Partito Comunista Italiano

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DALLA SCUOLA UN FORTE NO ALL’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA

di Lidia Mangani, Dipartimento Scuola e Università PCI

Sul rapporto Stato-Regioni il Centrosinistra è dal 2001 che insegue la Lega e la destra e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: sono cresciute le disuguaglianze fra i cittadini, si è minato alle fondamenta il servizio sanitario nazionale, si sono moltiplicati i centralismi (regionali) a discapito
dello Stato e delle autonomie locali (Comuni e Province).

Il governo Conte 2 (5 Stelle, PD, LEU) si muove in continuità con il governo Conte 1 (5 Stelle, Lega) che aveva posto l’Autonomia Regionale differenziata fra i punti principali del “contratto di governo”. Per altro era stato il governo Gentiloni, il 28 Febbraio 2018, a sottoscrivere gli accordi
preliminari sull’autonomia differenziata con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ma il Ministro Boccia oggi vuole fare di più, ha perfino tentato di inserire il DDL come collegato alla legge di Bilancio, per evitare la discussione del Parlamento ed eventuali futuri Referendum abrogativi.
La pandemia ha dimostrato drammaticamente gli effetti negativi della regionalizzazione della sanità introdotta con la riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.

L’esperienza dovrebbe indurre quindi ad un ripensamento di quella riforma. Il Governo invece, attraverso il DDL del ministro Boccia, vorrebbe far approvare dal Parlamento una legge di riforma sull’AUTONOMIA
REGIONALE differenziata, che trasferisce ulteriori poteri alle regioni (anche in materia fiscale) ed estende la potestà legislativa delle stesse su varie materie, quali la scuola, l’Università, l’ambiente, la sicurezza del lavoro, i beni culturali.

Il pericolo che grava sulla scuola è particolarmente pesante. Si rischia l’abolizione della scuola statale e il venir meno del concetto stesso di istruzione pubblica. Ogni Regione si farebbe la sua scuola, con sistemi, regole e risorse distinti.
E’ un progetto promosso dalle “regioni ricche” (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) che vogliono spendere i soldi delle tasse “a casa loro” come più gli aggrada. E’ un disegno eversivo a cui si sono accodate altre regioni, ma riguarda direttamente i cittadini tutti, diritti universali
fondamentali come la sanità e l’istruzione. Essendo l’autonomia differenziata fortemente legata al gettito fiscale destinato alle regioni, di fatto l’accesso all’istruzione e la qualità della scuola e dell’Università diventerebbero variabili dipendenti dalla residenza.

Le regioni potrebbero decidere sul reclutamento degli insegnanti, sulla loro formazione e contratti di lavoro. E non abbiamo alcun dubbio che ci sarebbe una diffusa disponibilità ad aprire alle scuole e università private, come già avvenuto per la sanità. Un nuovo campo di profitto per imprenditori capitalisti d’assalto, che non investono più sulle attività industriali ma puntano a più facili guadagni in collusione col potere
politico locale, mettendo le mani sui beni e servizi pubblici e sulle infrastrutture.

Abbiamo già visto gli effetti nefasti sulla scuola del protagonismo dei cosiddetti “governatori”.
Approfittando dei poteri che il Titolo V attribuisce loro in materia di sanità e con un governo nazionale che ha lasciato fare, alcuni “governatori” in questi mesi hanno deciso di chiudere tutte le scuole, fuori da ogni decisione nazionale. Un fatto inaudito: la scuola considerata alla stregua di servizi privati come bar e ristoranti e non come Istituzione fondamentale della Repubblica una e indivisibile, anzi la più importante, perché senza istruzione non c’è accesso alla cittadinanza.

Raccogliendo l’appello del Comitato per il Ritiro di qualunque autonomia differenziata e quello dell’ANPI nazionale, è necessario sviluppare in tutto il Paese una forte mobilitazione contro l’autonomia regionale differenziata, che ha ottenuto in queste ore un primo risultato: lo stralcio del DDL Boccia dalla legge di bilancio. Ora la lotta continua nel merito. In ballo anche qui è la Costituzione.

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