Partito Comunista Italiano

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Di vittorie e attacchi. Il lungo fine settimana.

di Giusi Greta Di Cristina, Comitato Centrale PCI, Responsabile Nazionale per i rapporti con l’America Latina

 

Qualche giorno fa, più di un analista, richiamandosi alle presidenziali dell’Ecuador aveva affermato, senza troppi giri di parole, che si trattava della “battaglia di Stalingrado” dell’America Latina.

La vuelta, ovvero il ballottaggio, tra Lenín Moreno, portabandiera di Alianza País, e il banchiere filostatunitense Guillermo Lasso, era dall’esito tutt’altro che scontato. Nonostante la vittoria mancata al primo turno, infatti, le destre avevano serrato le fila, chiamato i migliori esperti di comunicazione politica per guadagnarsi il favore dei votanti, promettere mila e mila nuovi posti di lavoro. Si erano dedicati, insomma, al populismo più becero, elemento purtroppo ben conosciuto al momento quasi in ogni parte del globo, ma che in America Latina ha conosciuto i suoi periodi più fecondi e fortunati.

La vittoria del compagno Lenín, del prosecutore delle politiche di Rafael Correa, portavoce della Revolución Ciudadana è stata difficile, sudata, conquistata voto per voto. C’è da fare un grande plauso a chi ha diretto la campagna elettorale in Ecuador, primo fra tutti – per importanza, prestigio e lavoro svolto – proprio al presidente uscente, che ha dato grande segno di coerenza e volontà di mantenimento delle grandi conquiste che con la sua presidenza l’Ecuador ha raggiunto in questi anni.

Ma va spiegato cosa si intende per grande lavoro. Va spiegato soprattutto a noi occidentali, correi della politica parolaia e vacua, neoliberista, finanziaria che ci attanaglia. Per Correa, Moreno, Glas non ha significato festini, piazze chiuse, inviti a cena, sponsorizzazioni da chi detiene il capitale. Tutto il contrario: ha significato girare in lungo e largo il Paese, con una presenza territoriale capillare ed una capacità organizzativa incredibile, mantenendo il contatto col popolo, dando la possibilità di recarsi alle urne a chi non lo aveva mai avuto. E con nessun messaggio affabulatorio. Ci si ricordi che, al primo turno, Alianza País aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei deputati all’Assemblea Nazionale e il 55% dell’appoggio dei cittadini sulla proposta del governo di proibire che alti funzionari e governanti potessero tenere il loro denaro investito in paradisi fiscali. L’esatto contrario dei condoni a tutti i costi che sembrano essere il pensiero persistente dei cari fabbricanti di denaro, promossi a maître à penser nel nostro Paese, per esempio.

Il popolo ecuadoregno, nel pieno della sua capacità di scelta, ha deciso che la Revoución Ciudadana, iniziata con Correa nel 2007, sotto il segno di quella Bolivariana chavista, debba essere continuata. Ha deciso che è più importante votare chi, appena saputo di essere il futuro presidente, ha dichiarato :”Sarò il presidente di tutti e voi mi aiuterete. Quando terminerò il mio mandato potremo dire: si è sradicata la denutrizione infantile, la crisi del cibo, la povertà estrema e la corruzione.”.

Il popolo dell’Ecuador non ha votato chi ha promesso di effettuare tagli alla sanità, al sistema educativo, alla sicurezza interna; non ha votato chi ha promesso di “restituire” Assange a chi deve processarlo e che – dinnanzi alla sconfitta elettorale – ha aizzato chi lo appoggiava contro Correa, colpevole di star “giocando con il fuoco”.

E non è di certo poco significativo il fatto che César Monge, direttore nazionale del movimento CREO (in appoggio a Lasso) si è prodigato immediatamente a chiamare al telefono il ben noto Luis Almagro, segretario generale dell’OEA (Organización de los Estados Americanos), per renderlo edotto circa una vittoria dovuta, sicuramente, a brogli elettorali.

Ci chiediamo se, come per il Venezuela, anche in questo caso Almagro evocherà la mancanza di diritti umani per intervenire politicamente in Ecuador.

Vale dunque quel che si è detto qualche giorno fa: in America Latina si sta tentando, in tutti i modi, di fermare una rivoluzione di orientamento socialista che, al contrario di quanto il mainstream proclama e diffonde, è perseguita dai popoli: troppo freschi sono i ricordi della fame provocata dalle ondate di politiche neoliberiste alla fine degli anni Novanta. Politiche che, manco a dirlo, la destra vorrebbe far tornare di gran carriera per cambiare gli assetti politico-economici attuali.

Una “battaglia di Stalingrado”, si diceva all’inizio. Ebbene, se oggi a vincere in Ecuador fosse stata la destra del CREO un altro Paese, assieme all’Argentina, avrebbe avuto una guida a targa neoliberista e filostatunitense. E non solo l’Ecuador avrebbe buttato via dalla finestra dieci anni di crescita sociale collettiva, di sviluppo politico ed economico in senso socialista, ma si sarebbe concluso quell’accerchiamento cui si sta sottoponendo il Venezuela. La vittoria di Lenín Moreno assume così, come sempre nella Storia, molteplici aspetti che si spingono ben al di là del solo peso nazionale, ma che influenzano l’intera regione latinoamericana e, per questo, lo scenario internazionale che vede, e non a torto, nella sconfitta dei Paesi vicini alla rivoluzione chavista il ritorno della reazione liberista.

