Partito Comunista Italiano

Sito ufficiale del PCI

CONTRO LA REPRESSIONE, SOLIDARIETÀ DI CLASSE!

di Coordinamento Nazionale delle Sinistre di Opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Il licenziamento da parte di Arcelor Mittal di un lavoratore di USB responsabile di aver pubblicato un post su facebook che invitava a seguire la fiction sull’inquinamento a Taranto, è un atto inqualificabile e infame.

Un atto di vera e propria cancellazione della libertà di opinione di un operaio, in aperta violazione di ogni diritto costituzionale. La “giusta causa” evocata dall’azienda al riguardo significa solo che l’azienda pretende mano libera e impunità per qualsiasi abuso sui propri dipendenti. Già colpiti all’interno della fabbrica da un clima di intimidazioni, punizioni, terrore.

Che si aggiunge alle minacce ai posti di lavoro e alla salute degli operai. Il caso Mittal tuttavia non è solo. A Piacenza la procura ha attivato nelle settimane scorse procedimenti giudiziari e addirittura arresti, poi revocati, verso decine di lavoratori e lavoratrici di Si Cobas, protagonisti di una importante vertenza a difesa del proprio lavoro contro la chiusura del hub locale di Fedex. Il “reato” contestato è quello di aver picchettato i cancelli e di aver resistito in forma passiva all’intervento di sgombero della polizia. La Procura ha semplicemente applicato i decreti Salvini in quelle clausole anti operaie che criminalizzano i picchetti e che sono rimaste intatte nell’indifferenza di tanti “progressisti”.

Naturalmente i mandanti della procura sono i padroni di Fedex e le organizzazioni confindustriali territoriali che vogliono sgombrare il campo da una presenza sindacale scomoda.
A Prato l’azienda cinese Texprint licenzia via whatsapp i lavoratori pakistani che scioperano contro lo sfruttamento inumano cui sono sottoposti (12 ore di lavoro per 7 giorni) e per avere il contratto di categoria.

Mentre il sindacato Si Cobas cui sono iscritti finisce sotto inchiesta su iniziativa della Digos per aver violato il coprifuoco sanitario nell’organizzazione dei picchetti dopo essere stato colpito da multe da salasso. Chi lotta per un normale contratto a norma di legge finisce alla sbarra, mentre chi tiene gli operai in condizioni di schiavitù ha la polizia al suo servizio.

A Genova la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di decine di lavoratori portuali, organizzati nel Collettivo autonomo dei lavoratori del Porto e oggi aderenti a Usb, accusati di aver bloccato l’attracco di navi cariche d’armi destinate all’Arabia Saudita. Una forma di azione politica che appartiene alla storia dei lavoratori portuali, tanto più in una città come Genova, e che oggi diventa “sovversiva” e illegale. In questo caso i mandanti sono gli armatori e i terminalisti che vogliono avere mani libere in porto, e la stampa borghese che li sostiene. La procura si muove a rimorchio.

Si potrebbero citare altre decine e centinaia di casi analoghi, che magari non emergono alle pubbliche cronache ma che tuttavia danno la misura del clima che monta. E che soprattutto prefigurano il livello di scontro che può aprirsi su scala nazionale, anche sul terreno giudiziario, in occasione dell’annunciato sblocco dei licenziamenti a Giugno da parte del governo Draghi.

Di fronte a tutto questo è tanto più necessaria l’azione unitaria e solidale di tutte le organizzazioni della sinistra di classe, sindacale e politica, al di là di ogni steccato di appartenenza. La parola d’ordine “se toccano uno toccano tutti”, che è riecheggiata in decine di lotte d’avanguardia, deve rappresentare un vincolo di coerenza unitaria per tutti. Nella difesa degli operai dalla repressione padronale e/o giudiziaria non possono esserci disimpegni o pure logiche d’organizzazione per cui ogni soggetto si limita a difendere i propri lavoratori colpiti e si disinteressa degli altri.

La frammentazione dell’azione di classe è già di per sé disastrosa. Ma sul terreno della difesa dalla repressione rischia di diventare qualcosa di peggio: un fattore di oggettivo incoraggiamento a padroni e procure.
Per queste ragioni non solo dichiariamo il nostro impegno e sostegno incondizionato a ogni lavoratore colpito da misure arbitrarie e repressive e ad ogni lotta promossa a sua difesa, quale che sia l’organizzazione promotrice, ma chiediamo a tutte le organizzazioni di classe di fare fronte comune contro un avversario comune, facendo di ogni lotta la propria lotta.



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