta di meritocrazia e lotta alla corruzione politica che con PaP o similari

Sul sovranismo: che sia di destra o sinistra poco importa...l'umanità che è il rispetto per la vita e che non va confusa con la carità cattolico-cristiana, va tutelata come un diritto acquisito in un percorso di crescita culturale della nostra democrazia... questo è essere comunisti.


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