Va sottolineato, a parere di chi scrive, che si tratta di una vittoria latinoamericana, dei valori socialisti peculiarmente espressi alla maniera latinoamericana: è un atto di volontà, di coraggio, di coerenza del popolo che si misura con la storia, passata e recente, e compie una scelta.

E questo in un momento in cui guardare all’America latina equivale a comprendere, in maniera chiara, la lotta delle classi e i suoi contrappesi. In Brasile attraverso un colpo di Stato parlamentare e in Argentina attraverso libere elezioni, le destre hanno ripreso a funzionare e dettar legge dall’alto. E poco conta che in entrambi i Paesi i popoli stiano, nuovamente, scontando i contraccolpi del neoliberismo più sfrenato: tagli alla spesa pubblica (che è stata addirittura “congelata”), via libera alle multinazionali, abbandono degli organismi interregionali di cooperazione. Poco conta che gli argentini e i brasiliani passino da uno sciopero generale all’altro, ormai con cadenza quasi quotidiana. Poco conta che i maggiori fautori dell’impeachment contro Dilma Rousseff siano tutti accusati delle peggiori frodi contro lo Stato, o che Macri agisca contro gli interessi economici dello stesso popolo che lo ha eletto.

La stampa occidentale si preoccupa, al contrario, della “rottura con la democrazia” operata da Maduro e dal TSJ (strano, però: ci si chiede quale democrazia, dato che hanno appellato Maduro come dittatore fin dall’inizio del suo insediamento): peccato che in Venezuela le procedure costituzionali siano state perfettamente seguite ed eseguite, invitando la AN a riprendere la strada della collaborazione e del dialogo.

Nel frattempo, in Paraguay 25 senatori della Camera Alta durante una sessione non programmata e a porte chiuse, hanno approvato un progetto che permette la rielezione presidenziale. Esso dovrà ora passare alla Camera dei Deputati e poi al Tribunal Superior de Justicia Electoral affinché si convochi un referendum per rendere legge il progetto. La rielezione presidenziale è vietata dalla Costituzione del Paraguay e alla notizia sono scoppiate violente contestazioni, che sono sfociate nell’incendio del Congresso da parte dei manifestanti e nella morte di uno di essi, il venticinquenne presidente della Juventud Liberal, Rodrigo Quintana, che si trovava presso la sede del Partido Liberal Radical Auténtico (PLRA) durante i disordini.

È lungimirante per la comprensione dei differenti “pesi e misure” utilizzate dai mezzi di informazione allineati mettere a paragone il trattamento riservato ai due Paesi: il governo bolivariano agisce nel pieno rispetto della Costituzione ed è golpista, il governo paraguayano agisce violando la Costituzione ed è vittima dell’assalto dei manifestanti. I due pesi sono chiaramente dettati dalla posizione politica dei due Paesi, l’uno socialista rivoluzionario da condannare, l’altro conservatore filostatunitense da difendere. Qualsiasi appartenenza politica avessero i manifestanti in Paraguay, infatti, la procedura è inaccettabile.

Alla luce di questi avvenimenti, la vittoria di Alianza País e della Revolución Ciudadana assume l’aspetto di una incontrovertibile presa di posizione contro la reazione, impaziente di riprendere il controllo del subcontinente latinoamericano: fin quando vi saranno Paesi che resisteranno, altri Paesi potrebbero seguire l’esempio e non allinearsi, o non allinearsi più.

Ed ecco perché, aldilà della lotta per le ricchezze del sottosuolo, il Venezuela è il mostro da combattere ad ogni costo. E con esso, chiunque subirà la sua fascinazione, assieme a quella per Cuba. Diventano decisivi, in questo senso, i processi di pace in Colombia, che già alcuni definiscono dei trattati a perdere, poiché non sono terminate le morti, le uccisioni e in cui molti vedono una destra che aspetta il disarmo completo delle FARC-EP per poter riattaccare con maggior ferocia.

Non una “battaglia di Stalingrado”, dunque, ma una delle tante Stalingrado che l’America Latina dovrà combattere con decisione e coraggio, al netto di ogni aiuto e sostegno. Chi vede nell’appoggio militare o economico da parte di Cina o Russia – prive di proiezione strategica nell’area e impegnate a difendersi nelle proprie periferie – alle regioni latinoamericane come la chiave di un successo assicurato, o di una pace alla portata di mano, compie un’analisi leggera, che male regge il dispiego di forze ed energie in un ipotetico scontro, militare o economico, tra forze neoliberiste e rivoluzionarie in America Latina. D’altronde l’esempio lampante è quello del Brasile, che nulla ha potuto contro il colpo di stato parlamentare, nonostante sia alleato economico di Cina e Russia all’interno dei BRICS.

I prossimi mesi saranno decisivi per la definizione di quanto possano reggere le forze rivoluzionarie in America Latina, di quanto l’esempio di Cuba e Venezuela possano fornire linfa e ossigeno a popoli stretti nella morsa dei tentativi reazionari delle destre continentali e degli organismi vicini agli USA.

Probabilmente è una lotta impari, sicuramente pericolosa e per chi non ha nulla da perdere, se non la propria libertà, la propria sovranità, la propria vita.

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